di Simone Petrelli
In tempi ormai lontani era questo, e poco più. L’esotica ambientazione di tante delle cronache scritte dalla penna geniale di Gabriel Garcìa Marquez. Antioquia, Colombia. Da oggi verrà ricordata anche per altro. Per esempio, perché ha fatto da teatro alla cattura dell'uomo più ricercato di Colombia, quel Don Mario che molto presto prenderà la via degli Stati Uniti per essere processato. Il genio del narcotraffico è caduto qui. Coperto di foglie di palma e lenzuola. Nell’ultimo, disperato tentativo di sottrarsi alla giustizia. Che però alla fine l’ha scovato comunque. A Manuel Cuello, per la precisione, in una miserabile frazione di Turbo, nei dintorni di Antioquia.
Daniel Rendón, al secolo Don Mario, è il narcotrafficante più ricercato del Paese. Ed un ex patròn di paracos, i paramilitari che tanto sangue innocente hanno preso a spargere nella regione. Un vizio di famiglia, quello della violenza, per i Rendòn. Perché Don Mario aveva sempre contato su Freddy, suo fratello, al secolo Il Tedesco, El Alemàn. Appena tre anni fa comandavano alcuni agguerriti reparti di Auc. Gente disposta a tutto. E capace di perseguitare le comunità locali, i civili, gli inermi. Tra il Chocò e l’Antioquia era tutta terra loro. E guai a chi si intrometteva.
Neanche Alvaro Uribe era riuscito a fermarlo. Neanche la Ley de Justicia y Paz, con la promessa di riduzione di pena in cambio della deposizione delle armi. Don Mario all’inizio sembrava aver preso in considerazione la cosa. Ma poi si era dato alla macchia. Uccel di bosco fra le selve. Mentre molti dei suoi fedelissimi cadevano, lui aveva scelto, ancora una volta, il narcotraffico. E la potestà sugli squadroni della morte. Così, Das e Dea lo cercavano da lungo tempo. E nelle ultime due settimane l’assedio era diventato sempre più stretto.
Finchè non era arrivata l’ultima segnalazione. Quella fatale. Col signore della droga e della guerra individuato mentre pernottava a Turbo. Protetto dai suoi uomini, dal piombo e dall’acciaio dei cinque fedelissimi pronti a tutto. Polizia infiltrata in tutta l’area. Falsi medici, falsi venditori ambulanti, falsi religiosi. Così era scattata l’operazione. Primo a cadere Jaime Culma, El Puma, professione luogotenente. Poi Junith Márquez, l’anonima impiegata del municipio di San Pedro de Urabá che gestiva neanche troppo in segreto i contatti del narcotrafficante.
Mangiava del riso con le mani, Don Mario. Seduto in terra, cenava tranquillamente, sulle spalle i suoi 45 anni volati in fretta da bandito e sanguinario. Nato a metà degli Anni Sessanta nelle campagne di Amalfi, in Antioquia, aveva intrapreso assai presto la via del fucile. Prima in Urabà, con l’Autodifesa e contro la guerriglia. Poi nello Llanos Orientales, al fianco dei Centauros di Miguel El Arcangel Arroyane. Insieme, i due estesero l’ombra nera dell’influenza paramilitare fino alle porte della capitale. Mossero guerra a Hector Buitrago, dell’Autodifesa Contadina del Casanare. E li travolsero.
Alla fine dello scontro fu solo Don Mario. Il sovrano incontrastato dei Llanos. Nel 2003 le Auc cominciarono ad avvicinarsi al governo. E Don Mario comprese che era giunto il tempo del doppio gioco. Gestì la smobilitazione. Ma non interruppe il narcotraffico. Arroyane cadde per mano dei suoi nel settembre del 2004. E Don Mario prese a studiare mosse per appropriarsi di tutto quanto. Fino all'agosto del 2006, quando i due Rendòn si decisero per la smobilitazione. Pessima mossa. Pochi lo seguirono. E in Urabá tutti i giochi rimasero intatti.
Con la pace tra Auc e Bogotà in crisi, Don Mario tornò all’antica rotta. Quella della clandestinità, della malavita, del sangue. Si nascose laddove era cresciuto, in Urabá. Per lucidare le insegne di battaglia e riorganizzare le squadre di paracos. Da Urabà l’infezione passò a tutto il Chocó, e di qui a Còrdoba e La Guajira. Tremila, i morti della sua personale guerra per il potere. Oggi Don Mario è una celebrità. Un’eroe nero. Con amici ed affari in ogni luogo. Contatti ovunque. C’è di mezzo persino il fratello del ministro degli Interni Fabio Valencia.
E’ questo che fa tanta paura a Bogotà. Amici pontenti e favori da riscattare. Per questo l’estradizione sarà fulminea. Perché bisogna fare in fretta. O i segreti di piombo dell’Uomo Nero, del nemico pubblico numero uno e delle sue orde di narcos scateneranno il pandemonio.
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