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Articolo 21 - Osservatorio Esteri
Altri inferni
Altri inferni

di Simone Petrelli

Per i diritti delle donne, schiacciati e vilipesi senza pietà. Per l’innocenza dei bambini, svilita e compromessa da mani indegne. Contro i torti di un regime sordo ai bisogni del suo popolo. Lei pensava e prendeva nota, ispirata dalla forza e dalla passione dei suoi 24 anni volati in fretta. Scriveva e parlava perché questo era il suo destino, un destino che per lei era anche mestiere: narrare col microfono e con la penna le storie del suo Paese. Ma per il Nepal da oggi lei sarà solo un ricordo del passato. Perché Uma Singh, la giornalista, non c’è più.

Radio Today FM non trasmette più la sua voce, e tra le pagine di Jankpur Today il suo nome non è più una firma ma un dato di cronaca, di cronaca nera. Giornalista coraggiosa, dicono di lei. Un padre ed un fratello rapiti due anni e mezzo fa dalla guerriglia maoista, e mai più tornati a casa. E ora è toccato a lei: brutta fine la sua. Domenica sera faceva quello che ogni giorno le era già toccato di fare a Sarlahi, nella regione del Terai, a sud di Katmandu. Tornava a casa dopo il lavoro, tornava alla sua stanza in affitto per aspettare che finisse un altro giorno.

Che quello non era un giorno come tanti ha dovuto impararlo in fretta, aggredita e pugnalata a morte da 15 sicari davanti agli occhi degli altri affittuari. Dal 2007 sono tre i casi di aggressioni mortali ai danni di giornalisti in Nepal. Lo dice Human Rights Watch. Con il caso di Uma siamo a quota quattro, ma c’è un caso di scomparsa che puzza di omicidio. E’ una stima bassa, ma significa molto. Per il nuovo Nepal della vittoria maoista, quello uscito a forza dalla guerra civile, significa che le cose non sono affatto a posto. E che il baratro si avvicina. Reports non allineati segnalano 284 incidenti ai danni di operatori ed organi d’informazione.

Alcuni insistono nel dire che ai quattro angoli del Paese bande armate si stanno rapidamente radunando. Nel mentre, la quiete nazionale va in pezzi, e con il governo che già scricchiola ancora una volta sembra proprio di trovarsi di fronte ad un altro inferno. La polizia non sa. Omicidio inspiegabile ma le indagini andranno avanti, seguitano a dire. I 15 che hanno fatto scempio della Singh erano armati fino ai denti. Ma gli ufficiali non se la sentono di indicarli come appartenenti a bande reazionarie. Nello stesso giorno, la casa di un’altra giornalista è stata saccheggiata, e sulla porta è stata dipinta una grossa croce.

Non è un mistero, ma un avvertimento: la prossima sei tu. “Se il governo non si decide a provvedere garanzie di sicurezza per noi giornalisti, diventerà impossibile fare libera informazione” commenta scioccato Dharmendra Jha. Lui è il presidente della Federazione dei Giornalisti Nepalesi. Da insegnante, è stato lui ad iniziare Uma al giornalismo d’indagine. Era una sua studente, e oggi è una vittima in quella impresa impossibile che in Nepal è la guerra all’impunità. Una guerra in cui nessuno è mai al sicuro.

La Federazione ha indetto una giornata di commemorazione solenne, con tanto di ghirlande di fiori, trasmissione di nastri radiofonici con la voce di Uma e presenze illustri del giornalismo locale. In tutto il Paese sono nate come fiori iniziative similari. Tutte con lo stesso, duplice obiettivo. Ricordare Uma e protestare per un omicidio che fornisce ancora l’ennesimo indizio del tramonto di un regime appena nato. La notizia di quella morte efferata ed indegna ha fatto presto il giro del mondo. Il problema è che da noi l’accaduto è stato liquidato con le poche, solite parole di cronaca, spese per un angolo lontano e dimenticato di mondo.

In media il caso Singh ne occupa poco meno di una quindicina. Sono troppo poche: così si rischia di svilire anche il ricordo. E un’uccisione brutale finisce per far più rumore del coraggio immane di una donna vissuta in – e vittima di- un altro inferno sconosciuto.

 

Dalla rete di Articolo 21