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Articolo 21 - Osservatorio Esteri
Europa-Irlanda, atto secondo
Europa-Irlanda, atto secondo di Simone Petrelli

No. Ancora una volta, e per sempre, no. No all’ingerenza massiccia del continente nei fatti d’Irlanda. La neutralità non si tocca. Aborto? Neanche a parlarne. E giù le mani anche dall’autonomia fiscale. Hanno questo in testa, quelli del People’s Movement. Se lo ripetono come una convinzione, un credo che non dà loro tregua. E li spinge a migliaia di chilometri di distanza, fino al palazzo del Consiglio d’Europa, a Bruxelles. Il Trattato per loro è poco più che fumo negli occhi. Lisbona non passerà, costi quel che costi. “Strumento ideale per un’azione più efficace, democratica, operativa e comprensiva”, dicono gli europeisti?  Che parlino, tanto il Movement non ci sta.

 

Poco conta che quasi tutti in tutto il continente abbiano già esaminato e votato e approvato. Come ogni ospite di riguardo, Dublino si fa desiderare, e la festa comincerà in ritardo. Ma siccome non c’è rimasto poi troppo tempo, ecco le 48 ore che potrebbero rimettere tutto a posto. Un summit della salvezza, per così dire. Perché al tavolo di Bruxelles, alla fine, l’Irlanda di Brian Cowen ha promesso, ed i partner europei in cambio hanno dato la loro solenne parola. Non interferiranno troppo. “Oggi abbiamo la prova evidente che l’Unione è pronta a rispondere” ha così potuto dire, raggiante, il Premier di Dublino al termine dei lavori.

 

Ora Cowen ha un impegno importante in agenda, l’ennesimo. Tornerà di fronte al suo popolo. Tra le mani, un nuovo pacchetto di provvedimenti e garanzie che forse stavolta sortiranno un effetto differente. Ma intanto, fuori dal palazzo, c’è un’altra Irlanda. Quella del Movement, del Sinn Fein, del fronte del “no” che attende, proprio come Cowen, la fine del 2009, con la seconda consultazione referendaria nazionale. Quella che farà la differenza per davvero, e forse per sempre. Perché se il Trattato non passa stavolta, non c’è nessun “piano b”. E questo lo sanno bene tutti quanti.   

 

All’inizio era l’insofferenza, poi è stato il tempo della meditazione. Perché il caso-Dublino, scoppiato dopo i sorprendenti risultati di giugno, a ben vedere sembra non abbia affatto rappresentato un episodio isolato e circoscritto. Quel “no” forte e chiaro ha soltanto amplificato, e proiettato alle stelle -e sulla scrivania del Consiglio- tutta una serie di interrogativi sul senso della globalizzazione e, soprattutto, sul modo europeo di viverla. L’Europa è lontana, si è detto. L’Europa funziona alla perfezione come erogatrice di fondi. Va tanto bene che sembra un immenso salvadanaio molto più che una casa comune, si è ripetuto.

 

Quel 12 giugno ha chiuso le porte in faccia al Trattato di Lisbona e alla ratifica scorrevole che molti si aspettavano. Ma forse ha insegnato qualcosa a tutti. E forse ha lasciato aperto uno spiraglio. Almeno fino ad ora. Finchè ci sono consultazioni a Bruxelles, e promesse, e accordi, pacchetti e garanzie. “L’accordo è una vergogna” cantilena con parole di piombo Padraig Mac Lochlainn, direttore della campagna per il “no” del Sinn Fein. Non solo non incide sulle reali motivazioni che hanno spinto il popolo ad opporsi alla ratifica in giugno, ma “contiene proposte che deliberatamente cercano di ingannare l’Irlanda.”

 

Ingannati ci si sentono davvero, quelli fuori dal palazzo a Bruxelles. Ingannati e determinati. “Come gruppo d’opposizione, se vogliamo chiamarlo così, siamo più che mai determinati” dicono. “E siamo meglio organizzati di quanto non fossimo l’ultima volta” continuano. Tutto ciò che devono fare ora è voltare le spalle, tornare di filato a casa, e raccogliere un po’ di fondi. Per far ripartire una volta ancora la formidabile macchina da guerra della propaganda contro la Costituzione “alleggerita” d’Europa, quel Trattato di Lisbona che sembra piacere così poco.

 

Con le carte che hanno, se giocano bene magari faranno gioire ancora “Mr. No”, Declan Ganley. Lui, magnate fondatore del gruppo Libertas che aveva guidato la rivoluzionaria, vittoriosa campagna di giugno che tanto sconcerto aveva scatenato a Bruxelles. Lui, che voci di corridoio vorrebbero politicamente, ma soprattutto economicamente vicino allo zoccolo duro dei neo-cons americani e ai loro prodigiosi dollari, capaci di aprire infinite porte. Lui, ancora, che in giugno aveva saputo scegliere il momento giusto per far leva sulla sua gente con poche, semplici parole. Per l’Irlanda antica, cattolica e pacifica ne erano bastate tre. Popolo, coraggio, saggezza.

 

Ma questo era ieri. Oggi e adesso tante cose sono cambiate, per l’Irlanda ma anche per l’Europa. Il continente cerca di scrollarsi di dosso le critiche che vorrebbero l’anima europea, cosmopolita e progressista, in picchiata libera. “Il Trattato non è morto”, “Si vada avanti”, si sente ripetere da un coro a più voci. Dublino per conto suo ha smesso i panni della tigre. Il -0,9 per cento del Pil segnala l’inizio della recessione economica. E le cose non sembrano destinate a migliorare se solo si considera il vulnus dei trasporti targati Ryan Air.

 

Agricoltura e pesca in Irlanda sono gli unici settori sottoposti a totale controllo interno. Ma da adesso in poi c’è lo spettro delle partite di carne contaminata da diossina, e le esportazioni rischiano di essere fatte a pezzi. E intanto, per l'Irlanda come per l'Europa, sta per iniziare il secondo atto.

      

 

 

     

Dalla rete di Articolo 21