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Articolo 21 - Osservatorio Esteri
Campus sotto assedio: Sanâ??aa è ostaggio dei clan
Campus sotto assedio: Sanâ??aa è ostaggio dei clan

di Simone Petrelli

Non si passa. O sono guai. L’università è chiusa, sprangate le porte. Nell’aria torrida non vola nemmeno una mosca. Dietro quei muri ci sono loro. Armi in pugno, e una gran rabbia che urla dentro. Perché uno dei loro, uno del clan è morto. Uno studente, ucciso in modo stupido da una guardia giurata. Così gli Hamdan, i miliziani, sono scesi in strada. Sono entrati in forze nella capitale, a San’aa. E adesso protestano, a modo loro. Prendendosi l’università. Le pagine di al-Quds al-Arabi, stracciate in terra, riportano ancora la notizia.

“Un gruppo di uomini armati si è asserragliato all'interno dell'università” è il titolo. Impediscono a chiunque di entrare. E sequestrano tutti gli studenti all'interno degli edifici dell’accademia. Questa la sostanza del blitz. Un’operazione fulminea. Ma anche e soprattutto un segno, tangibile e concreto, della protesta scaturita dall'uccisione, avvenuta appena poche ore fa, di un membro del clan Hamdan ad opera di una guardia giurata del campus di San’aa. A  monte del fatto di sangue sembra ci fossero stati pesanti precedenti. Attriti nati da un forte diverbio tra lo studente e la guardia.

Sembra che il primo volesse accedere all'area universitaria con l’auto. Il secondo, invece, ha intimato l’alt. Ha sparato. Ed ha ucciso il giovane. Poi il tempo si è fermato. Ed è scoppiato il caos. Con il rettore che si è subito dichiarato pronto a consegnare il colpevole alle forze dell'ordine. Ma che al contempo ha insistito su di un punto fondamentale. Che l'incidente non venga strumentalizzato. Una zuffa finita male, anzi malissimo, ma tutto qui. Che non si provi ad utilizzarla per avanzare richieste di altra natura, oltre a quella, sacrosanta, di giustizia. Dietro il fatto di sangue al campus, insomma, non c’è, non deve esserci nulla di politico.

Un segnale, questo, lanciato con arguzia ai capi della tribù Hamdan. Ai signori della guerra che, per porre fine alla protesta, hanno da subito iniziato a chiedere, e a gran voce, le dimissioni di Muthar Rashad al-Masri, il ministro degli Interni. Intanto il Paese non smette di agitarsi. La notizia del giorno è: nuovo attacco suicida contro i sudcoreani. Ma stavolta senza vittime. Ancora una volta, un dinamitardo si e' fatto saltare in aria. Nei pressi dell'aeroporto internazionale della capitale. Proprio mentre in auto transitavano loro, gli investigatori inviati apposta da Seul per indagare sull'attentato di domenica scorsa.

L’ennesimo episodio di violenza, quello, in cui erano rimasti uccisi quattro turisti sudcoreani. Questa volta non c’è bilancio. Perché a parte il kamikaze, che è rimasto riverso sul ciglio della strada, la deflagrazione non ha prodotto altri feriti. I vetri dei due fuoristrada in frantumi, parecchia emozione e dolore ai timpani, ma nulla di più. Nel convoglio bersagliato viaggiavano anche alcuni parenti delle vittime. Reduci dal sopralluogo a Shibam, sito turistico dello Yemen orientale, 800 chilometri dalla capitale, dove avvenne il precedente attentato. La polizia non demorde. Secondo gli agenti, dietro i fatti di Shibam di domenica ci sarebbe stato addirittura un membro di Al Qaeda.

Un uomo d’armi addestrato in Somalia per colpire in Yemen. Per questo, la Corea del Sud ha inviato a San’aa un team di investigazione. Due funzionari prelevati direttamente dal ministero degli Esteri. Affiancati da un dirigente di polizia. E da un ufficiale dei servizi d’intelligence. La tensione è alle stelle. Perché l'attentato di Shibam è il terzo a coinvolgere turisti da due anni a questa parte. Nel luglio 2007 toccò ad otto spagnoli, e ai due autisti yemeniti che li accompagnavano, a Marib. A gennaio dell’anno successivo, due turiste belghe erano state uccise. Il bilancio di un’imboscata presso l’oasi di Hadramout.

Lo Yemen è e resta un mistero. Ancora oggi tribale fin nelle viscere. I suoi villaggi sperduti nel deserto fanno da centro di potere per vari clan spesso in atroce conflitto reciproco. L’unificazione del Paese ha inaugurato un processo di modernizzazione ed apertura verso il mondo esterno. Ma il popolo porta ancora abiti tradizionali. Silenziosamente sprofondati in isole d’ombra, prendono Qat, una pianta narcotica, durante i torridi pomeriggi immobili. C’è molta, troppa disoccupazione in Yemen, ed una larga fetta della popolazione versa in condizioni di indigenza. In più, l’incremento demografico aggrava la situazione.

E’ il Paese del petrolio. Ma in Yemen girano anche le armi. Il governo ha provato a censirle: 60 milioni su una popolazione di 19 milioni di persone. Come dire che ogni uomo, donna e bambino del Paese ne ha 3. La presidenza, è oggi nelle mani di Ali Abdallah Salih. Il primo capo di Stato democraticamente eletto nella storia del Paese. E il leader più longevo della storia yemenita. Saleh ha vinto anche le elezioni tenutesi nel 1999, e riportando una maggioranza schiacciante. Ma in quel caso fu facile, facilissimo. Perché allora all’opposizione non venne concesso di esprimere alcuna candidatura.

Comunque, lo Yemen aderisce. Aderisce alla guerra al terrorismo targata Usa. Una scelta che ha condizionato molto la vita del Paese. L’esercito è stato addestrato da stranieri, membri illustri di squadre speciali venute apposta dagli States. Che, per parte loro, hanno avuto il via libera per operare sul suolo del Paese sin dal 2002. Ma dall’estate di due anni dopo, è stata di nuovo crisi nera. Colpa dei gruppi di ribelli, degli sciiti zaidi, contrastati duramente dall’esercito regolare ma padroni del campo soprattutto nel quadrante nord-occidentale.

Sostenitori, questi ultimi, del predicatore sciita Hussein al Houthi, poi ucciso e sostituito al comando dei rinnegati dal padre Badr al Din al Houthi. Un uomo divenuto in breve alfiere di una ribellione che seguita a mietere vittime a centinaia. E' questo il ritratto dello Yemen. Terra di attentati. Regno del petrolio e delle armi. E, dalle ultime ore, del campus occupato dai clan.

Dalla rete di Articolo 21