di Simone Petrelli
50,23 per cento delle preferenze. Il che significa che, a occhi e croce, più di sei milioni di ghanesi hanno votato per lui. Così alla fine l’ha spuntata: chi la dura la vince, dice il saggio. Anche se a volte ci vuole del tempo. Anche se il primo tentativo non va a buon fine, e il secondo non finisce meglio. Ma la terza volta, quella ha portato i suoi frutti. E a John Atta Mills non resta ora che coglierli a piene mani. Con il rigore di una vita intera da professore di diritto, la parete dello studio ingombra di pergamene e diplomi di laurea e master, a 64 anni Mills sveste i panni del docente. E indossa quelli di presidente.
Il Ghana sarà finalmente un po’ più suo. E un pò meno di John Kufuor, che da presidente del Paese del cacao e dell’oro, del legname e del cocco ha trascorso gli ultimi otto anni. Con Kufuor tramonta anche il regno del suo partito, il New Patriotic Party che in questa tornata elettorale sostenteva a spada tratta il cavallo perdente, Nana Akufo-Addo. Eppure hanno perso di un soffio, visto che sono riusciti ad incassare il 49,77 per cento dei voti e che soltanto una settimana fa l’ago del consenso pendeva per loro.
Ma ormai i conti sono fatti. L’annuncio ufficiale è stato dato e riecheggia ancora, rimbalzando di antenna in antenna attraverso la miriade di notiziari e bollettini delle tv locali. In Ghana è tempo di bilanci, per alcuni di promesse. Per il 64enne Mills, ad esempio, è già il momento di dare un volto concreto alla sua creatura. Ha trascorso gli ultimi due anni dipingendo sé stesso come l’uomo nuovo, piovuto giù dal cielo per costruire il nuovo Ghana. I primi manifesti della sua campagna elettorale sbiadiscono appesi ai muri, tanto che tutto ciò che resta dei colori originali è il bianco abbacinante del sorriso presidenziale, con il rosso vivo dell’onnipresente cravatta.
L’ago della bilancia del nuovo Ghana si chiama Tain, un distretto ad appena una manciata di chilometri dalla frontiera. La scorsa settimana, mentre tutto il Paese correva alle urne per il ballottaggio dopo lo stallo di inizio dicembre, qui non si è votato. Problemi tecnici. Così una circoscrizione di campagna, anonima e tranquilla, è diventata teatro dell’ultimo atto di una saga politica nazionale. A Tain, l’Npp non si è nemmeno presentato nei seggi. A differenza della polizia e dell’esercito, che le autorità hanno scelto di schierare a presidio delle sezioni elettorali.
A fine dicembre, centinaia di sostenitori dell’opposizione di Mills avevano preso d’assalto Accra, il palazzo della commissione elettorale, al grido di “Vogliamo il cambiamento”. Solo ripetuti colpi d’arma da fuoco avevano posto fine alla baraonda. Ma questo era ieri, era lo scorso anno, e forse si trattava addirittura di una vita fa. Perché finora tutto è filato liscio. Ancora niente incidenti, niente sommosse e assalti e assedi. Lo sdegno c’è, ma l’Npp forse sa. Forse ha compreso che ha fatto il suo tempo. Otto anni e due mandati consecutivi erano il massimo ottenibile: l’Npp ha avuto tutto questo, ed un Paese intero da governare.
Oggi il vento è cambiato. 230 collegi hanno espresso il verdetto della gente, e Mills si avvia trionfante al palazzo presidenziale. La partita ora si gioca su un altro piano, quello ben più volubile degli umori popolari. Ogni ghanese riesce a produrre oggi ad un livello che prima era semplicemente impensabile. Ma il Paese resta pesantemente dipendente dal supporto finanziario e tecnologico internazionale. Germania e Regno Unito, USA e Giappone mantengono stretti rapporti con Accra. Anche se il 90 per cento della popolazione urbana (e il 64 per cento di quella rurale) ha accesso all’acqua potabile, più della metà dei ghanesi vive a tuttora al di sotto della soglia di povertà, con meno di un dollaro al giorno, lottando tra le angustie di uno stato il cui debito nazionale già nel 2004 superava i sei milioni di dollari.
Mancano ancora poche ore. Poche ore di quiete e poi il Ghana, la repubblica presidenziale costituzionalmente multipartitica dal ’92, il Paese con uno dei tassi di alfabetizzazione più alti del continente (quasi il 75 per cento) avrà finalmente la sua occasione. Per mostrare all’Africa e al mondo un concreto, raro e soprattutto pacifico esempio di transizione democratica.
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