di Simone Petrelli
A guardare il report trasmesso da Bandeirantes TV sembra proprio l’inferno sulla terra. Con i capannelli di poliziotti ed i vigili del fuoco che corrono alla rinfusa. I secchi e i getti d’acqua. Il fumo pesante e mortifero che si attacca alla pelle e la macchia di nero e di sporco. C’è una gran confusione a Penha, San Paolo del Brasile. E non servono granchè i pattugliamenti. Perché quando si ha a che fare con un mostro di miseria e odio e privazione, anche tirarsi su le maniche è poco più di un gesto. C’è altra violenza nei vicoli dello slum. E tutto è ricominciato a bruciare, dopo l’arresto di tre sospettati per traffico di droga.
Le fiamme non sono ancora spente del tutto. E già si fanno bilanci. Sono 11 i feriti accertati, e c’è perfino un bambino. Tutti coinvolti nell’ondata di violenza. Ora ai margini delle strede strette non c’è più gente in tumulto. Resta solo qualche segno. Veicoli dati alle fiamme, e sassi sul terreno. Gli stessi lanciati alle forze dell’ordine durante i blocchi improvvisati. E pensare che, forse, alla fine era tutto orchestrato. Nonostante la brutalità, era tutta una manovra ingegnosa. Per far fuggire i sospettati. Due dei tre ce l’hanno fatta. Scomparsi durante la sommossa. Spariti tra i dedali di lamiere che sembrano le zampe lunghissime e contorte del ragno della miseria.
Dal comando di polizia, il portavoce ufficiale Luiz Felipe Muffo ha puntato il dito. “Stiamo indagando a fondo sull’accaduto” ha detto “perché siamo convinti che in tutto questo c’entri qualcuno”. Tutti sanno di chi sta parlando. PCC, ma la DIA li chiama First Capital Command. La gang degli spietati, dei feroci, dei signori delle baracche, e soprattutto della droga in circolo nelle vene di San Paolo. Nel 2006 hanno già preso la città. Per la gola, con una campagna da 200 morti che avrebbe fatto invidia perfino ai colombiani. Poliziotti e guardie carcerarie, sospetti criminali e prigionieri, perfino i testimoni.
Tutti massacrati. Tutti tolti di mezzo perché scomodi. I raid all’interno degli slums sono pericolosi. Tanto, troppo. Bisogna guardarsi le spalle. E non perdersi. E cercare comunque di riportare a casa la pelle. Ma finora le procedure avevano funzionato. E la violenza nelle baraccopoli di qui era stata tenuta almeno sotto osservazione. Finora. Ma sembra che la situazione stia precipitando davvero. Peggio, decisamente peggio, la situazione nelle carceri. Alcuni esempi. Rivolta in galera. Uomini e donne delle gangs contro la polizia. 18 i morti dopo gli scontri.
Posti di polizia dati alle fiamme e perfino roghi di autobus. Ancora lo zampino del PCC. Si chiama rappresaglia. E’ costata 170 morti. 44 erano membri della polizia. Tutto per il trasferimento di alcuni pezzi grossi della gang da un carcere ad un altro più severo. Poi c’è Marcos. Detto Marcola. Al secolo il signor Camacho. Il capo dei capi. Il boss di PCC. Intervistato dalla sua cella, non si scompone. E continua ad ostentare il comando, il pugno di ferro che mostra alla città. Lo scettro di chi sa che i suoi uomini possono colpire come e quando vogliono.
“Pronti a fare di più, perché ne abbiamo i mezzi” dice Camacho. E colpisce ancora una volta al cuore la giustizia brasiliana. Perché secondo il boss, PCC ci ha provato davvero a far cessare il bagno di sangue. Ma loro, le autorità, non hanno voluto. Ora avrenno quel che si meritano, tutti quanti. Niente più pace. Niente sicurezza per le strade. Che bruci tutto quanto, e buonanotte. Frattanto se la ride, Claudio Lembo, il governatore di San Paolo. Per lui, la situazione è sotto controllo. Assolutamente sotto controllo.
Anche se periodicamente gli attivisti dei diritti umani pubblicano qualche rapporto che testimonia come la polizia stia portando avanti la campagna per la giustizia con metodi che sono eufemisticamente truci. Il che significa, ad esempio, avallando esecuzioni sommarie dirette ad estirpare i nuovi affiliati o sospetti tali. Macchine e motociclette anonime guidate da gente mascherata che scorrazzano per la città, accostano, scaricano piombo sui loro obiettivi. Chiunque essi siano.
Ma tutto parte dalle carceri. Dalle celle dei boss, in cui mani esperte hanno nascosto cellulari per impartire gli ordini. E dalle baracche attorno agli istituti di pena, sui tetti delle quali le stesse mani hanno sistemato ripetitori camuffati per far sì che quegli ordini, che sono quelli che alla fine fanno la differenza, e decidono la vita e la morte a San Paolo, vengano trasmessi, ricevuti, eseguiti.
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