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Articolo 21 - Osservatorio Esteri
Lo Swaziland ed il marchio anti-Hiv
Lo Swaziland ed il marchio anti-Hiv

di Simone Petrelli

27 su 100 sono infetti. E’ più di un quarto della popolazione, un tasso altissimo. Qualcosa per cui indignarsi e protestare e chiedere conto e ragione. Ma l’Hiv non fa favori a nessuno. E lo Swaziland sembra essere una preda più che appetibile, e disperata. Tanto disperata da spingere perfino il primo ministro, Timothy Myeni, ad elaborare proposte drastiche. L’ultima: “marchiare” con un apposito tatuaggio tutte le persone adulte che abbiano contratto l'Hiv. Per renderle più visibili, e prevenire così l’ennesimo incremento dei contagi.

Ma anche per aiutare il popolo a prendere coscienza delle proprie condizioni di salute, visto che solo il 20 per cento degli abitanti della micro-nazione nel sud del continente africano sanno di essere ammalati. Test obbligatori verranno dunque condotti su tutta la popolazione che abbia superato la maggiore età. Ma la misura ha già scatenato ingenti polemiche. Stando a Siphiwe Hlophe, portavoce dell’organizzazione Swazi Aids, si tratterebbe di "una discriminazione contraria ai diritti umani". Eppure, lo Swaziland ha la più ampia fascia di popolazione sieropositiva in tutto il globo.

Fonti OMS stimano il tasso di sieropositività in Swaziland intorno al 27 per cento della popolazione adulta. Un dato drammatico, che fa precipitare la speranza di vita nel Paese nel baratro dei 31 anni. 13 in meno di quanto si registrava appena dieci anni fa, alla fine degli anni Novanta. Le voci, frattanto, si moltiplicano. E passando di bocca in bocca, la notizia del tatuaggio sovente cambia, si snatura prendendo contorni grotteschi. Ora si tratterebbe di un autentico marchio a fuoco; ora di un sigillo da apporre sulle natiche dei malcapitati cittadini positivi ai test

Ma il fatto resta. E, dicerie a parte, per lo Swaziland – o Ngwana, come lo chiamano i nativi - si tratta di autentica emergenza sanitaria. Per una popolazione di poco superiore al milione di persone, il Paese registra infatti il più alto tasso di contagio al mondo. E’ il più piccolo stato dell'emisfero meridionale. E sarebbe anche uno dei paesi più tranquilli, almeno stando a quanto scritto nelle guide. Gli stessi testi che indugiano a tessere le lodi del mite popolo locale, gli swazi, “più incline a perdersi in festeggiamenti e gozzoviglie che a scendere in piazza per manifestare e chiedere riforme.”

Ancora: progressista ed attento nei confronti della tutela delle riserve naturali, lo Swaziland sarebbe “semplicemente costellato di parchi nazionali. Paradiso delle escursioni, delle passeggiate a cavallo, delle discese sulle rapide fluviali, degli itinerari in bicicletta.” Con l'Ezulwini Valley o Valle del Paradiso che “si trasforma in uno sfolgorante spettacolo di danze e canti, per i membri delle tribù intenti a celebrare la loro imperitura fedeltà alla monarchia ed alla propria cultura.” Se si aggiunge che esiste un unico museo aperto in tutto il Paese, il ritratto del “buon selvaggio” è praticamente completo.

Peccato che ben pochi perdano tempo a segnalare che uscire dallo Swaziland per entrare in Sudafrica sia un’operazione che nella pratica implica code lunghissime, con lunghe ore spese ai controlli di frontiera per il panico dell’esodo dei contagiati da Hiv. Peccato che, allo stesso modo, non emerga lo sconcerto generato dall'incredibile povertà del nord, nonchè delle condizioni di vita a dir poco estreme registrate al sud. Il re e la sua corte dilapidano senza sosta le risorse statali in spese a dir poco pazze.

47 milioni di dollari negli ultimi 2 anni per il solo mantenimento delle 13 mogli del sovrano. E per l’acquisto di un aereo di linea ultimo modello, di 10 Bmw e di 9 palazzi reali nuovi. Con i conti pubblici in rosso costante ed il paese troppo dipendente dal vicino Sudafrica, anche le condizioni di vita del popolo rimangono assolutamente difficoltose. 40 swazi su cento si trascinano al di sotto della soglia di povertà, e tralasciando il prezzo pagato in termini di contagio da Hiv, un buon terzo della forza-lavoro è stato investito dall’onda malvagia della disoccupazione.

Così, in 300.000 all’anno necessitano dell’assistenza alimentare fornita dalle agenzie umanitarie. E’ vero, l’alfabetizzazione locale arriva all’80 per cento, e questo è già tanto. Ma la mortalità infantile rimane molto, troppo alta. E peggiora, se si richiama in causa il danno enorme arrecato dal virus, e le misure disperate quanto draconiane escogitate al riguardo dal potere.

 

Dalla rete di Articolo 21