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Articolo 21 - Osservatorio Esteri
A.A.A. Contractors cercasi. Chiamare Kampala. No perditempo
A.A.A. Contractors cercasi. Chiamare Kampala. No perditempo

di Simone Petrelli

Bell’affare davvero. Utilizzati nell’ordine delle migliaia. In una terra pericolosa ed instabile come l’Iraq. E’ il nuovo business dei contractors ugandesi: un giro d’affari che realizza la bella cifra di 90 milioni di dollari. The New Vision è un quotidiano famoso in Uganda. Da Kampala ha messo a segno mesi fa un bel colpo giornalistico. Conducendo un'articolata inchiesta sul giro d'affari che riempie le tasche dei contractors ugandesi e non solo. Uomini, ma anche donne, disposti proprio a tutto pur di cambiare aria e fare un po’, un bel pò di soldi.

Perfino ad essere spediti in Iraq. Guardie private lanciate nel bel mezzo dell’inferno, di una lotta senza quartiere che, brutalità e sangue e pallottole a parte, frutta quella che per loro è davvero una cifra esorbitante: 600 dollari. Al mese. Con 600 dollari in Uganda si può. Si può cambiare vita. E soprattutto si può lasciarsi fame e miseria alle spalle, chiudendo una porta pesantissima dietro una vita di privazioni e sofferenze inaudite. Ben venga il nuovo lavoro, dicono loro. Anche se costringe a partire senza sapere quando si tornerà a casa. Anche se forza a guardarsi le spalle, sempre e comunque.

Un tempo potevano incassare fino a 1300 dollari. Poi il governo ha ordinato: dimezzare o licenziare. Perché un reduce con pretese di guadagno da 1300-1400 dollari è una mina vagante in un’economia instabile e tutt’altro che consolidata come quella ugandese. 600 dollari comunque sono e restano parecchi. Per un Paese africano sono un sogno divenuto realtà. Un Paese in cui, allora, ogni giorno almeno cento persone aderiscono alle rivoluzionarie lusinghe del mercato dei contractors. Fanno 600mila dollari di stipendio potenziale: una cifra che, in parte, verrà maneggiata dal governo.

Nemmeno a dirlo, le paghe ugandesi confrontate con gli stipendi dei contractors DOC, quelli addestrati dagli States e dallo stesso luogo provenienti, sembrano bazzecole. Perché lì, negli USA, si parte da una base minima totalmente diversa. 4 mila al mese. Con un po’ di fortuna -e molto pelo sullo stomaco-si può arrivare, in alcuni casi, fino a 15 mila dollari mensili. Puliti. Lo stipendio degli uomini d'Uganda visto così fa un po’ ridere. Ma pazienza. Perché queste persone farebbero davvero di tutto. Comunque. Soprattutto, farebbero salti mortali pur di partire.

E poi ci sono gli esempi degli altri. Di quelli che sono andati all’inferno, e dal delirio sono tornati. Anche soltanto 12 mesi dopo. Cambiati, certo, perché certe ferite non si chiudono più davvero, e una volta viste certe cose si fatica a prendere sonno e andare avanti come prima. Ma loro, i reduci, gli ex contractors a progetto, dopo appena un anno di Iraq sono ritornati in Uganda. Con il cuore gonfio, magari, ma col portafogli pieno. Hanno girato per il Paese. Hanno acquistato case con disinvoltura. Hanno aperto nuove attività commerciali, già veterani della guerra a pagamento ed ora anche neonati imprenditori.

Con esempi così sotto gli occhi ogni giorno si fatica a ragionare. E intanto sono più di 10mila gli ugandesi che hanno trovato impiego così. Pattugliano e sorvegliano giorno e notte gli aeroporti e le basi militari. Montano la guardia, fucile in mano e dito sulla sicura, a cisterne di acqua ed istallazioni petrolifere. Questo sistema è diventato un business. Tanto da costituire la prima reale fonte di guadagno per lo stato. Un tempo l’Uganda esportava caffè. Oggi fabbrica mercenari. Che lavorano di più e portano a casa 20 milioni di dollari in più del caffè.

90 milioni all’anno contro i 70 delle piantagioni, ormai un vezzo economico superato. Watertight, Askar, Dreshak, Gideon's Men fanno e fanno fare affari d’oro. Sono le quattro società ufficialmente autorizzate da Kampala. E provvedono alla formazione "professionale" di coloro che verranno poi inviati in Iraq. C’era una volta in Uganda  un campo di calcio. Non eccelso, ma funzionale, e dignitoso. Oggi dagli spalti si vedono istruttori in divisa che sprecano mattinate intere ad insegnare ai plotoni di reclute della guerra prezzolata uso e manutenzione delle armi automatiche, e rudimenti di medicazione d’emergenza.

Non tutti gli aspiranti avranno un posto. Passerà solo chi risulta idoneo. Chi si candida deve sostenere grosse spese. Pagarsi i corsi di formazione. E dirottare un decimo del primo stipendio iracheno alle società "esportatrici di manodopera". Ma non finisce qui. Queste sono le percentuali ufficiali. Poi c'è ancora il nero, l’illegale. E ci sono le truffe, come accade ovunque girino parecchi soldi. Il copione è sempre lo stesso. Lestofanti e millantatori riescono a farsi dare 500 dollari con la fugace promessa di viaggio e lavoro in Iraq. Poi si dileguano.

Alla radio si fa anche un gran parlare di Barack Obama. Che ha promesso: tutti a casa prima di due anni. Se così sarà, qui saranno guai per molti. Anche per il governo centrale, che è giunto ad avallare questa dubbia consuetudine. Notizie arrivate dall’Iraq fino nel Paese concordano su un punto: gli ugandesi verrebbero trattati come bestie dai titolati colleghi americani. Picchiati e sodomizzati gli uomini. Le donne impiegate come oggetti sessuali. Così ora è polemica pubblica.

Si dice in giro che l’Iraq sia il conflitto più "privatizzato" della storia. A Washington, il Defense Department ha chiuso contratti con aziende private per un totale di 100 miliardi. E l’Uganda è un ottimo affare almeno per tre motivi. Ex teatro di sanguinosi conflitti intestini (il riferimento è alla Lord Resistance Army di Joseph Koni), ha in questo senso abituato la popolazione allo scontro. Ex colonia di Sua Maestà, ha cresciuto un popolo anglofono. Poverissima e divorata dall’incipiente disoccupazione, ha infine una manodopera inauditamente conveniente.

Dalla rete di Articolo 21