di Simone Petrelli
Pubblicazione di notizie false, per di più tese a destabilizzare l'opinione pubblica. Così per due editori e giornalisti inizia un calvario giudiziario. Ma è normale, almeno in Zimbabwe. E’ normale almeno quanto è dura da sopportare per Vincent Kahika e Constantine Chimakure. La polizia li ha arrestati lunedì. E li ha formalmente accusati di aver pubblicato materiale falso con la precisa intenzione di screditare l'operato del governo nei confronti dell'opinione pubblica. Nessun commento ulteriore è frattanto trapelato dalle fonti vicine alle forze dell’ordine.
Ma una cosa è certa. Tutto questo farà certamente salire la tensione tra il presidente Robert Mugabe ed il primo ministro, Morgan Tsvangirai. Ancora una goccia in un vaso che sembra sempre più pieno, e sempre sul punto di traboccare. Lo Zimbabwe è un Paese in cui sette anni fa fu introdotta una legge che obbliga le agenzie di stampa a sottostare a rigide condizioni. Questo condizionamento, unito ai continui arresti nei confronti dei giornalisti provenienti da fuori ha reso impossibile lo sviluppo di una informazione trasparente nel Paese. Tempi duri, insomma, per i giornalisti.
A loro non resta che accusare il governo di aver messo la museruola all’informazione, limitando pesantemente chiunque si opponga alla visione standard. Che poi è quella che ricalca il Mugabe-pensiero. L’unità nazionale in Zimbabwe sembra si paghi davvero a caro prezzo. Lo sa bene Roy Bennet, viceministro dell’agricoltura dell’opposizione arrestato con l’accusa di terrorismo in febbraio senza nemmeno riuscire a presentarsi alla cerimonia di insediamento del governo. Bennett era tesoriere del Movimento per il cambiamento democratico (Mdc), partito di opposizione militante.
E’ finito in carcere nell’esatto istante in cui ha rimesso piede in patria, dopo anni di auto-esilio in Sudafrica, per partecipare alla cerimonia di insediamento del governo. Le accuse a suo carico sono state cambiate per ben 4 volte. Poi la procura ha deciso di incriminarlo. "Possesso illegale di arma da fuoco allo scopo di commettere atti di banditismo, terrorismo, guerriglia". Ora, Bennett è un personaggio quantomeno controverso. Ex latifondista di origini britanniche, possedeva una proprietà che sei anni fa è stata sequestrata dallo Stato, in ossequio al piano di riforma agraria imposta da Mugabe.
Ma, al di là delle peculiarità del personaggio, in Zimbabwe sembra essere molto facile fare la sua fine. In un certo senso, sono tutti un po’ Bennet. E tutti si muovono in bilico fra le insidie di leggi autoritarie e disposizioni ferree. Sia Mugabe che Tsvangirai avevano confermato il loro impegno nell’instaurare un clima di fiducia per affrontare le emergenze del paese. Ferite aperte come la quelle della sanità, dell’alimentazione, della crisi economica di un Paese la cui disoccupazione supera abbondantemente il 95%.
Tsvangirai sembrerebbe il male minore. Ma si trova chiaramente ad avere le mani legate. Perché Mugabe glissa ogni sua richiesta di liberare prigionieri politici. O attivisti per i diritti umani. O semplici figure scomode. O magari giornalisti, come i due sventurati già menzionati ad inizio articolo. O come Barry Bearak, corrispondente del New York Times da Johannesburg. Che è stato arrestato dalla polizia di Harare, capitale dello Zimbabwe, mentre si trovava sul posto per seguire le elezioni politiche. Semplicemente uno dei tanti corrispondenti che si trovano nello stato africano.
Barry è stato trattenuto per "violazione delle leggi sul giornalismo". E questo è solo un episodio, neanche troppo recente. La storia dello Zimbabwe di Mugabe è piena di fatti simili. Perché si tratta di un Paese particolare. Un luogo in cui, ad esempio, i provider dovranno dotarsi di tutti gli strumenti necessari per controllare e contenere la diffusione di "informazioni pericolose" sulla Rete. Dietro tutto questo c’è, come sempre, il presidente. Che freme. E teme la diffusione di notizie "diffamatorie", di quella disinformazione che secondo lui proviene dall'Occidente.
Lui, Mugabe, ha parlato chiaro. Contrasterà il "Nuovo Ordine" dell'Occidente con tutte le forze, cercando di creare un'alternativa forte sia agli USA che al Regno Unito. Loro, i “guerrafondai" stanno minando la sovranità dei paesi "anticoloniali", dice lui con sicurezza. Paesi puri come lo Zimbabwe, insiste. Paesi che meritano rispetto, conclude. E che meriterebbero libertà, magari, e miglior fortuna, di certo. Ma questo lui, il presidente Robert Mugabe, non lo dice.
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