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Articolo 21 - Osservatorio Esteri
Un quarto di secolo dietro le sbarre: otto condanne per la multinazionale uruguayana del crimine - di Simone Petrelli
Un quarto di secolo dietro le sbarre: otto condanne per la multinazionale uruguayana del crimine - di Simone Petrelli

di Simone Petrelli

Trascorreranno in carcere dai 20 ai 25 anni. Il crimine non paga. E la violazione dei diritti umani nemmeno. Si chiude così un altro capitolo del Plan Condor, che tanto fango ed orrore ha gettato sulla storia recente dell’Uruguay. A Montevideo è scattata una sentenza esemplare per otto persone, accusate di aver preso parte attiva a ben 28 omicidi nell’èra della dittatura. É la prima condanna ufficiale. Soprattutto, è la prima per violazione dei diritti umani relativa al Plan Condor. Sarà carcere, allora, per 6 militari e 2 poliziotti, accusati di aver ucciso in stretta cooperazione con la dittatura argentina.

I fatti contestati non riguardano solo l’Uruguay. Perché alcuni reati sono stati commessi anche fuori dal territorio nazionale. Ma tutti quanti hanno in comune una cosa: l’esser passati sotto silenzio. Almeno finora. Grazie alla Ley de Caducidad, che impedisce qualsiasi tipo di processo a carico di coloro che colpirono in Uruguay negli anni del regime, fra il 1973 e il 1985. Una legge costruita ad hoc, per gettare una comoda maschera di impunità su tutti i criminali della dittatura. Ma oggi quella legge non vale. Almeno per questa volta.

Perché c’è un preciso procedimento giudiziario che ha ricostruito minuziosamente il sequestro di 28 innocenti. Persone sequestrate e fatte passare attraverso famigerati centri clandestini di detenzioni sparsi in anonimi, sperduti recessi di Uruguay ed Argentina. 24 anni di democrazia cominciano a produrre i loro frutti. Meglio tardi che mai. Perché finora nessuno ha detto nulla. E nessuno, soprattutto, ha fatto nulla. Così, la Ley è rimasta perfettamente allineata e costituzionale, sebbene amara ed infame. Oggi qualcosa si muove. Organizzazioni per la difesa dei diritti umani affollano le piazze con lo stesso obiettivo: referendum di annullamento.

Per loro, e per tutto l’Uruguay che spera, è scattato il conto alla rovescia. Con un sogno ambizioso: ottenere 250mila firme prima del 25 aprile. Perché non accada mai più una vicenda come quella di Nestor Troccoli. Capitano di vascello, membro dell’intelligence e uomo di ferro della dittatura, Troccoli aveva preso parte attiva alle losche manovre omicide della dittatura. Tra le sue grinfie erano passati almeno 30 uruguayani. E addirittura 6 cittadini italiani. Catturato a Marina di Camerota, Salerno, nel dicembre 2007 era stato tradotto a Regina Coeli per il processo. Era il solo, tra altri 140 arrestati proprio come lui per il Plan Condor, ad essere ancora in prigione.

Ma è stato rimesso in libertà. Il tribunale del riesame di Roma ha parlato. La Cassazione uruguayana ha fatto eco. E Carlos Abin, ambasciatore uruguayano in Italia ha chiuso il cerchio. 140 mandati di cattura spiccati nei confronti di cileni, argentini, uruguaiani, paraguaiani, boliviani, brasiliani. Il solo Troccoli in carcere. E per pochissimo. Il 23 aprile 2008 per lui le prote del carcere si sono spalancate. Eppure aveva confessato. Torturava prigionieri nel corso degli interrogatori, “ma senza uccidere” aveva ammesso a sua discolpa. Perché il Plan Cóndor era un organo di coordinamento internazionale per il sequestro, la tortura, l'uccisione e la scomparsa di corpi.

Un gioco di astuzia orchestrato da Pinochet e dal suo degno compare Videla. Senza intoppi. Senza problemi di giurisdizione. Senza farraginose burocrazie di mezzo, nè inutili procedure di estradizione. Per una condanna che, per giunta, arriva a 30 anni di distanza. Ed ha perciò più dello storico che del giusto. In Uruguay le indagini sulle sparizioni misteriose sono state avviate nell'agosto del 2000. Ma la via verso la riconciliazione è lunga, forse troppo. Dal 1998 il Paese ha chinato per anni la testa sotto la bufera della recessione. E la situazione si è ulteriormente aggravata con il disastro economico della vicina Argentina.

Una catastrofe che ha sottratto addirittura il 90 per cento del turismo. Dopo il tracollo economico, l’Uruguay è vissuto sui dollari fatti piovere dagli States: un miliardo e mezzo. Nel 2003 è iniziata la ripresa. Tursimo, esportazioni e crescita dei consumi di base hanno trainato l’economia. Oggi il Paese è retto da Tabarè Vazquez, leader del Frente Amplio-Encuentro Progresista e primo presidente di sinistra nella storia del Paese. Vazquez, che ha assunto il potere nel marzo del 2005, ha promesso Il Cambiamento.

Quello che scuoterà alle radici l’Uruguay, contrastando la povertà dell’ultimo decennio che flagella centomila fra uomini, donne e bambini. Quello che si batterà contro gli spettri che popolano il passato nero del Paese. Quello che, forse, alla fine vincerà.

 

 

Dalla rete di Articolo 21