Articolo 21 - Sguardi sul mondo
La stupidità della violenza
Ciò che rimarrà di questa disgraziata epoca sono le immagini di un mondo sull’orlo di una crisi di nervi; anzi, precipitato nel baratro di quella crisi che è anche economica, politica, sociale, morale, di prospettive e di sviluppo. Una crisi globale che coinvolge tutti, nessuno escluso, con interi stati che rischiano la bancarotta e la Grecia ridotta alla più tetra disperazione da un dissesto finanziario che sta mettendo a rischio la sopravvivenza stessa del suo popolo.Le raccapriccianti scene che abbiamo visto sabato 15 ottobre a Roma sono le stesse cui abbiamo assistito pochi giorni dopo ad Atene, ed il fatto che in Italia non ci sia ancora “scappato il morto” come in Grecia è l’unico motivo di soddisfazione di una realtà che, per il resto, è barbara e preoccupante.
Come ha scritto Naomi Klein su “The Occupied Wall Street Journal”, in un articolo ripreso in Italia da “L’Espresso”: “Se c’è una cosa che so è che l’1 per cento della popolazione adora la crisi. Quando le persone cadono in preda al panico e alla disperazione, quando nessuno sembra sapere che cosa fare, è il momento ideale per portare avanti l’ordine del giorno di quell’1 per cento, contenente politiche favorevoli alle multinazionali: privatizzare l’istruzione e il social security, imporre tagli sui servizi pubblici, liberarsi degli ultimi intralci al potere delle multinazionali. Nel bel mezzo della crisi economica questo è quanto sta accadendo in tutto il mondo”.
Ha ricordato anche, la Klein, che lo slogan “Noi la crisi non la paghiamo” è stato coniato in Italia, nel 2008, durante le prime manifestazioni studentesche contro la pessima riforma Gelmini e le politiche di questo governo, i cui membri, nella maggior parte dei casi, danno l’impressione di appartenere proprio a quell’1 per cento di persone che adorano la crisi.
Mi riempie d’orgoglio questo riconoscimento perché io c’ero in quelle manifestazioni e ricordo bene il clima di rabbia e di paura del futuro che si respirava in quelle strade e in quelle piazze.
Sono particolarmente affezionato a quel periodo anche per un altro motivo: è allora che che Beppe Giulietti mi ha chiamato a far parte della famiglia di Articolo 21, con una motivazione che non scorderò mai: “Sto cercando dei giovani, degli studenti, coloro che vivono in prima persona ciò che sta accadendo nelle scuole e nelle università per raccontarlo sul sito”.
Ritengo particolarmente significative quelle parole perché, in un momento storico nel quali tutti tendono a chiudere le porte alla nostra generazione, ho avuto la fortuna di trovare qualcuno che me le ha spalancate, affidandomi un compito assai più ambizioso di quanto potessi immaginare: gestire, a diciott’anni, una rubrica tutta mia, non più sul giornalino scolastico ma a fianco di nomi che tuttora mi suscitano una certa emozione quando penso che scriviamo sulla stessa pagina.
È superfluo dire che il primo articolo lo dedicai proprio alla grande manifestazione studentesca del 30 ottobre 2008: una marea di studenti, insegnanti, bidelli, genitori che si riversarono a Roma scandendo principalmente tre slogan: uno è quello già menzionato dalla Klein, gli altri due, assai più significativi, recitavano: “Difendiamo il nostro futuro” e “Noi vogliamo solo studiare”. Quest’ultimo fu anche il titolo del mio primo pezzo per Articolo 21: un pezzo che si concludeva con una riflessione di Alexander Hamilton (uno dei padri della Costituzione americana), citato non a caso per rispondere sia alle accuse della stampa filo-governativa (in quei giorni quasi tutta, tranne poche meritevoli eccezioni) di proteste ideologiche e strumentalizzazioni cavalcate dall’opposizione, sia alla scioccante proposta leghista di istituire classi differenziali per gli studenti immigrati, per di più nell’anno in cui ricorreva il quarantesimo anniversario dell’assassinio di Martin Luther King.
La riflessione di Hamilton, rivolta ai coloni che si apprestavano a fondare la Repubblica degli Stati Uniti, era la seguente: “C’è qualcosa di unico nel nostro destino. Noi, che veniamo dai quattro angoli del mondo e fino a questo momento non abbiamo niente in comune, d’ora in poi avremo in comune il nostro futuro. Questo è il nostro destino eccezionale. Siamo i soli al mondo ad avere questo privilegio”.
Ci tengo particolarmente a ricordare queste parole perché vanno nella direzione opposta rispetto alla violenza, alla crudeltà gratuita e intollerabile che abbiamo visto in questi giorni, non solo in Italia, con sparuti gruppi di incappucciati che sono riusciti a devastare splendide manifestazioni di popolo, a rovinare una pacifica protesta, a far passare in secondo piano le ragioni di un movimento che ha un’infinità di buoni motivi per ribellarsi ad una politica economica iniqua e dannosa che sta privando il Pianeta delle sue risorse energetiche e naturali, sta avvelenando i mari e gli oceani, sta mettendo a rischio l’intero ecosistema, con conseguenze imprevedibili per l’inquinamento atmosferico, per il celebre buco dell’ozono, per lo scioglimento dei ghiacciai e dell’Antartide, per i cambiamenti climatici che pochi giorni fa hanno sconvolto Roma con un nubifragio da foresta pluviale.
Hanno ragione, quei giovani idealisti, hanno ragione da vendere, ma le prossime volte dovranno stare più attenti, predisporre un adeguato servizio d’ordine ed isolare con maggiore attenzione quel gruppetto di stupidi che cerca ovunque lo scontro con le forze dell’ordine (altri poveri cristi che rischiano la vita per milleduecento euro al mese, quando va bene, e non meritano certo di essere presi a sassate o bersagliati da sputi e lanci di palloncini pieni di vernice), lo sfondamento delle vetrine, l’incendio delle vetture: insomma, la ferocia per la ferocia, intesa come barbarie ferina, come insulto rivolto al primo che capita a tiro; il che è accaduto, ad esempio, a Nichi Vendola, venerdì scorso alla mobilitazione della FIOM, quando il leader di SEL è stato attaccato da un manifestante per aver condannato con parole giustamente durissime lo scempio compiuto dai cosiddetti “black bloc” durante il corteo degli “indignados” italiani.
L’unico aspetto positivo di questi drammatici giorni è la comprensione pressoché globale dell’inutilità della violenza, della sua malvagità, che non porta a nulla ma alimenta invece le spinte autoritaristiche e repressive, e il rilancio di quei sentimenti gioiosi, collettivi di cui la nostra comunità ha più che mai bisogno.
Ne parlò qualche anno fa un ragazzo, il mio compaesano Angelo Frammartino, assassinato a Gerusalemme mentre tentava di portare pace e serenità ai bambini vittime del conflitto israelo-palestinese. Angelo scrisse: “Fare l’amore con la Non-Violenza per partorire la pace dal grembo della società”. Facciamo nostro questo messaggio, quest’insegnamento per trasformare una stagione di decadenza e di declino in una grande festa di rivendicazione dei nostri diritti, da troppo tempo calpestati dai signori della cattiva finanza mondiale.
Roberto Bertoni
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