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Articolo 21 - Libri e Giornalismo
Casale Monferrato: la polvere che uccide ( Guido Iocca)
Casale Monferrato: la polvere che uccide ( Guido Iocca)

A 25 anni esatti dalla chiusura dell’Eternit di Casale Monferrato e a due dall’inizio del processo di Torino contro i proprietari della multinazionale svizzera, accusati di «disastro doloso e omissione di misure di soccorso», il libro raccoglie le testimonianze di dieci ex lavoratori dello stabilimento, quasi tutti ammalati di asbestosi, e di dieci abitanti della città piemontese (tra cui, alternati, i ricordi dei congiunti sopravvissuti), colpiti da infermità ancora più insidiose, soprattutto mesotelioma pleurico e carcinoma polmonare.
Ne emerge un quadro sconvolgente. In fabbrica, soprusi all’ordine del giorno da parte di una proprietà che, consapevole del pericolo, non si limitava a far convivere i suoi dipendenti con l’amianto, ma li costringeva a condizioni di lavoro disumane, in ambienti malsani e con in più la continua minaccia di punizioni per chi osava alzare la testa. Fuori dalla fabbrica, un’intera comunità cittadina tenuta per anni all’insaputa dei rischi derivanti dall’esposizione alla fibra avvelenata.

PRESENTAZIONE


Lo hanno definito il “processo del secolo”, per l’enorme quantità di vittime (2.200 decessi e 700 malati di asbestosi), il numero record di costituzioni di parte civile (oltre 6.000) e per la platea di legali coinvolti (150 tra avvocati e collaboratori). L’accusa nei confronti dei due imputati, “disastro doloso e inosservanza delle norme in materia di sicurezza”, giustifica l’enorme interesse da parte dei media di tutto il mondo. Un processo, quello contro la multinazionale svizzera Eternit (iniziato due anni fa e ormai prossimo alla conclusione), che è stato possibile anche – e soprattutto – grazie alle lotte che il sindacato, in particolare la Cgil, ha condotto per decenni in tutti i luoghi dove gli impianti produttori di manufatti con la fibra killer dell'amianto (Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli) hanno compiuto quella che ormai si può descrivere senza mezzi termini come una strage di vite umane. In particolare a Casale, il vero epicentro della tragedia, con il suo terribile tributo di morti – a oggi 1.500, tra lavoratori e cittadini –. Uno stillicidio, purtroppo, non destinato a esaurirsi tanto facilmente, considerando che l’incubazione di una malattia come il mesotelioma può durare fino a 30-40 anni.

Nella storia delle lotte operaie contro la nocività dell’ambiente di lavoro – in Italia e non solo –, quella di Casale Monferrato (dove, negli anni di scontro più acuto, si tennero scioperi che arrivarono a durare fino a 70 ore) è una vicenda esemplare sotto molti profili. Il primo si può riassumere con il rifiuto da parte del sindacato del ricatto di dover accettare insostenibili condizioni di rischio pur di mantenere l’occupazione. Evidentemente, ciò non è stato semplice. È stata una decisione dura e difficile, ma una scelta corrispondente a una grande visione strategica, in cui la salute è stata davvero e concretamente concepita non solo come un bene individuale inestimabile, ma anche – come la definisce la nostra Costituzione – un interesse della collettività. Una considerazione che rimanda al secondo, fondamentale, tratto distintivo della vicenda. La sfida per il sindacato è apparsa, quasi fin dal primo momento, quella di difendere non solo i lavoratori dell’Eternit, ma l'intera popolazione di Casale: la linea seguita dalla Cgil, e poi fatta propria dalle altre confederazioni e dalle forze politiche, è stata quella di unire la lotta e una collettività attorno a un obiettivo comune, dal significato superiore agli interessi esclusivi di una parte, evitando una contrapposizione che avrebbe potuto produrre conseguenze negative per l’esito di quella stessa lotta e per la credibilità delle organizzazioni dei lavoratori. E qui siamo al terzo profilo, di grande valore.

È stata quest’ultima scelta che ha permesso che proprio da Casale Monferrato nascesse, e si sviluppasse poi attorno alla vertenza per l’ambiente, come fulcro naturale, il movimento italiano per la messa al bando dell’amianto. Se il nostro paese è stato uno dei primi in Europa a liberarsene, lo si deve in primo luogo all’azione della Camera del lavoro casalese.
Ora, a 25 anni dalla chiusura dello stabilimento piemontese, a tenere desta l'attenzione su un orrore che qualcuno ha paragonato a ragione al disastro di Chernobyl, giunge questo libro di Guido Iocca, con la sua teoria di intense, e per tanti versi dolorose, testimonianze. Sono le voci delle stesse vittime delle micidiali polveri di asbesto a darci l'esatta misura dell’enormità che si è consumata – e che ancora oggi si consuma – dal 1906, l’anno dell’insediamento dell’Eternit in provincia di Alessandria, per oltre un secolo. Sono i racconti degli ex operai (tante le donne), ammalati nella gran maggioranza di asbestosi, delle loro battaglie quotidiane contro una proprietà che non si limitava a farli convivere con la fibra avvelenata, ma che li costringeva a condizioni di lavoro disumane, in ambienti malsani, umidi e caldi allo stesso tempo, con in più la continua minaccia di punizioni per chi osava alzare la testa. E sono le altrettanto significative voci degli abitanti della città – o i ricordi dei loro congiunti (madri, mogli, sorelle, figlie e figli, nessuno per la verità completamente fuori pericolo) –, mai impiegati nella fabbrica, eppure colpiti lo stesso da infermità ancora più insidiose (soprattutto mesotelioma pleurico e carcinoma polmonare). La loro unica “colpa”, essere nati o aver vissuto nelle vicinanze del “mostro”.

A tutte queste persone, il sindacato è stato da sempre molto vicino. Con le iniziative di protesta e con la mobilitazione, come ho già ricordato, ma anche con il paziente e faticoso lavoro svolto, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, in fabbrica e sul territorio. Specialmente a partire dai primi anni settanta, quando con l’adozione dello Statuto dei lavoratori, a Casale, come nel resto d’Italia, si impose “una nuova coscienza della salute dei salariati”, che permise di organizzare finalmente le commissioni ambiente, di introdurre i primi libretti sanitari e di registrare i dati relativi alla salubrità o meno dei luoghi di lavoro. Ma c’è un ultimo aspetto che mi sembra doveroso sottolineare e che chiama in causa un valore, spesso sottostimato, proprio della storia e della realtà della nostra confederazione. All’origine della “vertenza Casale” c’è l’impegno del nostro patronato Inca, che con la sua silenziosa, assidua e competente opera di tutela dei lavoratori, ha fatto emergere le tremende malattie causate dall’amianto e ha saputo trasformare una problematica, a volte troppo semplicemente considerata di mero carattere individuale, in un’azione di difesa contro i torti di massa e per l’emancipazione dei diritti collettivi. Ce n’è abbastanza, insomma, per sostenere che in Eternit è stato scritto un memorabile capitolo della storia sindacale del nostro paese. Un capitolo di cui la Cgil può dirsi, ancora oggi, orgogliosa.
Susanna Camuso
Segretario generale Cgil


NOTA DELL'AUTORE


Coltivavo da diversi anni l’idea di scrivere un libro sulla vicenda dell’Eternit di Casale Monferrato. Il mio lavoro di giornalista specializzato in tematiche economico-sindacali mi aveva portato più volte a occuparmi delle tragiche morti per amianto tra gli ex lavoratori della fabbrica, chiusa nell’86, e gli abitanti della cittadina piemontese. Per Rassegna, il settimanale della Cgil, avevo scritto in particolare dell’attività di un gruppo di coraggiosi sindacalisti della locale Camera del lavoro, finalizzata fin dagli anni settanta a denunciare la responsabilità dei vertici della multinazionale per l’esposizione alle micidiali fibre di asbesto a cui avevano sottoposto per lunghissimo tempo decine di migliaia di persone, per la mancata osservanza delle tutele per la salute e per l’enorme inquinamento ambientale e le drammatiche conseguenze (a tutt’oggi in corso) per il territorio casalese. Nel 2001 conosco Nicola Pondrano e Bruno Pesce. Il primo era in quel periodo segretario generale della Fillea di Alessandria, il secondo coordinava da alcuni anni la “vertenza amianto” per l’associazione dei familiari di Casale e Cavagnolo. I due erano già allora definiti dalla stampa provinciale e regionale (ma non solo) i “Brockovich italiani”, per via del loro ostinato attivismo in favore della ricerca di una verità che era sotto gli occhi di tutti, ma che in pochi volevano vedere.

Negli anni successivi l’attività di denuncia dei sindacalisti casalesi, come pure il loro solido impegno nell’azione di tutela dei malati e delle famiglie coinvolte nell’emergenza amianto, con il supporto instancabile del patronato Inca, proseguono senza sosta. Si arriva così al 2004, quando – agli ordini del pm Raffaele Guariniello – prende il via l’indagine della procura della Repubblica di Torino sulle morti di alcuni lavoratori emigrati avvenute presso l’Eternit in Svizzera. Nel 2005, nel mese di gennaio, seguo da vicino gli sviluppi dell’azione legale promossa dalla Cgil territoriale e dall’Associazione familiari vittime amianto, la presentazione di un esposto contro i vertici della multinazionale, la prima tappa di una maxidenuncia che vedrà coinvolti nei mesi successivi, con l’apposizione di migliaia di firme da parte degli eredi delle persone decedute e degli ammalati per gli effetti nocivi dell’asbesto, gli altri stabilimenti di proprietà del colosso svizzero nel nostro paese: Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). L’iniziativa getta concretamente le basi per il processo a Stephan Schmidheiny e al barone Jean Louis Marie Ghislain de Cartier de Marchienne, che inizierà nel capoluogo piemontese in aprile del 2009.

È da uno dei tanti colloqui telefonici che in quei giorni ho con Pondrano, nel frattempo divenuto responsabile della Camera del lavoro territoriale, che prende corpo il progetto di un volume di testimonianze. “È stato raccontato di tutto sulla tragedia dell’amianto a Casale”, mi dice Nicola, “ma nessuno si è mai preoccupato di raccogliere per iscritto le voci dei protagonisti, degli ex lavoratori della fabbrica ammalati per lo più di asbestosi come dei cittadini, o dei familiari a loro sopravvissuti, vittime di terribili infermità che alla lunga non lasciano scampo”. L’idea è interessante, rimandiamo a un appuntamento successivo il compito di definire meglio il da farsi. Un appuntamento che tuttavia, come spesso succede quando si è presi dalle emergenze del giorno per giorno, non riusciamo a concretizzare se non nel 2008, con l’approssimarsi del processo di Torino. A partire dalla primavera di quell’anno, mi reco diverse volte a Casale Monferrato, dove comincio finalmente a lavorare alla realizzazione del libro. Ascoltando i drammatici racconti delle persone che – con una certa ritrosia e con comprensibile pudore – accettano di incontrarmi, vengo a conoscenza (o meglio, ho la conferma) di una realtà che definire sconvolgente è poco: l’Eternit non aveva mai informato i propri dipendenti – tenendo di conseguenza nascosta la verità all’intera popolazione – dei rischi per la salute che questi correvano a causa dell’esposizione alla polvere d’amianto.

Sembra incredibile, ma è proprio così. Nessuno, al momento dell’assunzione, aveva spiegato agli ex operai e agli impiegati dell’Eternit i pericoli che comportava operare a stretto contatto con il minerale utilizzato nei loro reparti. Centinaia e centinaia di poveri cristi che, con l’asbestosi conclamata, hanno continuato a lavorare in fabbrica fino al suo fallimento e alla conseguente chiusura (“la polvere nei polmoni ormai l’avevo presa, e poi dove lo trovavo alla mia età un altro impiego”, mi ha confidato Pietro Condello, per 9 anni – dal ’70 al ’79 –  addetto al facchinaggio nello stabilimento in provincia di Alessandria). Ma loro, gli ammalati, possono anche ritenersi “fortunati”, perché una buona parte dei loro compagni di lavoro non c’è più. Annientati, distrutti, annullati, anche a seguito di lunghe sofferenze (molti in età ancor giovane), da malattie dai nomi – e dalle conseguenze – terribili: mesotelioma pleurico o peritoneale, carcinoma polmonare, tumore all’intestino. Ammalati o scomparsi come tanti loro concittadini, che pur non avendo mai messo piede in Eternit, avevano inalato le fibre tossiche rilasciate dallo stabilimento. Ma anche mogli o figli di operai che avevano respirato l’asbesto polverizzato sulle tute da lavoro portate a casa per essere lavate durante il fine settimana. O addirittura, i familiari di dipendenti che, con il polverino residuo delle lavorazioni, ottenuto in maniera non del tutto disinteressata e non sempre a titolo gratuito dalla proprietà, avevano asfaltato le aie delle loro cascine in campagna.

Tutte queste cose (e altro ancora) le ho apprese dai racconti di uomini e donne davvero speciali; che non finirò mai di ringraziare per la disponibilità dimostrata nei confronti miei e del progetto nato intorno alle loro testimonianze. Persone capaci di grande dignità, la vita letteralmente sconvolta dall’agire di pseudoindustriali senza scrupoli, eppure convinte fino in fondo dell’importanza di riferire a una platea la più vasta possibile la propria dolorosa esperienza, di denunciare l’orrore a cui la sorte li aveva condannati ad assistere. Assieme a loro mi sono arrabbiato, mi sono emozionato e, in qualche occasione, mi sono commosso fino alle lacrime. Ho ascoltato, quasi incredulo, i racconti di ex operai costretti a lavorare in reparti descritti quasi come dei lager, dove alla minaccia costante della polvere d’asbesto si accompagnavano condizioni ambientali malsane, sovente fonti di malanni di diversa natura e gravità. Per non parlare delle punizioni riservate ai sindacalizzati, per lo più iscritti alla Cgil, e a tutti coloro che decidevano di non sottostare acriticamente (anche per una sola volta) ai diktat del management aziendale. Per loro le soluzioni escogitate prevedevano la “semplice” ritorsione, che si poteva concretizzare nel mancato riconoscimento di un diritto acquisito, o, nel peggiore dei casi, l’invio al Cremlino, una sorta di reparto confino dove ogni tutela contrattuale era di fatto sospesa e, soprattutto, la dignità delle maestranze veniva annullata.

Mi hanno aiutato a costruire lo scenario fin qui descritto testimonianze rese come veri e propri atti d’accusa. Come quella di Ezio Buffa, addetto dal 1954 al 1978 al reparto manufatti dell’impianto di Casale, convinto che il fatto di aver perso quattro dita dentro agli ingranaggi di una macchina dell’Eternit abbia rappresentato per lui una grande fortuna: “Io me ne sono potuto andare e ho avuto l’opportunità di ricostruirmi una vita professionale – mi ha detto –, gli altri, quelli che sono rimasti fino alla fine, alla chiusura della fabbrica, sono morti”. O come il racconto che mi ha fatto Anna Maria Giovanola, 31 lunghissimi anni in fabbrica, una che aveva sperimentato sulla sua pelle la durezza dei trattamenti a cui venivano sottoposti quei “rompiscatole” della Cgil (fino a dover conoscere in prima persona, nel corso del ’62, i soprusi del Cremlino) e che ha vissuto gli ultimi anni della sua esistenza – è scomparsa, per un tumore all’intestino, nel maggio del 2009 – in preda ai sensi di colpa per aver allattato sua figlia quando era piccola, “tra un turno e l’altro, tornando di corsa a casa e tante volte senza neanche togliermi il grembiule”. Un’abitudine che allora avevano tante altre sue colleghe, “perché in fabbrica ci tenevano all’oscuro dei pericoli”. Lei, naturalmente, ci stava male solo a pensarci: “Ancora oggi – mi ha confessato – non ci dormo la notte: perché, considerando che il periodo d’incubazione dell’amianto può durare fino a oltre quarant’anni, non so se mia figlia si può considerare del tutto fuori pericolo”. E come non ricordare le toccanti parole di Romana Blasotti, presidente onorario dell’Associazione familiari vittime amianto, che a causa degli effetti della polvere killer ha perduto uno dopo l’altro il marito, la sorella, il nipote e l’amatissima figlia Maria Rosa (una vicenda, quest’ultima, “che mi ha privato di tutte le lacrime”) e che, nonostante tutto, non ha visto venir meno la voglia di impegnarsi in prima linea contro “gli svizzeri e i loro lacchè”.

Oltre ad Anna Maria Giovanola, non hanno fatto in tempo a leggere queste righe altre due persone da me interpellate: Piero Ferraris, per vent’anni – dal ’47 al ’67 – operaio all’Eternit, deceduto nel novembre del 2009 per un mesotelioma peritoneale, e Luisa Minazzi, altra cittadina esemplare di Casale Monferrato, autrice nel 1994 come assessore all’Ambiente dell’ordinanza con cui è stata avviata la prima bonifica del territorio, morta il 6 luglio 2010 per un mesotelioma pleurico. Anche a loro – tra gli ultimi casalesi “uccisi dalla polvere” – è dedicato questo libro.

Autori: Guido Iocca -
Presentazione di: Susanna Camusso
Prefazione di: Nicola Pondrano e Bruno Pesce
Ediesse edizioni

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