di Simone Petrelli
“Mai, ripeto mai abbiamo fronteggiato un pericolo simile.” Non trema, non vacilla e non fa nemmeno una mossa, lui. Non può permetterselo, e lo sa bene, Mikhail Saakashvili. Oggi più che mai annusa l’aria e sente, in modo distinto, che per un’altra volta ancora è giunto il suo momento. E allora non può sbagliare. Non un sudore, non un gemito solo. Per quattro milioni e mezzo di teste lui è la bandiera. L’uomo del destino. Oggi è il giorno di San Giorgio. Cinque anni sono già trascorsi dalla rivoluzione, dal rumoroso fiume di rose che spazzò via il potere antico dell’ancora più antico Eduard Shevarnaze.
Tante cose hanno fatto il loro corso. Poteri sono passati di mano. Assemblee sono stati deposte e ricostituite. Governi sono tramontati e nuovamente sorti dalle ceneri. Così oggi molti occhi vedono la Georgia in modo differente. Kmara, Basta, gridavano a Tbilisi gli studenti del 2003 mentre assediavano il Parlamento. In mano le rose rosse della rivoluzione e in tasca i denari del miliardario Soros. Era appena ieri, eppure ne ha fatta di strada, Mikhail Saakashvili. Il giovane avvocato di allora, formatosi negli States e tornato in tempo a casa per cavalcare la protesta è cresciuto.
Oggi fa il presidente in un angolo di mondo che sembrava aver bisogno proprio di tutto. Nazionalismo. Intesa con l’Occidente e con gli Stati Uniti, anzitutto. Sganciamento dalla Russia, dal fosco impero del passato. Ingresso in Europa. Integrazione nella Nato, perfino. Questo ha promesso Saakashvili al suo popolo. Ad anni luce di distanza, il Paese traccia il suo bilancio. “Non tutte le aspettative e le speranze suscitate dalla Rivoluzione sono state soddisfatte” ammette il presidente. Ma è un istante, un attimo soltanto. Perché bisogna dare tempo al tempo, dice Saakashvili. Così tutto continuerà come sempre, e si andrà dritti fino alla meta.Democratizzazione. Ingresso nella Nato. E una vita migliore per tutti, soprattutto. Il sogno del presidente non finirà. Non senza quel lieto fine che tanto attende, e che a ben vedere non sembra proprio dietro l’angolo. Anche se la piazza centrale di Tbilisi è gremita e addobbata a festa, con quella scenografia da studio tv. Anche se lui, l’uomo del destino, si dà ancora un gran da fare nel rassicurare e inveire. Va tutto bene, e tutto andrà per il meglio, assicura. Servono forza e unità, e fiducia nel futuro e un gran coraggio. Serve tutto il meglio della gente di Georgia, perché appena un passo più in là c’è il buio.
C’è la Russia, l’impero del male che ha dato scacco alle truppe di Tbilisi e alla credibilità del Paese appena qualche mese fa in Ossezia. Le vittime di allora sono già sotto terra, è vero, ma le ferite dell’onore stentano a guarire. Eppure la gente sembra stanca. In un Paese in cui gli ospedali cadono a pezzi, la sanità è insufficiente e l’unica speranza tangibile restano i servizi privati a pagamento, non c’è da stupirsene. Tbilisi, con il suo viavai di minibus privati marshrutka, dista appena quattro ore di volo da Roma. Eppure sembra essere in un altro universo. Molte aree del Paese non possono essere visitate se non prendendo cautele straordinarie. Altre sono proprio off limits.Stando alle autorità, l’acqua è potabile. Eppure non ci si avvicina ai rubinetti, perché molte falde sono inquinate a causa della rete di distribuzione lasciata a marcire sotto terra. Mentre le vestigia del passato remoto sovietico vanno in pezzi, sui memoriali invasi dalle acque stagne crescono incolte le erbe selvatiche. Non ci sono autostrade, e le poche statali versano in condizioni appena passabili. Più della metà del popolo vive al di sotto della soglia di povertà. Gli anziani ricevono appena 16 euro di pensione al mese.
I prezzi salgono in fretta: carne, formaggio, pesce, benzina, gasolio. Stime clandestine parlano di un tasso di disoccupazione pari al 47 per cento, per la maggior parte giovani con meno di 30 anni. Molti emigrano in cerca di fortuna. Troppi, visto che si parla di quasi due milioni di persone. Se così è, ce n’è davvero abbastanza per sospirare, per stancarsi. Stanchi lo sono di sicuro, i 350 fermi di fronte agli studi di Imedi Tv. L’emittente aveva chiuso i battenti appena un anno fa, durante lo stato d’emergenza decretato dallo stesso Saakashvili per far fronte alle proteste di massa.Troppo faziosa per restare in attività. Con buona pace del proprietario, il magnate Badri Patarkatsishvili, longa manus di Mosca nella politica locale. Oggi l’oligarca non c’è più, il suo patrimonio è conteso da feroci eredi, e l’opposizione non possiede più spazio sui media. Dall’altro lato della barricata in questo clima di fermento sta Nino Burzhanadze, ex ala del presidente ed oggi capolista tra le fila dell’opposizione. Oggi anche Burzhanadze sa che non può fallire. Se tutto va come deve, pensa, alla fine la spunterà. Succederà a Saakashvili, e tenterà di governare a modo suo, magari.
Anni fa aveva fatto una scelta precisa, divorziando dal consenso. Oggi ha fondato Georgia Unita. “All’opposizione senza se e senza ma” ripete insieme ai 3mila che ha radunato in tutto il Paese caucasico. Oggi nel Paese è San Giorgio. La rivoluzione è passata da cinque anni ormai. Eppure qui spira ancora un gran vento di bufera.
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