di Stefania Limiti
Un libro come Profondo Nero dà speranze sulle sorti del giornalismo d’inchiesta nel nostro paese. Infatti, il lavoro di Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco – già noti per l’ottimo L’agenda rossa di Paolo Borsellino, uscito sempre con Chiarelettere – è proprio un esempio di come il giornalismo dovrebbe mettersi al servizio della verità.
Se, rilevano gli autori, il mestiere di storico e quello di giudice sono irriducibili e non potranno mai essere identificati - <<Carlo Ginzburg ha rilevato che “uno storico ha il diritto di scorgere un problema, là dove il giudice decide il no luogo a procedere”>> - il mestiere di giornalista non può mai cedere alla mancanza di verità.
E quando si scava nelle storie del nostro paese, sicuramente si incontra tanta mancanza di vero. Il problema non è trovare nomi da portare davanti ad un tribunale, né quello di ricostruire il quadro storico di un epoca ormai lontana. Il problema è il nostro presente: per capirlo non possiamo dimenticare come e perché tanti fatti che hanno scosso le nostre coscienze si sono inabissati nel buio della Repubblica.
Mettere insieme la vita e la morte di Enrico Mattei, le inchieste e la scomparsa di Mauro De Mauro con la fine tragica di un intellettuale illuminato come Pier Paolo Pasolini, trovare tutti i pezzi dell’enorme tela che probabilmente ricompone le verità scomparse di queste apparentemente distanti episodi della nostra storia, è un modo per far emergere cose scomode. Oltre che, appunto, una dimostrazione di come dare dignità al giornalismo.
Gli elementi portati alla luce, le connessioni rivelate, sono importantissime: la morte di Mattei, e la conseguente scalata al potere del suo successore Eugenio Cefis, cioè, sarebbe legata secondo gli autori, o meglio secondo i fatti che raccontano, alla morte del giornalista palermitano Mauro De Mauro - le sue indagini lo avevano convinto che il sabotaggio dell’aereo sul quale viaggiava Mattei aveva nome e cognome, cioè Eugenio Cefis ed il suo principale collaboratore Vito Guarrasi - e a quella del poeta Pasolini, che stava lavorando al romanzo ''Petrolio'' dedicato proprio a Cefis, indicato come il vero fondatore della P2 e il ''grande manovratore'' di un enorme potere. Entrambi erano molto vicini alla verità sulla fine dello spregiudicato presidente dell’Eni, grande sostenitore dell’indipendenza del nostro paese dal sistema industriale retto dalle Sette Sorelle, come lo stesso Mattei aveva denominate le compagnie petrolifere più potenti del mondo.
Sicuramente la tesi non è del tutto nuova: si potrà dire questo, ma è alquanto ingeneroso bollare tutto questo come un teorema, cioè quello che fa Antonio D’Orrico sul Corriere Magazine. Perché, se la pistola fumante non è stata trovata, tuttavia non si possono ignorare le relazioni tra i fatti raccontate con semplicità e chiarezza dai due giornalisti: perché sono proprio quelle che, senz’altro, lasciano venire a galla una visione storica di quegli avvenimenti che non può essere liquidata con la più classica accusa di complottomania.
Quel clichè è cieco e la dimostrazione è che la foga di liquidare quella che sembra solo una ossessione per i complotti è che D’Orrico trascura la notizia del libro: cioè che Giuseppe Pelosi, condannato per l'omicidio di Pierpaolo Pasolini aggiunge un altro pezzo delle sue rivelazioni sull' uccisione del poeta. La notte tra il 1 e il 2 novembre del 1975, dice nell’intervista esclusiva a Lo Bianco e Rizza, erano in 5 a massacrare di botte il saggista e tra loro c'erano i due fratelli Borsellino, Franco e Giuseppe, morti da tempo, frequentatori entrambi della sezione dell’Msi del Tiburtino, un quartiere della periferia romana. Il nome dei due non e' nuovo. Gia' una informativa di due mesi dopo il delitto li indicava, assieme ad un terzo, come gli autori del massacro dell'Idroscalo. Ora Pelosi ne conferma direttamente la responsabilità ed anche il contesto in cui avvenne il pestaggio mortale e dice che sono rimasti nell'ombra gli altri tre. Si dirà: quel Pelosi ne ha dette tante.
E no, perché è l’unico ad aver pagato con anni di galera la scelta di accollarsi tutta la storia, cioè di ridurre tutto '' a un fatto di froci'': una scelta che il ragazzino di borgata non fece autonomamente. Gli venne suggerita dal suo avvocato difensore, Rocco Mangia, che puntò tutto sull’“occultamento del ruolo delle altre persone nell'omicidio. Rocco Mangia nomino' come consulenti Aldo Semerari e Fiorella Carrara, i due periti utilizzati spesso dalla banda della Magliana per avere delle false perizie. Lui stesso fu difensore di Nicolino Selis, l’uomo ponte tra la camorra di Raffaele Cutolo e la banda della Magliana. Davvero vogliamo liquidare tutto con la complottomania?
Profondo Nero (Di G. Lo Bianco e S. Rizza)
Chiarelettere, pagg. 295, Euro 14,60
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