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Articolo 21 - Osservatorio Esteri
Fucile contro fucile
Fucile contro fucile

di Simone Petrelli

Mercenari contro pirati. A mali estremi, estremi rimedi, come si dice. Eppure, a volte l’antidoto può essere peggiore del male. Quindi, a male estremo, rimedio anche peggiore. Il futuro della Somalia così riesce a sembrare un po’ più buio. Perché sulla terraferma non c’è pace: 17 anni ininterrotti di guerra civile ed un governo di cartapesta che sta in piedi solo grazie ai fucili etiopi. In mare la situazione non è certo migliore, visto che i corsari sono arrivati a colpire almeno un centinaio di volte, soltanto nello scorso anno.

La flotta Nato scuote la testa, ammettendo di non avere navi a sufficienza per mettere un po’ d’ordine nel caos somalo. 20 unità sono poche per 2 milioni e mezzo di chimometri quadrati di acque. Agli armatori, allora, non resta che sondare nuove piste. Valutare proposte. Formulare alternative. Purchè tutto si faccia in fretta. Perché qui il problema è grosso. E drammatico. E costoso, per giunta. Allora, nelle acque somale è giunta l’ora dei contractors. Di fronte al dilagante male pirata l'antidoto sarà ricorrere ai mercenari. Anzi, alle compagnie private, come si fanno chiamare.

Soprattutto, sarà Blackwater Worldwide, col suo pedigree di piombo e sangue. Fondata e diretta da ex navy SEALs (forse speciali della Marina Statunitense), la firm vanta un database con 50mila nomi di suoi alfieri: soci e collaboratori a vario titolo scelti in ormai dodici anni di “onorata” attività tra ex militari e professionisti del settore. Di fronte a facili allarmismi, va precisato che non si tratta di una novità. Generalmente parlando, la disputa tra pirati e truppe mercenarie va infatti avanti da almeno otto secoli buoni. Quanto alla Somalia poi, già quattro anni fa il solito vacillante governo locale provò ad assoldare una compagnia di contractors statunitensi per avvalersi della sua preziosa protezione.

Allora tutto naufragò a causa di uno scandalo. Cosa che non accadde nel giugno dello scorso anno, quando un’agenzia francese strappò un assegno da 150milioni di dollari per farsi carico delle sorti mercantili somale. Salvo poi darsi ad una frettolosa marcia indietro, subissata da una tempesta di polemiche di natura legale. Così è arrivato il tempo della Blackwater. Che ha un gran fiuto per gli affari. E parecchi problemini d’immagine da risolvere. All’agenzia di mercenari più tristemente famosa del globo servono disperatamente nuove entrate.

Il business iracheno sta infatti andando velocemente in pezzi, con l’incubo della maxi-sparatoria da 17 vittime civili che ancora turba i sogni di molti papaveri della firm. E le altre operazioni sparse per il globo non sembrano sufficienti a garantire solide rendite. Hanno lavorato a New Orleans nel dopo-Katrina. Proteggono ancora le installazioni militari in Giappone ed hanno addestrato la polizia segreta a Taiwan. Pattugliano il Kenya in cerca di ostaggi. Da oggi, si preparano anche a far rotta verso il Golfo di Aden.

Utilizzeranno la MacArthur: 183 piedi di motonave, 14 uomini di equipaggio, pista d’atterraggio per elicotteri inclusa. Forse ad essa si affiancheranno presto altre navi, così da formare una mini-flotta anti-pirateria di pattugliamento. Per battere i predoni bisognerebbe mettere in sicurezza il territorio, privando i pirati del retroterra in cui rifugiarsi. Ma vista la difficoltà di applicare un simile progetto, si pensa ad altro.Contro la mafia d’altura, compagnie di sicurezza e flotta Nato puntano ad assicurare congiuntamente un corridoio di ferro a 200 chilometri dalle coste, così da consentire ai mercantili un transito tranquillo quanto obbligato.

Alla MacArthur, il compito di scortare le imbarcazioni nei tratti più pericolosi. Potendo contare sull’equipaggiamento dei contractors, gli armatori non sarebbero più costretti ad armare gli equipaggi. Per la Blackwater un compito delicato, dunque. E quantomai redditizio. L’equazione del successo Blackwater è tutto sommato semplice: più personale adeguatamente preparato, meno operatori improvvisati. Contro i 1200 predoni irregolari, contro i loro equipaggiamenti sofisticati ed i sistemi di comunicazione di prim’ordine serve il meglio degli armamenti.      

Delle navi attaccate, circa una quindicina sono a tuttora nelle mani dei predoni. 200 membri di equipaggi attendono da qualche parte il riscatto che li riporterà a terra, a casa, finalmente. L’Oceano Indiano ha molto da offrire. Ma il Golfo di Aden è anche meglio. Ci passa il 10 per cento delle forniture energetiche del sistema-mondo. Ci passa una grossa fetta del commercio marittimo Asia-Europa. Solo ieri, prima di qeusta dannta storia, prima che tutto questo meccanismo forsennato si mettesse in moto, far transitare merce su quella rotta in termini di assicurazione carico costava dieci.

Oggi costa cento. Al di là degli armatori, amareggiati dalle pessime sorti degli ultimi commerci, governo somalo e forze statunitensi saluterebbero con entusiasmo un eventuale coinvolgimento delle agenzie di sicurezza private. Molto meno ottimista la Nato, preoccupata da una serie di interrogativi che non sembrano destinati a dissiparsi così in fretta. Anzitutto, c’è irilletto facile dei nuovi mercenari, coi loro metodi al limite della legalità e le loro fumose regole d’ingaggio. Poi, c’è il possibile coinvolgimento di innocenti, pescatori, membri d’equipaggio e civili, negli scontri con le forze corsare.

Così, nel bel mezzo del marasma somalo, incerta ed in attesa di dare il suo prezioso benestare resta la Nato, e solo la Nato. l’ombra di Blackwater, l’ombra del fucile da usare contro altri fucili, si fa sempre più lunga, e spaventosa.

Dalla rete di Articolo 21