di Simone Petrelli
C’è un Paese in cui perfino le forze dell’ordine litigano tra loro. E’ un luogo in cui pare che tutto, ma proprio tutto possa accadere. Un posto in cui in manette possno finire perfino novanta agenti della Municipale. Tutti arrestati per corruzione e legami con il narcotraffico. Così, l’insofferenza diffusa comincia a tracimare. Così, una città come Monterrey; Messico, diventa una polveriera a cielo aperto. Polizia Municipale messicana da un lato. E dall’altro non manifestanti, né attivisti o rivoltosi. Dall’altro lato della barricata, semplicemente altri agenti. La Polizia Nazionale.
Schierati, i secondi, per tenere d’occhio i blocchi nelle vie organizzati dai primi. Con 90 colleghi finiti dietro le sbarre, per gli uomini della Municipale c’è poco da stare allegri. Anche se a carico di quei 90 ci sono parecchie prove di collusione con la mafia locale. E c’è una dichirazione lapidaria di Luis Carlos Trevino, portavoce della Procura nello stato di Nuevo Leon, che sancisce come le forze dell’ordine a livello locale e statale siano ormai infette, ed abbiano preso a proteggere le organizzazioni criminali anziché contrastarle.
Secondo le dichiarazioni dell'accusa, gli ormai ex agenti lavoravano alacremente. Ma dal lato sbagliato. Adoperandosi in sostanza per far grande il narcotraffico e sabotare le azioni dell'esercito. Solo lo scorso anno, la Procura messicana aveva inaugurato un’inchiesta formale con target le forze dell'ordine: “Operaciòn Limpieza”, Operazione Pulizia. Un’azione che ha portato finora in carcere una dozzina di dirigenti delle forze dell'ordine, tutti a vario modo collegati con la rete del narcotraffico.
Fioccavano gli arresti, negli ultimi mesi del 2008. E cadevano teste eccellenti. Proprio come quella del direttore dell’Interpol messicana, Ricardo Gutiérrez Vargas. O quella del vice capo della Policía Federal Preventiva, Gerardo Garay. Ma da quel che si vede in strada, ora si è davvero passato il segno. Perché adesso c’è un solo big match per le strade polverose di Monterrey, una partita che a dirla tutta non agita nemmeno troppo i sogni già turbati della popolazione. Municipale contro Nazionale. E’ la fotografia impietosa del Messico dilaniato dalla drug war.
Un Paese che, come lascito della crisi finanziaria globale, soffrirà in questo 2009 la maggior caduta del Pil rispetto a tutte le altre nazioni dell'America Latina, con una contrazione del 4%. Altrove andrà meglio: in Argentina probabilmente si parla del 2,8%; in Brasile invece dell’1,5%. Non è un caso. Il Messico ha i suoi guai, e grossi. C’è la crisi sanitaria scatenata dall'epidemia di influenza suina. Una caduta molto profonda che ha fatto da trigger alla discesa economica. Un caso articolato, di cui solo molto recentemente si è iniziato a discutere: soltanto nei giorni scorsi, infatti, il governo ha riconosciuto di fronte alla stampa straniera che l'economia è malata, che il Paese si sta effettivamente trascinando verso la recessione.
Per la cronaca, il Banco de México lo aveva già ammesso in gennaio. Nessuno, però, si è ancora sognato di precisare la gravità della crisi… Così il Messico seguita ad affondare. Le rappresaglie dei gruppi paramilitari, azioni nefande appoggiate e tollerate dall'esercito regolare ai danni delle comunità indigene continuano. Si moltiplicano i casi di corruzione e collusione. Dieci ufficiali subalterni dell'Esercito regolare messicano sono stati accusati di essere informatori dei narcos di Sinaloa.
Un cartello ultrapotente guidato dal “rey”, il signore della cocaina, il più ricercato al mondo, Joaquin Guzman, "El Chapo", il nanerottolo. Tra il 1995 ed il 2000, il Paese è diventato il capofila della rete narcos, il principale esportatore di droga di tutto il Sudamerica. Nemmeno l'elezione di presidenti cresciuti tra le fila del PAN-Partito d'Azione Nazionale, Vincente Fox e Felipe Calderon, è sembrata capace di arginare la deriva nazionale.
Oggi alle tante ferite del Paese si aggiunge anche questa. Agenti contro agenti per le strade di Monterrey. Mentre la popolazione avverte con sempre maggiore nettezza non solo di vivere in territorio di guerra, ma anche e soprattutto di essere sola.
Duilio Giammaria ha vinto il prestigioso premio della United Nations Correspondents Association per il reportage "L'avventura italiana in Asia Centrale"
LIBERI i tre operatori di Emergency!
Caso Vattani, Tar Lazio sospende richiamo
Siria, si fa strada l'ipotesi dell'invio dei caschi blu per fermare i massacri
Si può sparare sui migranti? Mantica: "Non è un problema mio"
Eritrei: accordo raggiunto; l'Italia si smarca
Christian Poveda: la guerra tra gangs in Salvador fa una vittima in più - di Simo Petrelli
Il signore della guerra Lord of war - di Simone Petrelli
Araucania è l'inferno
Ancora sotto scacco la Regina dei Dalit indiani
Sulla Bielorussia lâ??ombra lunga della Ceka
Un altro bavaglio sul Kazakhstan
Pechino schiaccia ancora Urumqi. Le proteste del weekend finite nel sangue
In Albania la stagione della democrazia. Forse
Gli Scorpioni di Serbia alla sbarra
Morto lâ??Emiro della guerriglia cecena. Voci sulla fine di Doku Umarov



