di Simone Petrelli
Promosso con lode. Con il plauso della Bienal Internacional de Humorismo di Cuba. Con somma soddisfazione di Isabel Chacon, direttrice del Museo del Humor. E di tutta l’Unione dei Giornalisti cubani. Ancora un capitolo nella vita nuova nuova di Muntadar al-Zaidi, il giornalista iracheno protagonista dell’ormai storico lancio di calzature all’indirizzo dell'allora presidente Usa George W. Bush nel corso di una conferenza stampa in Iraq. Nel dicembre scorso, quelle immagini-shock fecero in poche ore il giro del mondo, rendendo al-Zaidi una sorta di eroe del dissenso globale.
Ma a quell’uomo diventato in fretta paladino del non-allineamento ed eretto a campione dell’anti-bushismo, a quel giornalista temerario e quanto meno impetuoso, quel gesto è già costato caro. “Scarpe diem”, motteggiano ancora in molti celando a stento un risolino. Ma per lui c’è stata la condanna. Con lo spettro di alcuni anni di reclusione per un gesto fuori dalle righe, non c’è che dire. E sicuramente invidiato da molti. Dalla maggior parte di quelli che, ad esempio, affollano a tutt’oggi Youtube, intenti a vedere e rivedere il filmato dello scandalo. Quell’attimo in cui il mondo si è fermato. Quella battuta rabbiosa (“Eccoti il bacio d’addio, cane”) urlata in fretta al presidente più discusso degli ultimi anni.
Il solito magnate saudita, Hasan Muhammad Makhafa, per accaparrarsi una scarpa, che ha definito “simbolo di libertà da lasciare in eredità ai miei figli” e “rivincita nei confronti di chi ha violato l'onore degli arabi occupando le loro terre ed uccidendo innocenti" ha offerto addirittura 10 milioni di dollari. Da semplice calzatura di terz’ordine, l’arma impropria di al-Zaidi è diventata simbolo della rivoluzione dal basso, dell’esasperazione di una generazione. Aggressione al presidente degli States. Sembrava un titolo d’effetto per la consueta pellicola d’azione.
Invece è stata l’accusa formulata dal ministro degli Interni di Baghdad, Abd al-Karim Khalaf. Dopo l’accaduto, il giornalista era come svanito nel nulla. Forse, dicevano alcuni, ricoverato presso un ospedale militare statunitense nella capitale irachena. Rinchiuso in cella nelle latebre del palazzo della presidenza del consiglio iracheno, giuravano altri. Con una torma di duecento e più avvocati che, a vario titolo, si dicevano disposti a prestargli assistenza legale. Frattanto, il mistero al-Zaidi sembrava infittirsi.
Con le dichiarazioni shock del fratello, che aveva riferito ai microfoni Bbc dei ripetuti pestaggi subìti dal giornalista. Delle fratture agli arti ed alle costole, di un'emorragia interna e di un occhio malconcio. Dichirazioni visivamente confermate anche dal girato successivo al lancio della scarpa, con alcuni uomini della sicurezza irachena intenti a bloccare e malmenare non solo Zaidi ma anche due suoi colleghi, presunti cospiratori. Gran parte dell'interrogatorio cui a suo tempo è stato sottoposto Muntadar al-Zaidi ha visto gli uomini dell’intelligence affannarsi per tentare di capire se esistesse un mandante dietro al gesto del giornalista.
O se questi avesse invece ricevuto del denaro da mani ignote per compiere quell’azione di forza, simbolo dell'esasperazione locale –e non solo- nei confronti dell'occupazione statunitense. In Libia, un'organizzazione diretta da Aisha Gheddafi, figlia prediletta del più noto Muhammar, ha annunciato di avere già approntato un premio per Muntadar al-Zaidi. Per il suo coraggio. Per aver compiuto un gesto che rappresenta una palese vittoria dei diritti umani. Su Facebook il gruppo "Sono un fan del grande eroe che ha colpito Bush con le sue scarpe a Baghdad" ha registrato oltre novemila adesioni.
E c’è chi lo ha addirittura proposto per il premio Pulitzer. C’è chi scende in piazza, ci sono gli avvocati che continuano a mettersi in coda pur di difenderlo. Muntadar ormai è un eroe. Ad appena 28 anni, e con alle spalle poche primavere da semi-sconosciuto reporter della televisione locale Al-Baghdadiya, è osannato perfino dagli sciiti. Perchè quel gesto irruento ed improvviso per la cultura araba costituisce la massima offesa arrecabile. E, soprattutto, perché vogliono rivestirlo di un’aura praticamente mitica. Quella tributata all’uomo che in un sol colpo è riuscito alla perfezione a cavalcare un pensiero comune a tutto il popolo iracheno.
L’opinione delle masse sul tema dell’occupazione. Ma oggi al-Zaidi ritira un nuovo attestato di stima. Stavolta non per la ribellione. Non per la pena che vogliono comminargli. E nemmeno per la mira, che ricordiamo essere stata ben poca. Questa volta si tratta di altro. Del giusto riconoscimento per una trovata fuori dalle righe. Per un’iniziativa così originale ed improvvisa. Così furiosa, eppure colma di genuinità.
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