di Simone Petrelli
Un Primo Maggio con la tensione alle stelle e l’esercito per le strade. Questo alla fine i cittadini di Nouackchott hanno avuto in sorte. Perché qui non si manifesta, o sono guai. Qui non è Primo Maggio, non può esserelo, non è permesso. Ogni tentativo di scendere in piazza, ogni assembramento, ogni festeggiamento sarà represso senza mezzi termini. Il Supremo Consiglio di Stato ha parlato chiaro, e la notizia è stata diffusa in fretta dall’agenzia al-Akhbar. “Il nuovo piano di polizia vuole evitare scontri” si leggeva fra le righe del comunicato, “e la possibilità che l’opposizione politica, che fa capo al generale Mohammed Ould al-Ghazouani, possa sfruttare l’occasione.”
Il rischio è presto detto: l’opposizione potrebbe servirsi dell’occasione per esercitare pressioni rilevanti sulla giunta militare che governa il Paese e far cancellare le elezioni presidenziali indette per il prossimo 6 di giugno. Nell’ottica del potere locale, i gruppi sindacali potrebbero intromettersi e, con un po’ di fortuna e molto rumore, riuscire nell’intento di destabilizzare l’ordine costituito, approfittando della Giornata Mondiale del Lavoro per sovvertire il governo. Che poi non è altro che una giunta militare insediatasi in Mauritania dopo il copo di stato dell’agosto scorso.
Ma il Primo Maggio di Nouakchott comincia ugualmente. Molto presto al mattino. Sono appena le otto e già il primo corteo si forma davanti al Ministero del Petrolio. Alcune stime parlano addirittura di diecimila persone. Operai e dipendenti, caschi rossi e colletti bianchi. Alcuni hanno indosso magliette di cotone leggerissimo con stampato il brand della loro società. Mini-spettacoli di intrattenimento fieristico e poi prendono subito la parola i leader sindacali, il CFD – Coordinamento Forze Democratiche. Sono i maggiori oppositori della giunta, il nemico pubblico.
Ed i manifestanti lo sanno. Coi loro cartelli dicono NO al golpe, cercano di cancellare 8 mesi di governo fantasma. Ma in strada c’è la Guardia Nazionale. In forze, le camionette affollate di agenti in tenuta antisommossa. Appostati in silenzio, nei punti più strategici della città. Come già si era visto ai tempi del golpe. Tra i militari fioccano i passamontagna, perché molti non ci tengono proprio ad essere riconosciuti. Sono in strada già dal giorno prima. Dall’ennesima manifestazione, quella che il Fronte Nazionale per la Difesa della Democrazia ha organizzato di rimpetto al Parlamento, per richiedere al governo la sospirata liberazione dei prigionieri politici.
Tra gli illustri detenuti, l’ex primo ministro Yahya Ould Ahmed Waghf, ed altri esponenti del vecchio governo ormai schiacciato dai militari e da un copo di stato che questi ultimi si sono affrettati a far passare davanti agli occhi di tutti come legittimo tentativo di ristabilire l’ordine in un Paese pieno di problemi. Allora, la polizia aveva attaccato il corteo a colpi di manganello. Mentre in aria sibilavano i lacrimogeni. In terra, tanti contusi. Compresi i deputati dell’opposizione che marciavano in prima fila. Ormai il Primo Maggio è passato. La prossima tappa è un’altra.
Le elezioni presidenziali, fissate dalla giunta per giugno. Secondo molti non si tratterà che di una misera farsa, l’ennesimo maldestro mezzo per legittimare il colpo di Stato agli occhi della comunità internazionale. Le forze democratiche mauritane si sono imposte una condotta che ha dell’ascetico. Faranno finta di non esistere. In un Paese imbavagliato, loro non vogliono starci. E faranno come se davvero non ci fossero mai stati. Non partecipando al voto. Boicottando le elezioni e lasciando il terreno sgombro per le losche manovre dei militari.
Hanno riflettuto, tra le fila dell’opposizione. E per loro non ci sono proprio le condizioni minime per presentarsi ai seggi. Con la giunta che controlla anche l’unico canale televisivo-radiofonico del Paese e si permette di utilizzarlo senza freni per farsi pubblicità in vista della campagna elettorale ancora di là da venire, la scelta non è poi così insensata. Tutti i fedelissimi del regime sono al sicuro. Blindati nei posti chiave dell’amministrazione. E, peggio ancora, negli uffici elettorali. La giunta è straricca, con le mani saldamente strette sulle casse nazionali. E gode di appoggi sconfinati nel Maghreb.
Tutti dalla parte della Mauritania. Tutti tranne l’Algeria, che l’ha avversata da sempre. Tutti tranne la popolazione, che sogna di essere altrove. Ma che in giugno, se continua così, andrà alle urne per votare la sua condanna.
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