di Simone Petrelli
Cabilia significa incursioni. E omicidi. E attentati. Gli armati sono ovunque. Nascosti alla vista. E legati a doppio filo al fanatismo. Ad al-Qaeda per il Maghreb Islamico. L’Algeria trema. Indifesa, ora che nemmeno le operazioni di polizia ed esercito sembrano aver offerto i risultati sperati. Bouteflika si avvicina. Candidato alla presidenza di un Paese instabile come non mai. 30 persone a volto coperto hanno preso d'assalto il commissariato di polizia di Ouacifs, un villaggio a poco più di 20 chilometri dal capoluogo della regione berbera, Tizi Ouzou.
Kalashnikov in pugno, e tanta rabbia dentro per trenta e più minuti d’inferno, proiettili, polvere. Con gli assalitori fronteggiati dagli agenti presenti sul posto, fino alla fuga finale. Bilancio: 4 uomini a terra. Tutti poliziotti. Tutti feriti, anche se non gravemente. Boumerdes intanto pullula di soldati. Perché è ad appena 50 chilometri dalla capitale. Ed Algeri vuole coprirsi le spalle meglio che può. Specialmente dopo i 5 morti registrati nelle ultime operazioni militari, quelle della scorsa settimana a Chaabet El Ameur. Così, i ribelli della guerra santa continuano a colpire. Indifferenti ai rastrellamenti. Incuranti delle misure di sicurezza messe in piedi per blindare le visite del presidente-candidato Abdelaziz Bouteflika.
Fuori dalle terre berbere, lui ed il suo governo. Procedendo da Algeri verso oriente, il Paese cambia volto. Appena poche ore fa, ancora un ferito. Un civile coinvolto nell'esplosione di un ordigno artigianale posizionato a bordo strada. I cento chilometri tra Algeri e Tizi Ouzou sono un campo di battaglia. Colpa dei molti, troppi posti di blocco. Piazzati alla rinfusa lungo la via. Sorvegliati giorno e notte da 160 mila poliziotti. Le truppe mobilitate per rendere più sicura una campagna elettorale combattuta con i voti. Ma soprattutto con migliaia di gendarmi e militari.
L’Algeria ribolle. La società civile è attraversata da ferite laceranti. Sono le tensioni tra governo e militari da un lato, e fondamentalisti dall’altro. Si tratta, ancora, dell’astio tra potere centrale e ribelli berberi. Come quelli che lottano senza sosta in Cabilia. Il Paese tira avanti a fatica. Poco terra fertile, e quella striscia di verde che delinea la costa non basta affatto. Piuttosto, l’Algeria si mantiene grazie all’oro nero. Perciò ha fatto della riforma del sistema petrolifero un imperativo, la voce in cima all’agenda. Il che ha significato aprire le porte alle aziende straniere. E scoperchiare il vaso di Pandora. Come è accaduto in vista delle elezioni presidenziali di 5 anni fa.
In Algeria non sono ammessi partiti politici che si rifacciano ai concetti di razza, religione, sesso, lingua. Un tentativo formalizzato e nemmeno troppo elegante di tenere a bada la minoranza. I berbera così come gli estremisti islamici. Con scarsi, scarsissimi risultati. Perché nonostante il rigido controllo sui media, qualcuno resiste ancora. Il monopolio dell’informazione c’è stato, è vero. Ma è rovinato al suolo, e dalle sue ceneri sono spuntati i fiori del dissenso. Così, oggi c’è ancora qualcuno capace di criticare il governo.
E di dare addosso all’integralismo. Anche se sovente si paga caro. Molto caro. 57 tra giornalisti ed operatori di informazione uccisi in appena quattro anni. Più della metà per mano dell’integralismo che non perdona. Dei tagliagole che si ergono a giudici della vita e della morte. Gli stessi che sguazzano nella guerra civile senza fine. Di qui le stragi. Di qui gli scontri. Gli agguati. Le sparatorie. Roba dell’altro mondo. Ma che i bambini di qui, poveri testimoni dell’orrore, conoscono fin troppo bene. Perché è il loro mondo, la realtà che annusano appena fuori dal cortile di casa.
Il presidente Abdelaziz Boutefilka ha adottato il pugno di ferro contro gli estremisti. Contro Gruppo Islamico Armato (Gia) e Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc). Fioccano le operazioni antiterrorismo dell'esercito. Sempre più frequenti. E che spesso finiscono in bagni di sangue. Nel tentativo di guadagnare consensi, il governo ha teso la mano. Scarcerando, nel luglio 2003, i due leader storici del Fronte Islamico di Salvezza (Fis), Abassi Madani e Ali Belhadj. Ma non è bastato. E il Paese si rivolta e si lamenta ancora, tra le piaghe mai sanate del dissenso.
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