Introduzione
Ritanna Armeni e Rina Gagliardi
Itaca ti ha dato il bel viaggio, / senza di lei mai ti saresti messo / in viaggio: che cos'altro ti aspetti? «Itaca», una delle più celebri poesie di Konstantinos Kavafis, ritorna, come una citazione costante, in molti discorsi (e scritti) di Fausto Bertinotti: il viaggio come meta reale del viaggio stesso, e come ragione per intraprenderlo, è una metafora che si adatta quasi a perfezione non solo alla vita, ma alla politica. Per lo meno, alla concezione della politica che Bertinotti ha assunto e cercato di praticare nei suoi quasi cinquant'anni di militanza. Questo libro, non a caso, si è dato perciò un titolo «kavafisiano»: anch'esso è un piccolo viaggio che tre persone, tre vecchi amici e amiche, hanno fatto insieme, per diverse settimane, intrecciando memoria e riflessioni. Ne è uscito un colloquio fitto, a volte suo malgrado disordinato, che ha per tema principale la lunga avventura di Bertinotti nella sinistra e nel movimento operaio, dal «battesimo di fuoco» del luglio 1960 al 14 aprile 2008, il giorno amaro della débâcle elettorale. In mezzo e nel corso, c'è il Bertinotti sindacalista della Cgil, che da Novara approda alla segreteria nazionale del sindacato, e c'è il Bertinotti politico che, dopo l'uscita dal Pds (1993), diviene segretario nazionale di Rifondazione comunista, leader politico nazionale ed europeo, infine, per due anni, presidente della Camera dei deputati.
Che cos'è, dunque, questo libro? Non una biografia, ovvero non lo è del tutto, anche se sono ben presenti vicende personali – e affettive, l'infanzia operaia, la famiglia, gli amici. Non certo una summa del pensiero politico di Bertinotti, anche se, evidentemente, il suo patrimonio di analisi e proposte è ampiamente ricostruito, soprattutto nei suoi passaggi più significativi – di rottura con gli schemi tradizionali e di forte, talora radicale, innovazione, dalla critica dello stalinismo all'assunzione di una pratica nonviolenta della politica (e della trasformazione sociale). Non, infine, una storia di ciò che è accaduto in Italia negli ultimi quattro decenni del secolo scorso, anche se i riferimenti ad alcuni degli eventi principali che lo hanno segnato sono più che ampi. Forse, questa è soprattutto la storia dell'«educazione sentimentale» di un leader politico, nella quale giocoforza si incontrano tutte queste dimensioni. Una ricostruzione di percorsi di vita e di cultura, nel contesto vivo e bruciante dei fatti che abbiamo cercato di rendere nella sua problematicità – e senza consapevoli reticenze. Delle sconfitte, si parla certamente più che dei «successi», in coerenza con ciò che diceva, tanti anni fa, una grande rivoluzionaria polacca, Rosa Luxemburg: «Il movimento operaio impara più dalle sconfitte che non dall'infallibilità del comitato centrale del Partito».
L'idea di questo libro nacque in una circostanza nient'affatto gioiosa. Fu nel luglio del 2008, a Chianciano Terme, ridente cittadina del senese, dove si teneva il VII Congresso nazionale di Rifondazione comunista, in un clima molto teso, di grande contrapposizione interna. Quando Bertinotti, il «grande sconfitto» di quel congresso, prese la parola, la platea ebbe una reazione sorprendente e si produsse in quella che i cronisti usano definire una standing ovation. Tutti, quasi nessuno escluso, balzarono in piedi battendo le mani, con grande calore. Eppure, nei mesi che avevano preceduto quell'estate, tra la botta di aprile e l'asprezza del conflitto scoppiato all'interno di Rifondazione, ciò che era parso in crisi era proprio la connessione sentimentale – il feeling – tra Bertinotti e il suo partito. In realtà, così non era, o almeno non era del tutto. Quegli applausi segnalavano anzitutto riconoscenza, riconoscimento di una statura, gratitudine nei confronti del leader che aveva guidato quel partito per dodici anni e che ora abbandonava la Scena con stile, coraggio, intatta passione politica. Ma rappresentavano anche e soprattutto un desiderio corale. Il desiderio che quel ritiro fosse, in fondo, soltanto provvisorio e non preludesse a un buen retiro. Una parentesi necessaria per sancire l'ammissione «necessaria» di responsabilità. E riprendere fiato e lucidare la mente. E lavorare per un nuovo futuro, una nuova stagione politica, magari in un ruolo diverso dal passato: un lavoro di ricerca politico-culturale, non esposto alle scadenze quotidiane e alle luci della ribalta mediatica.
Fu in quel momento, più o meno, che discutemmo con Fausto l'ipotesi di provare a raccogliere in un testo relativamente organico e «completo» la sua vicenda politica e umana. Avrebbe forse potuto essere una piccola tappa di quel bilancio e di quella rivisitazione critica del passato che per un intellettuale politico come lui sono ineludibili, dopo una sconfitta così cocente. E avrebbe forse potuto produrre un primo risultato utile: utile alla sinistra da ricostruire, fin nelle sue fondamenta, e utile per capire non solo e non tanto che cosa è successo, ma per cominciare a discernere «il loglio dal grano»: dove abbiamo sbagliato e dove abbiamo avuto ragione, e ragioni. Bertinotti ebbe all'inizio molti dubbi: il tentativo gli pareva impegnativo e faticoso, come del resto era, in un momento, chiamiamolo così, storico, nel quale tutti noi ci leccavamo ancora le ferite. Da parte nostra, potevamo usufruire di una carta privilegiata: non solo una conoscenza e un'amicizia vecchia di molti lustri (dal 1980), ma una consonanza politico-culturale – e spesso una «complicità» – che si sono arricchite in anni di lavoro comune e, a larghi tratti, di stretta collaborazione. Alla fine, come sempre accade in tutti i work- in-progress che si rispettino, il viaggio è cominciato, ha proceduto per «errori e approssimazioni», si è provvisoriamente concluso trovando una forma e le «parole per dirlo». E possiamo confessarlo: questo libro, al di là di ciò che siamo riuscite a rappresentare, al di là delle sue molte imperfezioni, ci è piaciuto farlo. E vi spieghiamo brevemente perché.
Non sappiamo se, in queste pagine, Fausto Bertinotti sia davvero presente «in toto», cioè come persona, come marito, padre e nonno, e non solo come politico e intellettuale. Il cimento era particolarmente arduo: Bertinotti (così almeno ci appare) è al tempo stesso un uomo molto «complesso» e molto «semplice» – la contraddizione ci dice quasi tutto della sua inafferrabilità. Vocato al pensiero astratto, all'analisi generale dello «stato delle cose», insomma alla sintesi teorica, non ha mai sottovalutato la dimensione concreta, e materiale, della vita: i bisogni, le particolarità, le «condizioni» reali sia della società, vista sempre dall'ottica delle classi subalterne, sia dei singoli individui. Ma forse non ha mai applicato a se stesso, fino in fondo, questi ultimi paradigmi. Ha sempre fatto le sue scelte con fortissima coerenza e tenacia, ma spesso facendo prevalere il senso del dovere – il senso di responsabilità – su ogni altra eventuale pulsione. Ha seguito, quasi senza eccezione, una pratica di rispetto assoluto per la libertà degli altri, di ogni persona, ma forse spesso ha sacrificato la propria. Ha lavorato sodo, in molti momenti a ritmi infernali, pur apprezzando tutti i piaceri dell'otium e perfino della frivolezza. In breve: mentre è capace di intrecciare concetti, induzioni e deduzioni – le più sorprendenti, che da particolari minuti o da dettagli individuali o da storie singole risalgono al generale e trovano un senso generale – Fausto appare reticente nel pronunciare un pronome: Io. Anche quando si tratta di sue proprie, indiscutibilmente tali, idee, elaborazioni o «creazioni». Anche se e quando lo si interroga su eventi che lo hanno visto protagonista o sulle sue esperienze di direzione politica. In questo, forse Bertinotti è un figlio tradizionale del movimento operaio, erede di una cultura, socialista e comunista che considerava l'ego – la rivendicazione dell'«io» – una manifestazione di subalternità alla cultura borghese. Ma, appunto, Bertinotti è anche e soprattutto un innovatore, un revisionista (di sinistra) senza rimorsi, uno che è capace di mettere a soqquadro tutti gli schemi consolidati, e tutte le vecchie certezze, se questo gli appare giusto o necessario. Ed ecco, di nuovo, il quasi-ossimoro: un «operaista» semplice, che colloca tutta intera la propria stessa individualità in grandi categorie semplici (la lotta di classe, il salario, il contratto), un intellettuale complesso e «spregiudicato», quanto a curiosità per tutto ciò che è bello e interessante, quanto ai nuovi paradigmi (di genere, di ambiente, di rapporto individuo/società) che di colpo squarciano la realtà con nuovi lampi. Quando ci dirà che, fin dalla sua giovinezza, è sempre stato attratto da due grandi filoni di pensiero, quello rivoluzionario, marxiano, operaio e quello liberale, democratico radicale, e mai in realtà da quello riformista, ci comunica un'originalità di approccio sua propria e, al fondo, un altro ossimoro. E quando ci narrerà delle sue scelte, ci dirà quasi sempre di scelte in fondo molto pragmatiche, oltre che comprensibili e comunicabili: la politica, anche quando rifiuti le formule facili, domanda per definizione una tale «semplice» concretezza, e perfino un grado adeguato di improvvisazione, cioè di capacità di intervenire nei processi al momento «giusto», non prima e non dopo. Ma dietro questa «semplicità», c'è sempre un'elaborazione, un'idea per nulla semplice. Come tutti i veri innovatori (e come tutti i veri sindacalisti), Bertinotti impara anche dagli avversari, cerca (e spesso trova) la verità interna che presiede comunque a ogni posizione, la più diversa e lontana, approda a sintesi sempre parziali, che sono però sempre «interi» coerenti.
In questa disponibilità all'ascolto e al cambiamento, sta forse la cifra del fascino che Fausto Bertinotti esercita non solo a sinistra, ma in vaste porzioni di mondo – e anche in partibus infidelium. Noi speriamo di essere riuscite a restituirvi il piacere di conversazioni che non ci consolano, ma ci spingono a pensare.
Devi augurarti che la strada sia lunga, Fausto Bertinotti, Ritanna Armeni, Rina Gagliardi
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