di Simone Petrelli
La prima volta di New Delhi. Con la piattaforma che vacilla sotto la spinta prepotente del reattore. E l’aria sopra Chandipur, distretto di Balasore, stato dell’Orissa, che diventa per un attimo più incandescente del solito. Così inizia l’avventura indiana. Un’epopea pericolosa. Un’epopea nucleare. Il ministero della difesa, per bocca dell’agenzia Pti, conferma. Il Prithvi-II è ufficialmente in orbita. E’ appena partito e fa già un gran parlare di sè. E’ il fiore all’occhiello di un progetto in grande stile, l’Integrated Development Program, che prevede realizzazione e sviluppo di ben cinque testate.
Così l’India inaugura un’altra tappa della sua èra missilistica ed atomica. Testando, con successo, un missile a corta gittata. In grado, soprattutto, di portare con sè una testata nucleare. 8,5 metri di lunghezza ed una gittata di 250 chilometri. E, soprattutto, la capacità di trasportare un carico compreso tra 500 chilogrammi ed una tonnellata: piccole ogive convenzionali e nucleari. Le prime sperimentazioni risalgono addirittura a venti anni fa, al febbraio ’88 per la precisione. Oggi, dopo tanta strada ed altrettanti tentativi, il missile decisivo ha preso il volo.
Producendo un brivido gelido quanto netto sulla schiena di molti. Perché questo è molto più di un segnale. E’ un’attestazione di capacità. Un’enorme attestazione. Tale è per l'India, che ha effettuato il suo primo test atomico nel 1974, e si e' dichiarata potenza nucleare piuttosto tardi, nel 1998. Un Paese che ha inaugurato un -ambiziosissimo- programma all’inizio degli anni Ottanta. L’obiettivo: produrre in autonomia i propri missili. Gia' due missili a capacita' nucleare sono stati progettati e dispiegati nel corso degli anni. Agni il primo; Prithvi I il secondo.
Oggi si gira un’altra pagina. Quella di Prithvi II. Sta a lui tenere tutti col fiato sospeso. E non è ancora finita. Perché New Delhi vuole andare fino in fondo. E piazzare l’ultimo colpo audace, la ciliegina sulla sua torta. Il missile balistico da 5.000 chilometri: Surya, Sole. Un’arma capace di scavalcare la frontiera dell'Asia del Sud. Ma Surya, il Sole, è ancora troppo in alto, troppo lontano. Così per ora l’India si accontenta della Terra, cioè di Prithvi. Mettendo a punto e lanciando la seconda versione, perfezionata e potenziata. SRBM lo definiscono i tecnici.
Un acronimo per indicare un Missile Balistico a Corto Raggio. Ma questo diventerà probabilmente un pezzo di storia. Anche se, a ripensarci bene, tutto è avvenuto in pochissimo tempo. A partire dal settembre dello scorso anno, quando un pool di scienziati indiani sviluppò una tecnologia in grado di potenziare il raggio d’azione dei missili e dei veicoli preposti al lancio dei satelliti nell’atmosfera. Più in alto e più lontani addirittura del 40 per cento, sfruttando le doti di uno speciale rivestimento al cromo. Da questa intuizione tecnica sono già nate due applicazioni.
Una, la SS-150, appartiene già all’esercito indiano dal 1994. L’altra, l’SS-250, per l’aeronautica. La terza è già in cantiere per la marina: si chiama SS-350, ha il peso non eccessivo di 500kg ed una gittata di 350 chilometri. Nota anche come Danush – Danush, potrà essere lanciata direttamente dalla plancia di una nave. Stando a quanto dichiarato dal governo, il futuro atomico della nazione indiana sarà suo. Con buona pace di New Delhi. Che si affanna a cercare nuovi destini di potenza e ricchezza del Paese.
Dimenticando, purtroppo, l’immensa miseria che divora la nazione salendo dal basso. Dal buio degli slums fatiscenti che costellano il territorio urbano. Dall’abbandono delle campagne dimenticate dal governo centrale.
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