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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Populismo e consumismo, i fascismi del Terzo Millennio
Populismo e consumismo, i fascismi del Terzo Millennio Attenzione: esultare è giusto, doveroso, sacrosanto perché senz’altro una stagione politica si è conclusa. Ma non lasciamoci andare a facili entusiasmi perché, anche se Berlusconi è uscito di scena (e non è neanche detto del tutto), il berlusconismo è ancora qui, in mezzo a noi, con la sua miscela esplosiva di populismo e consumismo, cioè i due mali che hanno portato al distacco dei cittadini dalla politica e alla crisi economica (ed è opportuno sottolineare che si tratta di fenomeni di dimensioni mondiali).
Il berlusconismo, infatti, non è una dittatura in sé ma contiene, purtroppo, i princìpi deleteri di quelli che possono essere considerati i fascismi del Terzo Millennio: altri ne abbiamo visti, altri ne vediamo tuttora in giro per il mondo, anche in paesi apparentemente democratici ma nei quali le libertà civili, i diritti, il futuro delle nuove generazioni vengono costantemente annientati da regimi che, per soffocare le proteste, non usano più, o non soltanto, le spranghe e i manganelli come avveniva un tempo, ma armi più raffinate: il silenzio e l’indifferenza dei mezzi d’informazione, la violenza verbale, l’intimidazione, la querela continua ai danni delle poche voci libere rimaste, la soppressione quotidiana delle conquiste civili nel mondo del lavoro, dell’istruzione, della ricerca, l’alimentazione di quel fenomeno pericolosissimo che chiamiamo anti-politica, che altro non è se non il trionfo del populismo.
Alle false democrazie fa un gran comodo che la gente pensi che siamo tutti uguali, alleati e oppositori, sostenitori e critici, perché basta questo per mettere la sordina al dissenso.

Se un’opinione avversa è tacciata, da qualche “difensore” ben pagato, di essere pura propaganda, di essere un’accusa pregiudiziale e quindi non credibile, di non aver dietro una riflessione, un pensiero, un percorso intellettuale articolato e complesso, e quest’idea passa nella popolazione, ecco che il gioco è fatto, il miracolo è compiuto e la politica si trasforma in un’arena: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi, con la sola libertà concessa di scegliere la parte per la quale tifare.
Berlusconi in questo è stato un maestro, a cominciare dalla “discesa in campo”: si è servito di una terminologia calcistica (non a caso il suo primo partito si chiamava “Forza Italia”) per trasformare il dibattito politico in tifo da stadio; e non nel tifo appassionato e composto di chi ama lo sport ed è pronto a riconoscere i meriti dell’avversario quando si dimostra migliore o superiore, ma in quello violento e sconsiderato degli ultras, ai quali della partita – per rimanere in ambito calcistico – sappiamo che interessa ben poco.
L’esecutivo è stato trasformato nella “squadra di governo”, la scelta del partito e delle idee cui affidarsi e dalle quali farsi rappresentare è diventata la “scelta di campo”, come se in politica si potessero effettuare delle decisioni lanciando in aria una monetina.

Chi ha giocato almeno una volta a calcio nel campetto dell’oratorio sa bene che nemmeno una partita di pallone si può risolvere con questi slogan, perché anche lì occorre impegno, dedizione, coraggio, solidarietà ma soprattutto rispetto per gli altri e per le regole, altrimenti il divertimento svanisce e lascia il posto alla rabbia ferina di chi non sa perdere e non accetta che esista al mondo qualcuno più bravo di lui.
Tornando al discorso politico, il berlusconismo ha abituato la nostra generazione – che purtroppo non ha conosciuto un altro modo di fare politica, eccetto le brevi, anche se proficue, stagioni del centrosinistra – all’idea che l’importante è vincere, vincere sempre, ad ogni costo, non importa se cambiando le regole in corsa o addirittura calpestandole, se insultando l’avversario, umiliandolo, impedendogli di parlare e di difendersi e, quando necessario, calunniandolo con accuse false ed ingiuriose, compito che, ovviamente, non è svolto direttamente dai “manager” della politica, ma viene lasciato ai fiancheggiatori simpatizzanti.
Pertanto, penso che il primo compito che debba assumersi il centrosinistra, a partire da queste ore in cui si sta formando il governo Monti, sia quello di insegnare alla mia generazione che “non è vero che la ragione sta sempre col più forte”, che in politica non esistono vincitori e vinti ma chi ha una rappresentanza maggiore e chi ne ha una minore, che l’avversario dev’essere rispettato e che non sempre la “sconfitta” è un dramma perché ce ne sono anche di salutari.

Dobbiamo insegnare ai giovani che a vincere sono bravi tutti; è saper perdere la vera arte, saper fare i conti con i propri errori e con le proprie debolezze, confrontarsi con se stessi senza portare rancore perché non serve a niente.
Poi, naturalmente, dobbiamo lavorare per tornare a “vincere”, ci mancherebbe altro, anche perché è bene ricordarci che dall’altra parte ci sono ancora i signori del dito medio alzato, degli insulti in Parlamento, delle ingiurie all’opposizione, al Presidente della Camera e, talvolta, persino al Capo dello Stato.

Ma impegnarci al massimo affinché, quando si tornerà alle urne, il centrosinistra prevalga e possa finalmente governare questo Paese e guidarlo verso il futuro, non significa replicare gli schemi e i comportamenti dell’attuale centrodestra: schemi e comportamenti che non ci appartengono, che abbiamo sempre combattuto e che mai ci permetteremmo di attuare nei confronti di chicchessia, ma è utile precisarlo per rassicurare coloro che temono vendette o rappresaglie in quanto berlusconiani pentiti.
Non c’è dubbio che in queste ore ai berlusconiani doc, quelli da Salò per intenderci, faccia comodo agitare questo e altri spauracchi, ma noi abbiamo il dovere di respingerli al mittente e di rassicurare gli italiani sulla bontà delle nostre intenzioni e sulla nostra sincerità quando affermiamo di voler mettere le nostre competenze al servizio della pacificazione nazionale e del bene dell’Italia.
Ha detto bene Pierluigi Bersani a chi gli ha chiesto se non tema di aver perso l’occasione di diventare Presidente del Consiglio: “Non mi interessa di vincere sulle macerie”.

Ecco, il populismo è anche questo: vincere comunque, anche a scapito del Paese e non importa se poi le scuole crollano fisicamente sulla testa degli studenti, se i migliori talenti fuggono all’estero, se la ricerca si ferma per mancanza di fondi, se tutto va a rotoli tranne gli affari del Presidente del Consiglio e delle sue aziende o quelli, più o meno puliti, di qualche faccendiere devoto.
Noi siamo diversi e la sobrietà con la quale abbiamo brindato all’apertura di una fase nuova lo dimostra. Adesso ci attende una sfida ancora più ardua, ma proprio per questo bellissima: cancellare per sempre il berlusconismo e rimuovere le macerie che esso ha lasciato sparse ovunque. Ci vorranno anni, ci vorrà la lungimiranza di chi non pensa solo alle prossime elezioni ma alle prossime generazioni, ci vorrà il coraggio e il sostegno di tutti. Insieme, ne sono certo, ce la faremo.
Roberto Bertoni
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