di Simone Petrelli
Un solo mandato per stabilizzare l'isola dei guai. E la missione dell’ex presidente è servita. Bill Clinton ha un nuovo obiettivo. Qualcosa di grosso bolle in pentola. Da ex presidente degli Stati Uniti d'America potrebbe ora essere nominato nuovo inviato speciale del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, presso l'isola di Haiti. Non si tratta di una decisione campata in aria. Perché forse Clinton può farcela. Ha la stoffa giusta, e con un po’ di fortuna può riuscire a convogliare sull'isola caraibica dimenticata gli investimenti e le donazioni di paesi più potenti contribuendo alla stabilizzazione del Paese.
''L'annuncio ufficiale arriverà con tutta probabilità molto presto'', ha dichiarato un alto funzionario delle Nazioni Unite, confermando le indiscrezioni trapelate nelle ultime ore ad opera del Miami Herald. Bill Clinton non è sconosciuto agli haitiani. Ha già dato un grande impulso agli sforzi compiuti per sostenere il Paese a riprendersi dalla devastazione infinita dei quattro uragani abbattutisi qui nel corso dello scorso anno. In quelle ore buie, Bill in mezzo alle macerie c’era, e questo se lo ricordano in molti. Aveva infatti accompagnato Ban Ki-moon in una visita ufficiale ad Haiti in marzo.
L'incarico insomma sarebbe imminente. E in più sarebbe stato creato appositamente per Clinton, che sta spendendo parecchie energie con la sua fondazione Iniziativa Globale, nel reiterato tentativo di attirare più attenzione possibile da parte della comunita' internazionale nei confronti dell'isola, uno dei Paesi piu' poveri dell'intero emisfero occidentale. Un Paese tanto provato e sprofondato nel baratro della disperazione da spingere ad una maxi-donazione in aprile, nel corso di una conferenza dei donatori a Washington. 324 milioni di dollari per la ricostruzione.
Ma per Haiti vale la pena. In marzo sia Clinton che il Segretario Onu si erano detti enormemente colpiti dal potenziale di crescita del Paese. In questo senso, avevano esortato il governo ad approfittare operativamente delle condizioni favorevoli del commercio con gli States, e della presenza stabilizzante dei 9.000 peacekeepers inviati in loco dalle Nazioni Unite. Così, anche alla Cenerentola dell’ovest, alla nazione più povera dell'emisfero occidentale, segnata com’è da una storia di violenze, disordini, instabilità si tenta di garantire una chance di crescita e, forse, di successo.
Solo l'anno scorso, i disordini innescati dalla crescita vertiginosa dei prezzi dei generi alimentari hanno condotto un governo già in ginocchio verso la resa. Con le strade ricolme di disperati che, sconvolti dai morsi della fame, arrivavano a cibarsi dell’erba cresciuta ai bordi delle carreggiate. Con i caschi blu assediati nei loro presidi mentre intorno infuriava il caos. Stando a quanto affermato dalle Nazioni Unite variabili importanti giocano a favore dell’isola. Il basso costo del lavoro, anzitutto. Poi la vicinanza a Stati uniti e Canada. Infine, l'accesso esente da dazi al mercato statunitense per i prossimi nove anni.
La crescita economica appartiene ancora al futuro. Ma si intravede qualche spiraglio, una luce che, anche se tenue, sembra almeno in vista. Haiti ha già fatto importanti progressi nel riportare la pace e la stabilità. Ma deve fare di più. Perché, in fondo, gli investitori sono sempre dietro l’angolo. E la speranza è proprio l’ultima a morire. Specialmente nella prima repubblica nera al mondo, nata dagli schiavi e popolata da artisti. La nazione del vudù e del mondo degli spiriti, della scuola letteraria indigena creata ad hoc per contrastare la cultura imperialista dominante dell'epoca.
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