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Articolo 21 - Libri
Vent'anni con Berlusconi (di Nicola Tranfaglia)
Vent'anni con Berlusconi (di Nicola Tranfaglia)

Come è riuscito Berlusconi a vincere le elezioni dell'aprile 2008? Perché gli italiani lo hanno rivoluto al governo nonostante le prove non brillanti delle esperienze precedenti? E perché la sinistra estrema è sparita dal Parlamento, mentre il PD non è riuscito a capitalizzare le cose buone fatte dal governo Prodi? Cosa è realmente accaduto negli ultimi 15 anni in Italia? A queste domande Tranfaglia risponde sul piano storico. Ripercorre in maniera chiara e rigorosa la storia della cosiddetta "seconda Repubblica" a partire dalla stagione di Mani Pulite fino alla rivincita di Berlusconi, passando per le varie alchimie del centro-sinistra. Utilizza tutte le fonti ufficiali a disposizione e le interessanti testimonianze dei principali protagonisti. Traccia così una delle prime sintesi della storia italiana recente e individua i principali temi sul tappeto del futuro prossimo.

Vent'anni con Berlusconi (1993-2013)
di Nicola Tranfaglia
Listino
€ 16,50
Editore Garzanti

 
I capitolo
Gli errori della sinistra e la vittoria della destra

Sono trascorsi ormai più di vent’anni da quel momento cruciale della storia italiana in cui a livello internazionale è imploso l’impero sovietico e il comunismo che aveva regnato sull’Unione Sovietico per oltre settannt’anni e, a livello nazionale, era crollato il sistema politico repubblicano attraverso le inchieste giudiziarie del ’92-93 che avevano messo in luce la grave corruzione pubblica del precedente trentennio.
Ma, nella pur ampia produzione scientifica degli anni novanta sulla storia della repubblica che ha dato vita a due grandi opere collettive edite dagli editori Einaudi e Laterza  e a molti singoli  contributi di  storici,  lo spazio e l’attenzione dedicata agli ultimi venti anni é stata, di necessità, assai scarsa sia perché molte di queste opere si sono fermate all’inizio degli anni novanta sia perché, prima degli ultimi avvenimenti, il futuro  appariva per molti aspetti molto incerto e indeterminato.
Si tratta, in ogni caso, di un lavoro intenso e fecondo che pone le basi per chi intende portare avanti la narrazione critica degli ultimi anni, ma non é questa l’occasione per tentarne un bilancio critico.
Dai saggi e dalle ricerche contenute in quelle storie e in molti altri volumi  dedicati all’economia, alla società,alla politica e alla cultura sono emersi alcuni nodi cruciali dai quali é necessario partire per proporre una prima interpretazione dei nodi essenziali nell’ultimo ventennio.
Il  nodo critico che vale la pena anzitutto sottolineare riguarda la divisione dell’intero sessantennio repubblicano  in tre parti che si differenziano nettamente tra loro.
La prima é quella della ricostruzione del paese,del cosiddetto “miracolo economico” e del centro-sinistra e si conclude alla metà degli anni settanta.
Per questo primo periodo si può parlare - come ha fatto per primo Pietro Scoppola - di una repubblica dei partiti dominata dal ruolo dei due partiti di massa per eccellenza, la Democrazia cristiana e il Partito comunista italiano, legata l’una politicamente e finanziariamente agli Stati Uniti, l’altro allo stesso modo all’Unione Sovietica, senza dimenticare che, nel primo caso, il rapporto era con un paese democratico che dominava l’intero Occidente, nel secondo con un regime totalitario, poi post- totalitario ma sempre a partito unico, dominatore, a sua volta, dell’Europa orientale.
Lucio Caracciolo, nel saggio che conclude la “Storia d’Italia” edita da Laterza, ha indicato l’Italia “sotto il profilo geopolitico e della sua collocazione internazionale, come un semi-protettorato americano.
E’ una definizione fondata, come tutte quelle che si devono a studiosi che lavorano con metodi corretti, anche se discutibile come tutte le altre possibili, da  quella che ha parlato di sovranità limitata o di doppia lealtà da parte della classe dirigente di governo, come l’ha definita  Franco De Felice nella “Storia dell’Italia repubblicana” edita da Einaudi.
Tutte queste definizioni, al di là dell’una o dell’altra tesi specifica cui si riferiscono, sottolineano comunque, a ragione,  l’importanza centrale in quegli anni della guerra fredda tra il blocco occidentale e quello filosovietico, delle peculiarità di un paese come il nostro che fece quasi da spartiacque tra le sfere di influenza delle due superpotenze, delle contraddizioni che derivavano dall’essere l’Italia uno degli alleati strategicamente decisivi del blocco occidentale ma anche di avere, al proprio interno, il più grande partito comunista dell’Europa, legato, sia pure in maniera   contraddittoria e via via meno vincolante, all’Unione Sovietica.
Caracciolo ha parlato anche, nella sua definizione, di un paese che, sotto l’aspetto politico-istituzionale,”é una democrazia consociativa” ma sembra difficile applicare questo attributo all’intero primo trentennio repubblicano. Certo é che gli anni settanta aprono una grave crisi nella storia repubblicana che nasce dall’esaurimento dell’alleanza di centro-sinistra tra democristiani, socialisti e partiti laici di terza forza, dalla crisi economica succeduta ai mutamenti dell’apparato produttivo ma anche agli eventi internazionali, a cominciare dalla questione petrolifera ed energetica, dalla lentezza che caratterizza l’evoluzione occidentale del partito comunista e delle altre forze della sinistra, dalle difficoltà crescenti dei partiti e del sistema politico-istituzionale costruito dai costituenti nell’Italia, assai diversa, degli anni quaranta.
Il tentativo di “compromesso storico”, o meglio ancora di “solidarietà nazionale” compiuto di fronte all’espansione dei terrorismi e alla crisi economica e dei partiti, grazie al dialogo tra Enrico Berlinguer e Aldo Moro, due uomini politici con una formazione politico-culturale molto diversa ma accomunati dalla profonda preoccupazione per il destino del nostro paese, fallisce a seguito di una molteplicità di fattori, uno dei quali (ma non certo l’unico) é, senza alcun dubbio, il rapimento e l’assassinio del leader cattolico, che, ancora oggi, nonostante numerosi processi e inchieste parlamentari, conserva purtroppo, a mio avviso, evidenti punti oscuri.
La stabilizzazione politica,  tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, produce la sconfitta politica e militare del terrorismo “rosso” e “nero”(che peraltro l’aveva propiziata piuttosto che ostacolata,come molti pensarono e scrissero) ma non risolve i problemi del sistema politico e istituzionale e trascina per un decennio la crisi della repubblica.
E, nello stesso tempo, con la tardiva consapevolezza da parte degli uomini di governo, e ancora di più, dell’opinione pubblica, manipolata da mezzi di comunicazione a loro volta reticenti e legati in maniera subalterna alle forze politiche ed economiche dominanti, dell’accumulazione di un debito pubblico di dimensioni enormi passato, tra il 1980 e il 1993, dal 59 per cento al 119 per cento del prodotto interno lordo, precipitato negli anni ottanta.
Con i primi anni novanta e la scomparsa dell’Unione Sovietica, la crisi si aggrava di fronte all’inchiesta giudiziaria di Milano, all’inventario di una corruzione pubblica e privata capillare che investe in primo luogo  i principali leader dei partiti di governo, la Democrazia cristiana e il Partito socialista (ma anche, sia pure con caratteristiche diverse, gli altri partiti politici, incluso il Partito comunista) una parte non piccola di imprenditori e settori rilevanti degli apparati della pubblica amministrazione al centro, come nella periferia del paese.
Cessano di esistere  i partiti principali del centro-sinistra mentre il Partito comunista, a sua volta, si scioglie e dà vita a due forze politiche in aspro contrasto tra loro, il Partito democratico della sinistra e il Partito della rifondazione comunista. Il primo non riesce, a causa di contrasti interni e di una crisi culturale tuttora non superata, a compiere la svolta fino in fondo, il secondo si attesta su una linea di opposizione pregiudiziale e di movimentismo non adeguato alle trasformazioni della società italiana.
Ed é a questo punto che ha inizio il terzo, e, per ora ultimo, periodo, della storia repubblicana; quello di cui intendiamo  tracciare, sia pure sinteticamente, in queste pagine un breve profilo, particolarmente attento agli avvenimenti dell’ultimi venti anni, allo scontro politico accesosi dopo la discesa in campo di Silvio Berlusconi, ai programmi e ai modelli di società che le forze politiche del centro-destra e del centro-sinistra hanno proposto sul piano elettorale agli italiani.
Questo ultimo periodo si avvia ad essere, alla fine di questa legislatura 2008-2013 ormai  un ventennio, equivalente come tempi, alla dittatura fascista ed è senza dubbio alcuno sotto l’egemonia di Silvio Berlusconi che lo ha governato per più di dieci anni e che anche come capo dell’opposizione grazie alla sua immensa ricchezza personale, alla presenza di tre canali televisivi e di una pubblicità radiotelevisiva in gran parte nelle sue mani ha dominato l’orizzonte economico, politico e culturale del nostro paese.
Il nostro ’obbiettivo non è quello  di offrire una ricostruzione storica completa del ventennio ma piuttosto  di chiarire momenti e problemi cruciali  di un percorso destinato a influenzare a fondo il futuro dell’Italia verso un approdo  ancora indeterminato.
Per citare ancora il saggio di Lucio Caracciolo “l’idea di transizione suppone il compimento di un percorso. Da un ordine all’altro. E’ una visione in sé postera di chi ha raggiunto l’altra sponda e ripercorre il guado con l’occhio della mente. Noi non abbiamo ancora guadagnato questo punto di vista. Non sappiamo se alla Prima repubblica succederà una Seconda. La storia é aperta e ha molta più fantasia di noi.
La “transizione” potrebbe essere infinita o finire con la scomparsa dello Stato Italia, frantumato in più staterelli o sussunto in uno Stato europeo. Potrebbe concludersi in un regime non più democratico.”
Non parliamo, dunque, né di transizione e, tanto meno, di prime e seconde repubbliche.
Vorremmo ripercorrere, invece, con i lettori, gli  anni centrali  del  ventennio cruciale dell’Italia repubblicana, almeno nei suoi momenti decisivi, nel tentativo di comprendere meglio il momento assai difficile e buio che il nostro paese sta attraversando verso una sponda  ancora ignota.
E sulla quale, con l’avvento al potere di una coalizione raccolta da un imprenditore assai abile ma troppo spregiudicato come Silvio Berlusconi con forze eterogenee all’interno delle quali dominano la soggezione al capo carismatico dotato di enormi risorse finanziarie e il tentativo di cambiare radicalmente la società italiana.
E’ ormai sicuro,  il disegno  di Berlusconi e dei suoi alleati di smantellare  lo Stato sociale e la costituzione repubblicana del 1948 in modo da  creare un regime presidenziale fondato su un populismo plebiscitario che si basa  sull’asservimento di chi non é d’accordo, grazie anche al dominio ottenuto negli anni precedenti sui mezzi di comunicazione di massa e con l’affermarsi nel paese, grazie alle televisioni berlusconiane, di un modello culturale fondato sul successo e sul denaro simile a quello  sudamericano  a cui le forze di centro-sinistra non sono riuscite, negli stessi anni, ad opporre una valida alternativa tale da contrastare la deriva plebiscitaria della società italiana.
Un regime populista di tipo sudamericano é una prospettiva tutt’altro che piacevole, non c’é dubbio, per tutti gli italiani che non si riconoscono nella Casa delle libertà (divenuto da poco il Popolo della Libertà aderente al Partito Popolare Europeo)  e nella politica concretamente attuata dai governi Berlusconi.
Molti hanno sperato in questi anni che la crisi della repubblica servisse ad eliminare (o almeno a ridurre) alcuni mali storici del nostro paese, dalla corruzione diffusa all’attività sempre più penetrante delle associazioni mafiose, da un’economia caratterizzata da monopoli ed oligopoli invece che da una libera concorrenza; da mezzi di comunicazione di massa in genere troppo ossequienti al potere e per nulla attenti agli interessi generali dei lettori e spettatori, come della maggioranza degli italiani.
Una riflessione storica come quella che segue richiede, per risultare attendibile, una chiara e documentata autocritica della strategia seguita dalle forze democratiche della sinistra e del centro che hanno governato per cinque anni il paese dal 1996 al 2001 e poi di nuovo, per soli due anni, dal 2006 al 2008.
Ma esige, nello stesso tempo, di individuare gli errori   essenziali compiuti nel periodo precedente del decennio e i fattori che hanno concorso, negli stessi anni, all’ascesa della coalizione di centro-destra: cioè attraverso un’azione  spesso sottovalutata o ignorata dall’opinione pubblica, anche per la debolezza del sistema dell’informazione, che ha fatto (e continua a fare complessivamente)  assai male il suo mestiere.
Per esempio, l’informazione quotidiana e periodica si é guardata bene dal seguire l’evoluzione dei partiti della destra dopo la metà degli anni novanta, in particolare di Forza Italia trasformatasi dopo la sconfitta dell’aprile 1996 da partito aziendale e mediatico ad organizzazione politica insediata nel territorio. Un partito capace di mobilitare ceti sociali disorientati dai mutamenti in corso e, almeno in parte, privi di strumenti autonomi di interpretazione della società postindustriale.
Quando anche a sinistra si continua a sostenere che la destra non ha incominciato a costruire una sorta di regime di nuovo genere - non certo fascista nel senso classico del temine, ma di sicuro illiberale per gli elementi populistici e peronisti che lo caratterizzano - si dimostra di avere gli occhi bendati e di non vedere quello che sta accadendo.
Certo, come ha sostenuto di recente Massimo D’Alema, il successo Berlusconi non é un fenomeno irrazionale, come non lo era stato quello di Peron in Argentina, ma é l’effetto, nello stesso tempo, di una certa evoluzione della destra italiana e degli errori assai gravi della sinistra: non ammettere di aver sbagliato é un ulteriore errore che può portare ad effetti disastrosi per la sinistra ma più ancora per l’intero paese.
Un’ultima precisazione dovuta ai lettori.
Lo studioso di fenomeni storici parte sempre da un interrogativo che gli fa da stimolo e da guida nell’indagine che vuole intraprendere, e al quale cerca di rispondere raccogliendo e vagliando, con le armi della critica e con l’uso delle fonti necessarie, i documenti che utilizza nel suo lavoro e verificando durante la ricerca la fondatezza dell’ipotesi e l’eventuale necessità di modificarla. 
Prima di dar inizio a questo lavoro, mi sono chiesto con insistenza quali sono le ragioni vicine e remote che hanno condotto gli italiani, dopo alcuni anni di governo, peraltro ricco di luci e di ombre, delle forze raccolte intorno al centro-sinistra, ad affidare alla fine per tre volte, nel 1994, al 2001 al 2006 e ancora nella legislatura tra il 2008 e il 20013, il governo del paese alla coalizione guidata da Silvio Berlusconi.
Questo é il quesito principale che mi ha spinto a cercar di ricostruire gli ultimi venti  anni della politica italiana.  Saranno i lettori a dire, alla fine, se la mia ricerca ha raggiunto, almeno in parte, i suoi obbiettivi.
L’ipotesi che ha sostenuto la ricerca parte dalla constatazione che un modello come quello introdotto da Berlusconi in Italia ha guadagnato non soltanto chi si colloca a destra ma anche una parte rilevante del ceto politico e dirigente che si dichiara di sinistra ma che, nell’ideologia e soprattutto nei comportamenti, appare per certi aspetti sedotto e condizionato dal modello berlusconiano.
Quanto alla sconfitta e al declino dell’Ulivo e del centro-sinistra, l’ipotesi è  che si debbano all’esistenza (all’interno della coalizione che ha vinto le elezioni dell’aprile 1996) di due strategie alla lunga inconciliabili: da un lato,  ricostruire un’identità nuova della sinistra fondata sull’Ulivo come soggetto politico in grado di sostituire i vecchi partiti e di superare vizi ed errori della vecchia politica per riformare l’Italia; dall’atro, andare incontro al modello berlusconiano (è la strategia che ha prevalso), attuando riforme incomplete e pasticciate, in grado peraltro di mantenere il dialogo aperto con l’opposizione di centro-destra.
Le forze di centro e di sinistra che fino agli anni Settanta avevano conservato un’egemonia culturale e politica rispetto alla destra, negli anni della crisi del sistema politico hanno perduto tale egemonia e hanno imitato il modello berlusconiano, nell’incapacità sempre più evidente di contrapporvi un modello alternativo.
Occorre anche  ricordare che il modello berlusconiano non fa che consolidare quello di americanizzazione perseguito nei primi trent’anni dell’Italia repubblicana, piegandone le forme politiche al presidenzialismo plebiscitario ma salvandone, nella sostanza, il sistema economico di sviluppo.
Le fonti che ho utilizzato, incrociandole e mettendole a confronto tutte le volte in cui é stato possibile, sono per la maggior parte  dichiarazioni ufficiali o atti  parlamentari, articoli giornalistici scritti da testimoni o protagonisti sulla scena politica, saggi e ricerche pubblicate negli ultimi anni da studiosi di storia e di scienze sociali, alcune significative testimonianze concesse all’autore in conversazioni riservate con attori e testimoni del “dramma”.
Chi scrive, é il caso di ricordarlo, non viene dal marxismo ma da una formazione democratica  nel Mezzogiorno degli anni cinquanta e sessanta,intorno alla rivista “Nord e Sud” di Francesco Compagna,Vittorio de Caprariis e Giuseppe Galasso e al settimanale “Il Mondo” di Mario Pannunzio.
Negli anni successivi ho sperato con grande tenacia (qualcuno dirà ingenuità e non lo escludo) che il nostro Paese potesse giungere, sia pure per gradi, all’attuazione compiuta della Costituzione repubblicana del 1948 e all’integrazione delle masse popolari nello Stato democratico grazie all’azione di una sinistra democratica, finalmente liberata dai legami con l’Unione Sovietica, fedele (come sono sempre rimasto) all’insegnamento di uomini come Carlo Rosselli, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, Piero Calamandrei, Alessandro Galante Garrone.
Dopo aver speso la mia vita soprattutto nella ricerca storica e nell’insegnamento universitario ho accettato nella seconda metà degli anni novanta di candidarmi prima nelle liste del Partito dei Democratici di sinistra al Comune di Torino, quindi nel 2006 in quelle del Partito dei comunisti italiani al parlamento nazionale.
Eletto deputato, ho lavorato intensamente  nella quindicesima legislatura nelle commissioni della  Cultura e della Vigilanza Radiotelevisiva  presso la Camera dei Deputati.
E’ stata un’esperienza utile a comprendere i meccanismi di funzionamento delle assemblee legislative ma assai poco feconda sul piano politico per le incertezze e contraddizioni della coalizione di centro-sinistra e per  la difficoltà di collaborazione minima con quella di centro-destra.
In particolare ho dovuto verificare l’assenza di democrazia in tutti i partiti politici e nella sinistra, non meno che nella destra, e, inoltre, l’inaccettabilità di alcune posizioni assunte dai comunisti italiani rispetto alle dittature dell’Asia e dell’America Latina.
Malgrado simili contraddizioni, la storia dell’ultimo ventennio, dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda, aveva  alimentato con forza le mie speranze, come quelle di tanti italiani, ma gli errori compiuti a sinistra e l’offensiva vittoriosa di una destra pericolosa e inaffidabile  ci hanno condotto negli ultimi anni  a un brusco risveglio e a una situazione che corre il rischio di farci andare indietro piuttosto che avanti rispetto al resto dell’Europa.
Da questo punto di vista una riflessione serena su quel che é avvenuto può aiutare chi non ha deciso di  arrendersi ed accettare una modernizzazione antidemocratica e autoritaria.
A chi mi chiede se viviamo già in un regime autoritario - certo diverso dal fascismo ma per certi aspetti non meno preoccupante - rispondo che il governo Berlusconi lo ha già in gran parte  costruito.
 

Dalla rete di Articolo 21