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Articolo 21 - ECONOMIA
Banche. La riforma che vogliamo
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di Paolo Cacciari

Banche. La riforma che vogliamo

Siamo invasi di pubblicità di banche  e operatori finanziari di ogni tipo che ci offrono rendimenti “cinesi” del  4, 5 e oltre per cento sui denari che, avendone, gli potremmo affidiare. Domandiamoci come ciò sia possibile, dove stia l’inganno di una promessa così allettante in una economia che “cresce”, quando va bene, in Europa, meno dell’uno per cento. Quale riedizione del miracolo della moltiplicazioni dei pani e dei pesci avviene nel segreto delle banche?
Ora, le spiegazioni che mi so dare – da “non tecnico” – sono solo due. Una riguarda le medie di Trilussa; è vero che siamo in recessione, ma “in media”. Moltissimi lavorano in perdita (guadagnano meno del valore di quanto producono), ma c’è chi (i pochi a cui avanzano soldi da poter investire in prodotti finanziari) incassa bellamente rendite di tutto rispetto. Insomma, un passaggio di ricchezza dai redditi da lavoro alle rendite finanziarie.
Seconda possibilità. Le banche, con il risparmio che riescono a rastrellare grazie alle promesse di elevati rendimenti,  “investono” - si fa per dire – nell’unica attività che consente loro elevati ritorni: le speculazioni finanziarie, le “catene di sant’antonio”, le “piramidi albanesi” e altre simili più sofisticate e globalizzate operazioni finanziarie: compra/vendita di titoli “figurativi”, scommesse sul valore futuro (positivo o negativo, fa lo stesso) dei titoli di borsa, bond e altre fantasiose creazioni, più tossiche della coca, ma liberamente smerciabili. Salvo poi raggiungere dimensioni tali da far scoppiare una serie sempre più ravvicinata di “bolle” sempre più grosse. (E’ stato calcolato che i crediti complessivi concessi a famiglie, imprese e stati supera del 200%  la capacità dell’economia reale di produrre valore monetario misurato nel Prodotto interno lordo mondiale. Solo i debiti pubblici “sovrani” ammontano a 52mila miliardi). Così accade che gli istituti finanziari che hanno emesso tali titoli, o che se li ritrovano in pancia (i mutui immobiliari statunitensi, titoli di stato greci, azioni hitech, domani chissà), non riescono ad onorare gli impegni e dichiarano bancarotta. A questo punto le banche ricattano gli Stati che coprono i disavanzi con i soldi dell’erario, vendendo beni pubblici, tagliando servizi ed occupazione, ecc. Il risultato, anche in questo caso, è un trasferimento di ricchezza dai cittadini/contribuenti/utenti ai  possessori di titoli finanziari, un prestito forzato più iniquo delle tasse, un’espropriazione del valore della produzione sociale da parte delle imprese finanziarie realizzata attraverso la mediazione degli stati.
Altre possibilità non so immaginarmele. Se questa ricostruzione è veritiera (attendo smentite), perché consentire alle banche pubblicità così palesemente ingannevoli e nocive alla salute della pubblica economia?
Interrompere la spirale perversa della speculazione finanziaria, sgonfiare preventivamente il “mercato dei soldi”, mettere il sistema finanziario nelle condizioni di non nuocere, dovrebbe essere la prima vera riforma strutturale che i governi dovrebbero attuare. Riprendere il controllo pubblico sul denaro, sugli istituti finanziari, sulle banche, sui banchieri, sugli strozzini.
Il punto da cui partire è l’audit del debito: comune per comune, regione per regione, ministero per ministero è necessario  mettere sotto la lente di ingrandimento swap e cartolarizzazioni, project financing ed esternalizzazioni, trasferimenti e calate delle Spa pubbliche in Borsa. Tutto al fine di calcolare la fondatezza delle spese sostenute a debito e la legittimità delle astronomiche cifre pagate per interessi. Dove è stato fatto (Argentina, Ecuador) si è rivelato molto istruttivo: il  cinquanta per cento almeno dei debiti pubblici è stato contestato e dichiarato inammissibile, quindi “ristrutturato”.  Iniziative si stanno moltiplicando in tutta Europa promosse da vari comitati per la riforma della Banca Mondiale, per l'annullamento del debito del terzo mondo, per la Tobin Tax.

In Italia vedi i siti: www.rivoltaildebito.orgwww.cnms.it/campagna_congelamento_debito.
Uscire dal cappio del debito è il primo passo sulla via della decrescita dalla dipendenza dall’economia della crescita
 


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