PREFAZIONE
Che cosa abbiamo fatto di male... di bene, di strano, di bizzarro, di inutile, di imperdonabile, di divertente, di triste... di sbagliato, per meritarci di essere governati dal “cavaliere inesistente”? Come è che siamo arrivati a essere il Paese in cui ben 17 milioni di italiani hanno scelto proprio lui, “il cavaliere inesistente”, che quando solleva la celata si scopre
che l’elmo è vuoto, come per Agilulfo, lo straordinario e inquietante personaggio di Italo Calvino?
Nel resto del mondo ci guardano... chi con preoccupazione
esagerata (possibile che non vi sia bastato
un Mussolini?)... chi con rabbia e indignazione (tollerando
insopportabili e mostruosi conflitti di interesse,
si contagiano anche le altre più deboli democrazie europee)...
chi con allegra e sfottente ironia (benedetti
italiani! Che cosa non farebbero mai pur di sorprenderci!).
Qualche tempo fa mi è capitato di scrivere una lettera
a un presidente del consiglio che non c’è. Parlavo
di Rai. Ero appena rientrato da Strasburgo. Il governo
francese, nel semestre di presidenza dell’Unione europea
di Sarkozy, aveva aperto un confronto fra governi
e televisioni sul domani dei servizi pubblici nell’epoca
della rivoluzione digitale. Ma se a Strasburgo si parlava
di futuro, da noi il dibattito era su Saccà, sulle intercettazioni
fra i dirigenti e il premier, sulle signore e sulle signorine da far lavorare in una fiction da mandare in
video, il tutto per “rendere più gradevole la vita del capo”.
Potevo scrivere una lettera a Silvio Berlusconi, che
in teoria era il giusto destinatario? Chi l’avesse letta
avrebbe pensato come minimo che ero un grandissimo
ingenuo. Cercare di dire a Berlusconi quello che un governo
dovrebbe fare per salvare la Rai da se stessa e
dalla cattiva politica, rischiava di essere un esercizio
davvero inutile. Lui resta comunque e sempre “Mister
Tv”, “Sua Emittenza”. In base ai suoi interessi televisivi
lui sa bene cosa fare. E temo che non coincida con
quello che serve alla Rai. Meglio allora scrivere a “un presidente
che non c’è”.
Certo! Avessi letto prima questo bel libro di Mino
Lorusso, avrei indirizzato la mia lettera ad Agilulfo. È
vero che «nell’armatura bianca dall’iridescente cimiero
non c’era dentro nessuno», ma sarebbe sicuramente
stato un interlocutore più attento e sensibile.
Leggendo i sei capitoli in cui è strutturata questa corsa
mozzafiato di Lorusso attraverso la vita, i fatti, i processi,
i sogni, gli incubi, le contraddizioni, di questo «simpatico
mascalzone» (così lo definì una volta Eugenio
Scalfari) mi è venuto in mente anche un altro possibile titolo
in grado di cogliere bene lo spirito del personaggio:
Un italiano da bere. Vi ricordate lo slogan sulla Milano da
bere? Voleva comunicare ottimismo, denaro, successo,
belle donne, possibilità di carriere spumeggianti.
Un italiano da bere mi fa venire in mente anche Indro
Montanelli: fu lui a dirci che bisognava berselo,
Berlusconi, per mitridatizzarsi. A me – a dir la verità –
sembrava di averne avuto già abbastanza! Si vede che
agli italiani in generale non è bastato quel che già avevano
avuto modo di vedere e di sperimentare.
Lorusso – ai miei occhi di vecchio cronista e direttore
di giornali – ha un grande merito: il suo lavoro è soprattutto
un esempio di buon giornalismo. E in giro di
questi tempi non ce ne sono molti di esempi per chi
vuol fare questo mestiere. Un esempio della grande
professionalità di Lorusso? Prima di tutto non è mai
fazioso. Non solo, ovviamente, non è mai compiacente
rispetto a questo italiano da bere, ma non cade neppure
mai nella trappola del nemico da attaccare, da deridere.
Quello che gli interessa è il personaggio da raccontare,
in tutte le sue diverse sfumature.
Se la scena politica italiana da quindici anni è segnata,
se non dominata, da quest’uomo, il problema
non è demonizzarlo ma capire qual è il segreto del suo
successo. E soprattutto capire che cosa hanno sbagliato
e continuano a sbagliare gli altri, quelli che pensano
che lui sia una iattura per il Paese, un signore sicuramente
capace di risolvere i suoi problemi ma non
quelli dell’Italia. Siamo o no ancora oggi «il paese più
malato d’Europa»? Con Berlusconi continueremo ad
esserlo. Questa è la mia opinione. Ma anche il centrosinistra
non ha fatto molto per aiutarci a guarire. E
soprattutto adesso non sappiamo ancora bene che
cosa propone per meritarsi di guidare il governo del
Paese.
C’era un vecchio slogan del buon giornalismo alla
Panorama dei miei tempi: separare i fatti dalle opinioni.
Che non voleva dire che non si dovessero avere opinioni.
Tutt’altro. Ma per rispetto al lettore non si dovevano
contrabbandare per fatti le proprie opinioni.
Tenerle distinte – o almeno provarci con serietà – privilegiando
la scelta dei fatti da raccontare, in modo che
da questi stessi fatti emergessero le condizioni per il
lettore di farsi lui una sua idea. E poi magari metterla a
confronto con quella di chi scrive.
Certo, la stessa scelta dei fatti, così come la possibilità
di nasconderne alcuni, condiziona le idee che uno
si può fare di un personaggio. Tuttavia ho sempre trovato
più disonesto intellettualmente chi nasconde certi
episodi di proposito che non chi magari trascura o dimentica
alcuni accadimenti, pure importanti, ma che
non aggiungono o tolgono nulla al senso dell’informazione
che si vuole trasmettere.
Già dalla scelta del titolo, Il cavaliere inesistente.
Berlusconi nell’Italia del pensiero unico, si fa uno sforzo
importante per farci capire due temi che poi troveremo
molto ben sviluppati nel testo.
Il riferimento esplicito al personaggio di Italo Calvino
serve a Lorusso per parlarci di questa nostra epoca in cui
il contenitore prevale sul contenuto. L’involucro, quello
che appare, prevale su quello che c’è dentro. E’ il segno
della società dello spettacolo, in cui l’apparenza
spesso è il tutto.
Con il riferimento al “pensiero unico” si coglie poi
molto bene lo spirito degli anni che stiamo attraversando:
crisi delle ideologie, crisi dei partiti, semplificazione a
ogni costo, valori ridotti al minimo. Con il risultato che fa
la sua comparsa il girotondismo, il grillismo, cresce il sentimento
di rifiuto da parte di molti cittadini nei confronti
della classe dirigente politica identificata come “una
casta”, al servizio di se stessa più che del bene comune.
Berlusconi è un campione della società dello spettacolo
e a molto gli è servito aver fondato la televisione
commerciale.
Berlusconi, che alla vecchia politica deve tantissimo,
che proprio sulla base dei favori della politica ha costruito
la sua fortuna negli anni della Prima Repubblica,
è paradossalmente diventato il paladino del pensiero
unico e in definitiva dell’antipolitica.
Lo spettacolo ha bisogno di ritmo e di continui cambi
di scena. Come spiegarsi altrimenti tutti i nomi che
lui stesso ha cambiato in questi anni all’involucro in cui
racchiudere il suo fare politica? È passato dall’alleanza
per il buon governo a Forza Italia, al Polo, alla Casa
delle libertà, e infine al Popolo delle libertà. E ogni volta
lasciando per strada alcuni dei suoi sostenitori soprattutto
nel momento in cui manifestavano l’ambizione
di dar vita a un vero partito strutturato, democratico.
Ha sempre privilegiato il contenitore al contenuto.
Se al Nord per vincere serviva allearsi con la Lega
Nord, ebbene si facesse! Poco importa che al Sud servisse
un accordo con Alleanza nazionale. E che importa
se almeno allora Lega e An avevano in comune davvero
pochi valori?
L’antipolitica ha bisogno di deridere l’avversario (di
Veltroni dice che è stato sempre e solo un funzionario
di partito, che non si è mai guadagnato lo stipendio lavorando),
di criticare il modo stesso di far politica, che
diventa “il teatrino della politica”, di attaccare il linguaggio,
il politichese degli altri.
L’azienda è più importante del partito. E governare
il Paese diventa sinonimo di ben governare l’azienda
Italia. Chi governa un’azienda non dialoga con il concorrente,
se non per farselo amico, magari per comprarselo.
Altrimenti si fa di tutto per buttarlo fuori dal
mercato o chiuderlo in una nicchia di mercato.
È bene esserne consapevoli. Eppure c’è un gran bisogno
di dialogo. C’è bisogno di costruire insieme –
destra e sinistra – le regole per modernizzare questo
nostro povero Paese. Ma la sinistra è disposta a rinnovarsi
profondamente? Non è forse facendo fino in fondo
i conti con la sua storia, con il suo passato, che può
sperare di ritornare a essere una forza di governo credibile
per una maggioranza degli italiani? E questa destra
sarà mai capace di prendere sul serio il dialogo? O
conta di più prendersela con i giudici, immaginarsi comunisti
dappertutto, e fare intanto i propri affari di famiglia?
Al Paese serve esattamente il contrario del pensiero
unico. Gli interessi contingenti del premier, d’altra
parte, hanno finito perfino per prevalere sull’ambizione
di costruirsi l’immagine di uno statista.
La cultura aziendale ha un obiettivo sacrosanto, il
profitto. La cultura politica ne dovrebbe avere un altro
di obiettivo, il benessere generale, il bene comune.
D’accordo la cultura politica ha fallito nell’aiutare questo
Paese a diventare migliore, più moderno, a passare
da una Prima a una Seconda Repubblica. Ma davvero
qualcuno pensa che là dove ha fallito la politica può riuscire
la cultura aziendale?
Leggete fino in fondo Il cavaliere inesistente e avrete
uno strumento in più per trovare una risposta.
di Carlo Rognoni
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