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Articolo 21 - Osservatorio Esteri
Papua in piazza contro Giacarta
Papua in piazza contro Giacarta

di Simone Petrelli

Indipendenza da Giacarta, ora. Papua libera. E un “no” secco alle elezioni. A migliaia, gli indipendentisti della provincia di Papua, la porzione indonesiana dell’isola di Nuova Guinea, sono scesi in piazza. Non si cammina, per le stradine del capoluogo Jayapura. E’ colpa della ressa, di quella folla immensa che si accalca per chiedere un referendum che sancisca la definitiva separazione da Giacarta, da quell’Indonesia tanto lontana e remota da essere osteggiata. La tensione è alle stelle.

Si respira a naso, ora che le elezioni, sia locali che nazionali, sono dietro l’angolo. Ma i cartelli nelle piazze parlano chiaro. "Elezioni no, referendum sì". Fuori l'esercito dalla provincia. Ora che il capo è tornato, i suoi alzano la testa, di nuovo. Il leader degli indipendentisti, l’anima di OPM, Movimento Papua Libera ha un nome. Si chiama Nicolas Jouve. Ed è tornato appena la scorsa settimana dall'esilio. Su invito del governo di Giacarta. Per prendere parte ai negoziati. Per sedersi al tavolo, dire la sua, magari fare quel che può per porre fine ad un conflitto separatista che in molti si ostinano a definire “a bassa intensità”.

Ma che sembra così vivo, dato che è più o meno dal 1960 che va avanti. Opm contro esercito regolare indonesiano. Oggi Jouve è tornato a casa. Doveva essere l’assist alla distensione. Invece sembra benzina gettata sul fuoco. La tensione negli anni era notevolmente calata. Ma dalle ultime ore Papua è tornata a bruciare. Diversi gli attacchi portati a segno contro i militari da parte dei ribelli. E Papua, l’ex colonia olandese annessa quasi mezzo secolo fa dall'Indonesia senza alcun consenso da parte della popolazione locale, torna a ribollire.

Il nodo è la frazione occidentale dell’isola. Che secondo Giacarta si chiama Papua Occidentale. Ma che per i guerriglieri, per quegli uomini che combattono nella foresta contro l’esercito governativo e contro i diversi gruppi paramilitari che Giacarta di volta in volta gli scatena contro, quella terra non è Indonesia. E, a rigore, non è nemmeno Papua. Si chiama Irian Jaya. E nessuno ha il diritto di metterci le mani sopra. 100 mila uomini hanno già perso la vita. Fonti locali hanno parlato addirittura di 800 mila. Su una popolazione totale di 1 milione e mezzo di abitanti. I morti di Irian Jaya.

Vittime di una regione ricca. Legname sul suolo e gas naturale al di sotto di esso. Poi oro, argento, rame. Tutti giacimenti sfruttati da una compagnia mineraria americana, la Freeport McMoRan, formalmente accusata di finanziare l’esercito governativo. E di armare le bestie della lotta paramilitare. Il governo, invece, le armi le soprattutto dagli Stati Uniti (merito dell’appoggio incondizionato alla “guerra al terrorismo globale”). Ma anche da Londra, Berlino, Parigi. Dall’Olanda e da Singapore; dalla Corea del Sud e dalla Slovacchia. Ai ribelli dell’OPM restano le armi tradizionali. O quelle sottratte durante i raid che vanno a buon fine, magari nei posti di polizia.

C’era una volta, non molto tempo fa, una trattativa sull'autonomia limitata della provincia. Ma l’accordo è naufragato. Ed il governo indonesiano ha avviato una campagna militare in grande stile. Con un solo comando: annientare la guerriglia separatista. Fedeli alla linea, i soldati non lesinano le maniere forti. La persecuzione e le violenze. Le esecuzioni extragiudiziali e le torture. Gli stupri e le sparizioni. All'inizio del 2002, nei sottodistretti intorno a Jayapura, alcuni locali sono stati costretti a consegnare ai membri dell'esercito il legname con la minaccia di essere uccisi con pistole. O torturati. O, addirittura, costretti a strisciare per terra, e mangiare il terreno.

Erano giovani tra i 15 ed i 18 anni. Ma si sono trovati di fronte i lupi. Le forze speciali indonesiane, i Kopassus. E il Battaglione di Fanteria 126, commando Bukit Barisan. Le truppe del villagio Yetti usavano persino sostanze tossiche per ottenere il pesce. Inquinavano i fiumi, rovinando l’acqua dei locali. Il Battaglione 126 usa veicoli militari e civili per trasportare in citta' il legno derubato. E copre il 70% del budget militare con attività illegali. Furti o “servizi di protezione” alle multinazionali petrolifere, forestali e minerarie. Si parla addirittua di traffico di animali esotici.

Esiste una compagnia, la Jayanti, che di tasca propria paga lo stipendio ad un team di 20 soldati. Membri dell'unità paramilitare Brimob, dislocati nel campo base della Jayanti per scongiurare visite indesiderate. Tra gli azionisti di maggioranza di Jayanti ci sono vecchi uomini d’arme, ufficiali dell’esercito a riposo. E c'è perfino il cugino di Suharto. La faccia sporca del potere.

Dalla rete di Articolo 21