di Simone Petrelli
Io posso. Sembra questo il pensiero fisso di Ratu Josefa Iloilo. Lui, il presidente delle Fiji. Lui, che ha solennemente ribadito ai media nazionali di detenere il potere. Lui, che ha rincarato la dose giungendo a sospendere la Costituzione del Paese, emanata appena ieri, nel 1997. E che ha dato ordine di destituire i giudici, tutti quanti. Ma la sua non è che una risposta. Assoluta, inderogabile. Ma pur sempre una risposta, diretta alla sentenza emanata ore fa da una corte d’appello che aveva dichiarato illegittimo il governo militare del 2006, ed aveva ordinato la sua sostituzione con un governo di transizione.
Allora fu il commodoro Vorege «Frank» Bainimarama a destituire il premier Laisenia Qarase, la cui richiesta di aiuto all’Australia era rimasta lettera morta. Con un semplice golpe incruento. Non un morto, un ferito, uno scontro. Non un colpo di pistola. Era il dicembre 2006, e tutto ciò che si indovinava del cambio di rotta era solo il fruscìo di un sipario che calava. “Lo Stato è ora sotto il controllo dei militari”, aveva annunciato in tv il comandante in capo dell’esercito figiano. Un cambio di vertice motiovato da accuse di corruzione e discriminazioni alla popolazione indigena. Con l'esercito intento a sistemare blocchi stradali intorno a Suva, la capitale.
Con la polizia disarmata e pesanti colonne di armati in marcia verso i palazzi del potere. Così era cambiato tutto. Ancora una volta, visto che l’instabilità sembra un tratto distintivo dell’arcipelago. Un Paese attraversato sin dal 1987 da continue tensioni politiche. A gennaio di quest’anno , i rappresentati dei 16 paesi riuniti nel Forum del Pacifico avevano chiesto al governo figiano di organizzare elezioni legislative entro la fine del 2009. Minacciando, in caso contrario, di sospendere la nazione dall’organismo regionale. Oggi si torna a guardare alla Fiji con preoccupazione e sospetto.
Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Gran Bretagna avevano sospeso gli aiuti militari ed economici, ed interrotto le relazioni diplomatiche. Dal canto suo, il segretario generale del Commonwealth aveva sospeso le Fiji dal gruppo dei 53 stati membri. Ma oggi c’è dell’atro che bolle in pentola. Ci penso io, dice Iloilo. Istituirà di persona un governo ad interim. Un nuovo sistema in grado di guidare il paese per il prossimi 5 anni, e magari di promuovere le necessarie riforme. Ma perché accade tutto questo? La mossa è improvvisa, non c’è che dire.
Ed ha qualcosa di straordinario. Ma ciò che passa per la mente di Iloilo, ciò che davvero lo agita e muove i suoi passi non è affatto chiaro. Si sa soltanto che è sempre stato affascinato da Bainimarama. Così in molti avanzano il sospetto che dietro Iloilo, e dentro la sua mente, si agiti null’altro che la volontà del commodoro. Che avrebbe voluto cancellare la costituzione, rendendo più efficace il regime militare. Lo stesso governo di transizione annunciato da Iloilo potrebbe dunque, a ragione, essere guidato da Bainimarama.
Le elezioni non sono proprio dietro l’angolo. Previste dalla carta costituente ormai abrogata per l'anno in corso, si terranno nel 2014, “al massimo nel mese di settembre”. Forse. Frattanto, la popolazione ha visto troppo. 4 colpi di stato in 4 anni, ad esempio. Che, sebbene la sotanziale mancanza di violenza, infondono quantomeno il sentore che nel sistema ci sia qualcosa che non va. Alle Nazioni Unite, il segretario Ban Ki-moon si affanna a lanciare appelli. Invoca la calma per gli 837mila abitanti dell'arcipelago. Invoca, di comune accordo con Canberra e la Nuova Zelanda, quella democrazia che sembra non abitare più questi luoghi.
Basta poco per rendersene conto. Basta pensare che, appena un’ora dopo l’annuncio del presidente, torme di ufficiali di polizia si sono presentate nelle redazioni dei principali mezzi d’informazione della capitale. Per “verificare da vicino la pubblicazione delle notizie” secondo il Fiji Times. E alla popolazione non resta che attendere, con un misto di agitazione e timore, il prossimo passo del presidente.
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