di Simone Petrelli
A Kathamndu non si respira. Non per il caldo. Non per l’aria rarefatta. Ma perchè, dopo le dimissioni di “Prachanda”, il Paese sprofonda in fretta. E alla fine della discesa c’è un solo mostro in attesa. E’ la crisi politica. Andato via il premier, la testa pensante del movimento maoista ed ex leader della guerriglia Pushpa Kamal Dahal, il Nepal sembra condannato. Scontri si sono già verificati poche ore fa tra polizia e dimostranti maoisti. E nella capitale, le autorità hanno vietato nuove manifestazioni in centro. E’ arrivato l’esercito, in tutta fretta. A protezione degli edifici governativi ed in particolari attorno alla residenza di Ram Baran Yadav, il presidente.
Proprio qui davanti, i maoisti hanno pianificato un’altra, imponente manifestazione. Ed è tornato il rischio degli. Ma perché tutto questo sta accadendo? La crisi c’è, nessun dubbio. E’ scoppiata giorni fa, dopo che il presidente ha invalidato l’ordine di rimozione del capo dell'esercito spiccato da Prachanda in persona. Il leader maoista aveva apertamente accusato il capo di stato maggiore, generale Rukmanga (o Rookmangud) Katawal, di aver violato palesemente gli accordi di pace riguardanti l'integrazione degli ex guerriglieri, maoisti suoi uomini, all’interno del neonato esercito repubblicano.
Ora, le dimissioni di Prachanda stanno creando un effetto miccia, trigger coem dicono gli analisti di geopolitica. Una sorta di domino, dove un’azione crea una serie sterminata di reazioni anche pesanti. Perchè i vecchi partiti, quelli saliti alla ribalta nell’ormai lontana èra monarchica, si sono detti d’ora in poi disponibili a procedere alla formazione di un nuovo governo. Così le carte in tavola cambiano ancora una volta, ed in modo inaspettato. Il rischio del giorno è infatti ciò che fino a qualche tempo fa sarebbe stato impensabile nel “nuovo” Nepal. L'esclusione dal potere -e soprattutto dall'esercito- dei maoisti. Bello schiaffo morale, per loro che hanno stravinto le prime elezioni dopo la fine della guerra civile.
Gran brutto affare per il Paese, che vede i suoi equilibri ancora fragili scricchiolare ancora una volta. Mentre la riesplosione del conflitto fa passi da gigante. Il caos, insomma, avanza. E siamo solo ad un anno di distanza dalla caduta della monarchia. Nuove incognite pesano sulla già difficoltosa transizione politica dell'ex regno ai piedi dell’Himalaya verso la sospirata “Repubblica democratica indipendente, indivisibile, sovrana.” Quel sogno che, contemplato negli accordi di pace stilati tre anni fa, sembra già allontanarsi di nuovo. Così, ora sta ai principali partiti dar vita a nuove trattative per formare un’altra coalizione di governo. dopo
Prachanda, "il fiero", se n’è andato. Ed il presidente Yadav ha dato il suo ultimatum. Attenderà fino a sabato per risolvere la crisi. E non vorrebbe proprio assistere ad un compromesso con i maoisti. Loro, per buon peso, hanno deciso di bloccare i lavori parlamentari. E continuano a minacciare sommosse in grande stile e disordini di piazza. Ma i dati sarebbero dalla loro parte. 238 seggi su 601, il partito maoista è indiscutibilmente prima forza nell'Assemblea Costituente uscita dalle prime elezioni democratiche dell'aprile 2008.
Praticamente hanno il diritto di mettere mano sulla nuova costituzione che in teoria dovrebbe essere portata a compimento entro il mese di maggio 2010. Dietro di loro il Congresso Nepalese, di vedute tradizional-conservatrici e sotto l’egida della famiglia Koirala con appena la metà dei seggi (114). Terzo, il partito comunista CPN, che con i suoi 110 seggi ha fatto da ago della bilancia nella crisi. Sono stati proprio loro infatti a ritirarsi dalla coalizione di governo, dando l’avvio al moto discendente. Per protesta contro la decisione di Prachanda di "silurare" Katawal l’insubordinato.
Anche la comunità internazionale sembra aver respirato l’aria di Katmandu. Suda, e teme che per uscire dalla crisi il Nepal sarà costretto ad andare anticipatamente alle urne. Teme che i maoisti siano confinati all’opposizione. E, ciò che è peggio, che i seguaci di Prachanda riprendano la lotta armata. Ma un’altra guerra civile non si può fare. L’ultima, quella appena conclusa, e seppellita in tutta fretta, in dieci anni di paura e tensione ha tolto di mezzo 13,000 persone.
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