di Simone Petrelli
Col tumulto degli scontri dell’estate scorsa tra esercito e Milf ancora nelle orecchie, riprendono i colloqui di pace tra Manila e Fronte Islamico di Liberazione Moro (Milf). La data effettiva della ripresa dei negoziati sarà decisa da un Paese terzo, la Malaysia, che si è impegnata ad agevolare il lungo e doloroso cammino delle Filippine verso la pacificazione interna. Così la via sembra un po’ meno in salita, e l’aria sembra essere più leggera. Anche se i due comandanti dei ribelli, Bravo e Umbra Kato, non sono stati ancora consegnati alle autorità.
Eppure i due sono stati ripudiati, almeno in via formale, dal comando generale Milf. Accusati di aver condotto, durante lo scorso mese di agosto, una serie di incursioni contro i villaggi cristiani dell’interno. Raid punitivi in cui sembra abbiano trovato la morte decine di civili. Gli stessi che hanno spinto il governo a riprendere le ostilità contro i ribelli, mandando in frantumi un processo di pace che era già morto dopo essere stato bloccato per delibera della Corte Suprema, dettasi contraria alla concessione di forme di autonomia per le province musulmane del sud del Paese.
Ma Mindanao continua a bruciare. E in più di mille hanno perso la vita. Mezzo milione di persone sono state infine costrette a lasciare le proprie case. Tutto a causa di un conflitto, quello tra governo centrale e ribelli musulmani, che ha avuto inizio ben trenta anni fa, negli anni '70, ed ha causato finora il massimo danno possibile. Oltre 200 mila morti e milioni di sfollati. A noi che guardiamo di sfuggita dall’altro lato del mondo, le Filippine sembrano così lontane. Certo, a volta qualcosa giunge anche qui.
Ogni tanto c’è una notizia che ci colpisce più del normale: i sacerdoti cattolici italiani rapiti ad intervalli regolari (2008, 2001, 1998) dai ribelli del Fronte Islamico di Liberazione, ad esempio. Ma si tratta di flash isolati, che si perdono nel vuoto nel giro di un istante. Mesi fa a Mindanao i soliti ribelli islamici hanno cacciato dalle loro terre più di mille contadini, sfruttando l’avvenuto allontanamento dei mediatori malaysiani. Riprendersi la terra degli avi, era la parola d’ordine. Farlo sradicandone via le genti cristiane, da anni intente alla coltivazione.
Ci sono riusciti. Con la polizia che si ritirava e non interveniva perché voleva disperatamente evitare scontri a fuoco. Così da Cotabato, nel sud dell’isola, 1.200 contadini sono stati minacciati, fucili alla mano. E costretti a fuggire. E a lasciare al Fronte campo libero e grandi speranze di trionfo, dopo 40 anni di lotta mirata all’indipendenza amministrativa e confessionale da Manila. Che, dal canto suo, rivela la grave crisi politica che le Filippine attraversano. Divisioni interne all'esercito, nella classe dirigente, nella società stessa.
Le Filippine sono un Paese a rischio. Un luogo in cui, solo qualche anno fa, soldati e giovani militari si sono ammutinati chiedendo le dimissioni della presidente, del ministro della difesa, del capo della polizia e del responsabile del servizio segreto militare. Voci di colpi di Stato, dimissioni presidenziali forzate, generali che minacciano preoccupanti ascese al potere, corruzione e sgambetti politici. In un contesto come questo, il governo di Manila non può che aver bisogno di un colpo di fortuna per rilanciare l’appeal, l'immagine, e risollevare le sorti.
Ecco il motivo dell’insistenza su un accordo con il Fronte Islamico di Liberazione Moro. Un patto propiziato dalla morte improvvisa del fondatore Hashim Salamat, l’uomo di “secessione o morte”. Poco incline alla trattativa, proprio il contrario del suo successore, quell’Ebrahim Murad dimostratosi ben più aperto all'ipotesi autonomista. Il Milf ha dalla sua 12mila armati. E non ha seguìto il Fronte Mnlf, attivo ad ovest di Mindanao, che ha invece scelto la via della pace nel 1996 sotto la presidenza Ramos.
Dal 1987 la pace è minacciata anche dagli integralisti islamici del gruppo Abu Sayaf. “Spada del profeta” ha col tempo dato maggior forza alla guerra. Rapimenti, attentati, omicidi di rappresentanti politici del governo, di occidentali, di cristiani. Va bene tutto, purchè possa far parlare l’opinione pubblica mondiale del caso-Filippine. Dal 2001 sono arrivati, per volontà della Arroyo, anche i marines americani, con l’operazione “Bakilan”, spalla a spalla. Il numero delle forze in campo è diventato favorevole al governo centrale, ai suoi continui pattugliamenti e rastrellamenti anche a Basilan, roccaforte degli Abu Sayaf.
I ribelli si sono spostati ancora più a sud, nell’isoletta di Jolo. Fronti nuovi col tempo hanno portato via a poco a poco i soldi, i soldati, le armi. Ma gli uomini del movimento di liberazione sono nascosti un po’ ovunque, tra i vicoli e le baracche e la folla. Cellule silenti in attesa di riorganizzare la lotta. E far saltare ancora una volta il tavolo delle trattative.
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