di Simone Petrelli
“Ancora non è pronto? Beh, il Guatemala dovrà cambiare. Perché presto potrà essere governato da una donna indigena." Non ha dubbi, Rigoberta Menchú. Per lei, premio Nobel per la pace nel 1992, il Guatemala sta cambiando. Così da Antigua, la città guatemalteca dove è a capo della seconda conferenza delle donne premio Nobel, 'Nobel Women's Initiative', la Menchù conferma ancora una volta di essere il simbolo del riscatto. Riscatto di genere, e di civiltà. Riscatto di gran coraggio, tanto più singolare in un paese dove la violenza spadroneggia. Dove la misoginia la fa da padrona. Dove il potere centrale deve scontrarsi quotidianamente con una potenza parallela che è un autentico anti-Stato.
Così ora la Menchù ha deciso di scendere in campo. Di esporsi ancor più di quanto avesse già fatto. Da un mese a questa parte sta alacremente lavorando alla creazione di un partito politico in cui rivestirà la carica di segretaria generale. Sembra si chiamerà Winaq, e nelle parole della fondatrice sarà "uno strumento capace di rivendicare l'uguaglianza etnica e di genere.” Vogliono creare una speranza nuova, in Guatemala. E sanno che si tratterà di un lavoro enorme ed enormemente difficile. Ma sanno parimenti che sarà una vera sfida, un traguardo affascinante.
Winaq eleggerà i suoi uomini già alla fine del 2010. In tempo per le prossime elezioni nazionali, previste per l’anno 2011. "Se i miei compagni penseranno che sia giusto che io corra per la presidenza, molto bene, accetterò la sfida” confida la leader indigena. “Perché mi considero capace. Capace di dirigere il mio Paese". Tutto questo ci riporta indietro, a quando Rigoberta Menchú si candidò alla presidenza contro Colom, l'attuale capo di Stato. Un’impresa sfumata senza riscuotere alcun successo.
"La situazione non si è mossa di un centimentro in questi anni” sospira la Menchù. Il razzismo è rimasto, e così la corruzione. Appiccicati alla pelle di un Paese che stenta a trovare la via della stabilità. Il Guatemala di oggi è poco più che una vittima; ostaggio di un sistema perverso, retto da autorità perverse con metodi quantomeno discutibili. I problemi ci sono, e così profondi che per risolverli non basta tutta l’energia di un presidente. Serve il Parlamento. E serve la Corte Suprema. Non solo: serve tutto il Paese, e tutta la sua buona volontà.
Forse il popolo guatemalteco non è ancora pronto. Ma dovrà esserlo presto. Per una donna che è anche indigena. La strada sarà lunga. Ma l’obiettivo non permette distrazioni. "Dobbiamo riprenderci la sedia che ci hanno tolto", ha detto la donna, raccontando il suo sogno. "Il Paese cambierà. Verrà il giorno in cui i maya non mendicheranno più, smetteranno di chiedere l'elemosina e prenderanno il potere". Mentre parla e parla del suo Guatemala, non si può non notare come la Menchù non sia cambiata di una virgola.
Uguale a quando le fu conferito il Nobel per la sua biografia del 1987, “Me llamo Rigoberta Menchú”. Un testo amaro e coraggioso, raccolto dall'antropologa Elisabeth Burgos. Secondo i detrattori, il libro conterrebbe molti fatti inventati di sana pianta. Secondo gli estimatori, qualsiasi eventuale invenzione passerebbe in secondo piano. Un rumore di fondo rispetto all'estrema importanza del dettgliato racconto dell’umiliazione sistematica da parte guatemalteca del popolo indio Maya Quichè. Tra le pagine del volume, il racconto di una Menchú bracciante agricola, già migrante all'età di cinque anni ed in condizioni che causarono la morte di tutti i suoi fratelli ed amici.
Adulta, si unì alla sua famiglia, che conduceva frattanto azioni di contrasto nei confronti delle autorità militari a causa dei loro ripetuti abusi dei diritti umani. Combattè contro la violenza, e alla fine la violenza la costrinse all'esilio all’inizio degli Anni Ottanta. Paladina della giustizia internazionale, nel 1999 ha tentato, senza successo, di far processare in un tribunale spagnolo l'ex dittatore militare Efraín Ríos Montt, reo di aver ordinato crimini contro cittadini spagnoli ed aver ordito un autentico piano di genocidio ai danni della popolazione Maya.
Ora, il Guatemala è un Paese agricolo. Ma è un Paese in cui il 3% degli abitanti possiede i 2/3 dei terreni agricoli dell’intero Paese. Colpa della casta di grandi proprietari terrieri ladinos che, in perfetto ossequio alla tradizione locale, sfrutta l’immenso bacino di manodopera a basso costo rappresentato dalla popolazione indios. Le fincas, grandi piantagioni brulicano di indigeni, indegnamente trattati e privati di qualunque diritto elementare. Al degrado fisico sovente si accompagna quello psichico dei braccianti, e l’alcolismo miete consistenti vittime generando sostanziale incapacità lavorativa futura ed inficiando lo svolgimento di una normale vita sociale.
Così caffè, cotone, canna da zucchero, banane, tabasco, cacao, agrumi crescono e si fortificano attingendo al sangue degli schiavi. E’ facile supporre che un Paese così non sia pronto al cambiamento. Ma è altrettanto facile comprendere come debba necessariamente esserlo, per tentare -almeno disperatamente- di risalire la china del degrado.
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