Otto mesi soltanto. E poi cambierà davvero tutto. Dal 21 giugno del prossimo anno finalmente si cambia, in Groenlandia. Più di due milioni di chilometri quadrati sono abbastanza per farne l’isola più grande del mondo. E uno dei luoghi più difficili in cui vivere, visto che l’84 per cento del territorio è coperto di ghiaccio inospitale. La sua storia è la storia di una vita in condizioni estreme, di uomini e donne ricacciati sulle coste dai venti che spazzano l’interno e spezzano la volontà. Ma comunque la si guardi, la Groenlandia di oggi è diversa. E ha ancora meno a che spartire con Copenhagen.
Il referendum è passato. 75,54 per cento di sì, un successone. Così, l’isola del ghiaccio e dei testardi fa ancora un passo avanti. Per tre secoli mezzo mondo ha continuato a vederla così: l’appendice lontana ed enorme di un minuscolo reame europeo. Colonia danese spersa nel Nord sin dal 1700, quando i primi missionari si diedero al battesimo selvaggio della locale popolazione Inuit. Amt, cioè contea d’oltremare regolarmente rappresentata nel Folketing dal 1953. Moderatamente autonoma con la stipula dell’Home Rule Act alla fine degli anni Settanta. La Groenlandia è una terra strana.
Nel 1931, le solitudini della sue lande orientali furono occupate da un baleniere norvegese con deliri di grandezza, Hallvard Devold. Terra di Erik il Rosso, le chiamò, finchè fu la Danimarca stessa a trascinarlo di fronte alla corte permanente di giustizia internazionale, in una vicenda al limite dell’incidente diplomatico con Oslo. Ma la Groenlandia è anche una terra di primati. L’unica entità capace di proclamare la secessione dall’Unione Europea. Cosa che fece davvero tra il 1982 ed il 1985. L’unico pezzo di mondo per il quale Washington avrebbe sborsato 100 milioni di dollari senza battere ciglio.
Tanto vicina ai porti sovietici da poter essere trasformata in sentinella ideale durante la Guerra Fredda. Tanto prossima all’Artico da poter costituire un osservatorio priviliegiato sulle rotte dei temuti missili balistici intercontinentali. Ma Copenhagen disse no alle lusinghe della Casa Bianca. Che aveva comunque trovato il modo per imprimere il suo marchio sull’isola: Thule. La base aerea statunitense più a nord del mondo. Costruita durante la Seconda Guerra Mondiale, ed ampliata a scapito degli insediamenti di pochi, spauriti locali cacciati in malo modo da altisonanti missive con la corona reale di Danimarca.
Il 21 gennaio 1968 un B52 Stratofortress sbagliò di grosso la manovra e andò a schiantarsi con un tonfo mostruoso sul ghiaccio, poco fuori da Thule. Panico assoluto. Perché la fortezza volante portava con sé un bel carico di morte. Quattro bombe all’idrogeno nella stiva rinforzata. Fu la catastrofe, anche se il plutonio che allordava il bianco abbacinante delle nevi venne per la maggior parte recuperato. E oggi, a quarant’anni di distanza, fra le baite sperse sui ghiacci c’è ancora chi racconta strane storie di animali mostruosi, infettati da un veleno che non lascia scampo.
E’ vero, la Danimarca ha fatto molto per quest’isola lontana. Assistenza sanitaria. Istruzione. Solo nel 2007 ha sborsato 3,2 miliardi di corone, cioè 540 milioni di dollari per un luogo che ha perfino cambiato nome alla capitale, pur di non usare il toponimo danese. Sovvenzione annuale, la chiamano. In pratica quaggiù un terzo del prodotto interno è un regalo della “madrepatria” europea. Per questo c’è ancora qualcuno che crede nella corona. E che appoggia il controllo esercitato da Copenhagen su Affari Esteri ed esercito. Ma sono rimasti in pochi, i sudditi leali di quella Margrethe il cui profilo campeggia ancora sulle monetine.
7mila danesi si confondono in fretta, sepolti tra i 50mila Inuit che affollano le città. L’isola ha ormai un suo Parlamento. E un suo Governo. Ha un suo capo, di nome Hans Enoksen. Si tratta della stessa persona comparsa in lacrime a mezzanotte di fronte ai microfoni. Piangeva, Enoksen, ma di gioia. “Voglio dire grazie alla gente di Groenlandia per questo schiacciante risultato” ha singhiozzato. “E’ questo il mandato per compiere ancora un passo avanti” ha continuato. Ora è finita per davvero. Alla Groenlandia istruzione, sistema sanitario e servizi sociali groenlandesi.
La polizia locale sarà Inuit, come le corti e la guardia costiera. Inuit sarà la lingua ufficiale locale. La massiccia campagna locale per il sì ha dato i suoi frutti. 76 groenlandesi su 100 hanno riempito le urne di silenziosa speranza. Tutti i partiti hanno presentato i loro appelli in favore del “sì”. Tutti, tranne l’opposizione democratica di Finn Lyng. Troppo pochi per provvedere da soli a noi stessi, dicono. Troppo deboli per portare l’isola verso la modernità. Magari hanno ragione, magari è vero. Come è vero che la bandiera scelta per l’indipendenza ha gli stessi colori –bianco e rosso- della Dannebrog danese.
La capitale Nuuk (un tempo Godthab) manca di un aeroporto internazionale, e la televisione qui è arrivata appena nel 1982. Ma qualcosa si sta muovendo. C’è il petrolio e c’è il carbone. C’è l’oro, i diamanti, l’uranio, lo zinco e il piombo. Soprattutto, stavolta c’è la voglia di un popolo, un popolo intero, di non gettare al vento una chance preziosissima di riscatto. Così, è arrivata l’ora: si va dritti verso l’autodeterminazione. E Copenhagen dovrà starci per forza.
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