Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Cosa ci lascia la stagione berlusconiana
Noi di Articolo 21 siamo tipi strani, forse incontentabili. A noi, infatti, non basta il cambio di stagione, non basta sapere che finalmente siedono a Palazzo Chigi persone serie, sobrie e competenti e non basta nemmeno pensare che forse Berlusconi non tornerà mai più alla guida del Paese, anche perché, avendo capito prima e meglio di altri la natura del personaggio, siamo convinti che con lui non sia mai detta l’ultima parola.Pertanto, pur rinnovando piena fiducia e sostegno al governo Monti, preferiamo concentrarci sull’eredità della drammatica stagione che si è appena conclusa (si spera per sempre).
Quello che segue è il mio contributo al forum che abbiamo aperto sul sito: è ciò che, secondo me, il berlusconismo lascia all’Italia.
Macerie, distruzione, lacrime, umiliazione, morti. Qualcuno dirà: quanti paroloni! Nossignore, sono tutte parole che calzano a pennello a quest’ultima fase della stagione berlusconiana, diciamo dal 2008 quando è tornato al governo al novembre del 2011 quando, finalmente, l’aggravarsi della crisi economica lo ha costretto a rassegnare le dimissioni.
Macerie: morali, democratiche, costituzionali, con i diritti civili conquistati in oltre mezzo secolo di lotte sindacali messi di continuo a repentaglio dalle affermazioni ma, soprattutto, dai provvedimenti dei vari Brunetta, Sacconi, Gelmini, Tremonti.
Distruzione: quella che abbiamo visto a L’Aquila, a Giampilieri, in Toscana, in Liguria e che non è attribuibile direttamente al governo Berlusconi ma, senz’altro, è la migliore sintesi del pensiero dei tanti faccendieri che vi ruotavano attorno: il profitto prima di tutto. Poi, pazienza se le case erano costruite male e sono venute giù causando oltre trecento vittime; anzi, per qualcuno era un’ottima occasione per lucrare sugli appalti e arricchirsi ulteriormente.
Le catastrofi naturali, difatti, sono naturali fino a un certo punto. Per carità, nessuno mette in dubbio la forza devastatrice della natura impazzita, ma nessuno può neppure negare che era noto “urbi et orbi” che determinati terreni non fossero adatti a costruire, che le fondamenta non possono essere posate a due passi da un fiume o dal mare, che non è una buona pratica interrare i fiumi e costruirvi sopra perché il fiume rimane e prima o poi si fa sentire, che le indefesse colate di cemento oltre a deturpare paesaggi bellissimi mettono a repentaglio la vita e la salute di chi va ad abitare in case che mai avrebbero dovuto essere edificate.
Lacrime: quelle che abbiamo già versato e quelle che saremo chiamati a versare nei prossimi mesi, a causa dei ritardi, dell’inadeguatezza, dell’assurdità con cui il governo Berlusconi ha sottovalutato gli effetti dirompenti della crisi. Finché ha potuto, ne ha negato l’esistenza. Quando si è accorto di non poterla più negare perché se ne erano accorti anche i suoi sostenitori di un tempo, l’ha minimizzata, ridimensionata, ridotta ad una sciocchezza, ad un qualcosa di passeggero che, al massimo, avrebbe colpito la base elettorale del centrosinistra, quelli che non lo hanno mai votato e mai lo voteranno, dunque chissenefrega; anzi, quasi quasi: sia benedetta (per lui, s’intende) questa crisi che mette a rischio testate storiche, deprime le vendite di libri e gli investimenti in cultura e sapere, tanto – parola di Tremonti – “con la cultura non si mangia”.
Quando, infine, ne è stato definitivamente travolto, ha preso nuovamente in giro gli italiani, sostenendo durante un vertice internazionale che gli aerei sono sempre pieni e i ristoranti affollati, fornendo la prova del nove a chi non era ancora convinto del suo totale distacco dai problemi del Paese reale.
Umiliazioni: su questo punto si potrebbe scrivere un’Enciclopedia britannica. Dalle corna di Caceres alle risate del duo Merkel-Sarkozy, senza dimenticare la figuraccia al Parlamento europeo con Schulz, quelle con Obama, costretto a subirsi i suoi attacchi alle “toghe rosse” che lo perseguitano da anni e altre scempiaggini del genere, quelle con la Merkel, prima schernita con il “cucù”, poi definita in un modo che preferisco non citare: insomma, un disastro assoluto, aggravato dal fatto di aver dato all’estero il peggio di sé, esponendo l’Italia all’ironia di una stampa e di una satira assai più agguerrite della nostra nei confronti del potere.
Morti: già, i morti. Oltre a quelli de L’Aquila e della Liguria, non imputabili a Berlusconi, ci sono anche quelli che sono imputabili eccome, non a lui ma alla filosofia delle destre mondiali che hanno condotto l’Occidente alla catastrofe. Penso a Norman Zarcone, dottorando di ricerca presso la facoltà di Lettere dell’università di Palermo, che si è suicidato gettandosi da una finestra dell’Ateneo, esasperato dal futuro incerto di una vita segnata dalla precarietà.
Penso a Vito Scafidi, morto a Rivoli a soli diciassette anni a causa delle pessime condizioni nelle quali versano i nostri edifici scolastici.
Penso agli imprenditori che si sono tolti la vita perché, in poco tempo, hanno visto sbriciolarsi sotto i propri occhi i sogni e gli investimenti di un’intera esistenza.
Penso agli operai morti nelle fabbriche e nei cantieri, per colpa del troppo lassismo nei controlli sulla sicurezza dei luoghi di lavoro. Ci sono sempre stati, invero, ma di quanto si poteva fare per evitarli si è visto veramente poco.
Inoltre, il berlusconismo ha provocato quello che Corrado Formigli ha definito, a “Piazzapulita”, il “default della politica”, cioè il suo svuotamento dall’interno, a partire da una legge elettorale che si commenta da sola e che ha determinato il distacco totale dei rappresentanti del popolo dal popolo stesso.
Oggi, per colpa di chi redasse e votò quell’ignobile legge, la sovranità appartiene ai segretari di partito o, al massimo, a qualche esponente di spicco, non certo alla gente che neanche sa chi siano i parlamentari eletti nel proprio collegio.
D’altronde, Licio Gelli, uno che di logge e lati oscuri se ne intende, chiese una sorta di copyright a Berlusconi, definendo le sue iniziative politiche la piena attuazione del Piano di Rinascita democratica della P2.
Intervistato da Concita De Gregorio (“la Repubblica”, 28 settembre 2003), infatti, dichiarò: “Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa”.
Se, infine, volessimo entrare nelle pieghe del discorso per cui è nata Articolo 21, potremmo scrivere altre cento pagine, affrontando punto per punto tutte i bavagli e le censure alla satira e alla libera stampa, con gli allontanamenti nel tempo di Biagi, Santoro, Luttazzi, la Guzzanti e molti altri ancora.
In conclusione, il berlusconismo ci lascia un’Italia in ginocchio e priva sia del presente che del futuro, con una generazione di “indignados” che giustamente si chiede perché mai debba pagare il conto salatissimo di una crisi generata dalla cattiva finanza, che aveva diversi rappresentanti nel governo Berlusconi e tra i suoi sostenitori.
A Monti spetta ora l’arduo compito di condurci fuori da questo pantano. Alla politica, spetta il compito ancora più arduo di fare un bel bagno d’umiltà e accomodarsi, per una volta, in seconda fila, cosciente di aver sbagliato, chi più, chi meno, e di dover ricominciare daccapo per recuperare il terreno perduto.
Se ciò accadrà non è dato saperlo, ma una cosa è certa: se non dovesse accadere, non sarebbe da escludere il ritorno di Berlusconi o, peggio ancora, il consolidarsi del berlusconismo, al netto del suo ideatore, con la conseguenza di un lento e inesorabile scivolamento verso la dittatura della società liquida, in cui ognuno si rappresenta da solo, e dell’anti-politica, in cui crede di trovare rifugio una massa di disperati che, in realtà, si sbranano l’uno con l’altro senza accorgersene.
Roberto Bertoni
Notizie Correlate
Audio/Video Correlati
In archivio
Senza confronto non si esce dal berlusconismo
Basta con questa RAI
Perché sÏ alla TAV
Via dal paese dei balocchi
Ciampi e i sogni di un giovane italiano
Un febbraio pieno di tristezza
CâĂš bisogno di RAI
Scalfaro, il galantuomo intransigente
Elogio di âAgorĂ â: la RAI che piace a noi
E ora chi la racconta questâItalia?
Dalla rete di Articolo 21



