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Italianera: fantapolitica, ma neanche tanto...
di Antonio Roccuzzo“Italianera” (di Carmine Fotia, editrice fuorionda, 15 euro, pagg. 215) è una metafora e un romanzo noir che decolla dalla cronaca e ipotizza scenari futuri, molto ma molto dark, sulla politica nel nostro Paese. Leggendolo - in gran fretta per sapere come finisce - ogni riferimento all’attualità e al futuro prossimo sarà plausibile, opinabile, discutibile.
Il libro è ambientato in una Roma cupa, suburbana e - fuori dalla finzione - acquista immediatamente il tono di una rovente requisitoria contro l’Italia di oggi e di domani. Un Paese popolato di marginali e borgatari che diventano potenti e quasi prendono il Potere; un Paese poco fantastico. Siamo a Tor Bella Monaca, le stesse periferie che nel 1975 Pier Paolo Pasolini raccontò come un luogo “distrutto esattamente come nel 1945”.
Trentacinque anni dopo, siamo – immagina Fotia – sull’orlo di un altro “dopoguerra” e il suo racconto prende le mosse dalle macerie di periferie oggi trasformate in banlieu dimenticate, discariche di tensioni sociali, serbatoio di proteste e di voti, luogo di nascita di mostri che vanno all’assalto dei Palazzi. E’ la rivolta dei barbari che il “sistema” ha partorito e poi ha fatto crescere segretamente dentro il suo seno. Dopo la “Rovina romana”, prima prova di fiction uscita un anno fa dalla fantasia di Fotia, ecco il sequel che è appunto “Italianera”.
Questo libro immagina un futuro tragico - ma a lieto fine - e "condanna un presente", come diceva Pasolini, "fatto di figli predestinati ma non rassegnati a pagare le colpe dei padri".
Il racconto forza il presente: descrive un Paese con un’informazione asservita, popolato da gente annichilita dai messaggi televisivi e che non crede più nelle regole della democrazia.
Un paese, una città, un quartiere senza anticorpi; macerie aperte a qualsiasi scorribanda.
C'è qualcosa di tragico che si aggira nel futuro prossimo dell’Italia 2013 ipotizzata nel libro. E Carmine Fotia gioca con lo strumento del "noir politico" e della fantapolitica. Del resto in Italia, da anni, la cronaca è politica; tutta la cronaca anche quella giudiziaria e soprattutto “la nera” che si è confusa con la politica. Dunque il gioco intellettuale di Fotia funziona e inquieta perché leggi una fiction che ammicca alla storia recente e ci ritrovi dentro la cronaca. Chi - anche il più cinico e “pistaiolo” dei cronisti - non ha un sussulto quando scrive le cronache degli ultimi anni?
"Italianera" è questo: un gioco sulla pelle delle nostre coscienze, l'esorcismo di un futuro prossimo che non vogliamo, l'evocazione di un bubbone che coviamo in seno e ci terrorizza, l'ipotesi di una evoluzione tragica della cronaca politica. Sempre più avviata - nella fiction, certo - sull'orlo della tragedia collettiva.
L’autore del libro è un giornalista di sinistra ma il suo gioco potrebbe piacere anche a chi non lo è – di sinistra. Fotia è soprattutto un giornalista romano (e romanista, altra sua autentica "fede") che vive - come il suo protagonista Saro Prizzi - dei ricordi e delle sue non rinnegate, lontane origini "calabro-terrone" che, insieme alla curiosità professionale, gli danno la forza di opporsi e di sconfiggere da solitario il piano sovversivo segreto pensato dal Presidente e eseguito nelle periferie romane.
“Italianera” ci riversa addosso molte ossessioni concrete che si assediano se ci guardiamo intorno, leggiamo tra le righe i giornali o accendiamo la tv o clicchiamo sul web a partire dagli scenari offerti dalla capitale (metafora urbana di tutto il Paese).
Vi si racconta di una città tragica, una metropoli abitata dagli stessi mostri di cui parlano le “Lettere luterane” di Pasolini. Tuttavia, 35 anni dopo, quel Paese e quella città vivono perennemente sul ciglio di un abisso antropologico. Fotia esagera, forza la fiction fino a descrivere Roma al pari di una cibernetica e post punk "Blade runner" dove i coatti di periferia sembrano proprio dei replicanti che si rivoltano contro la “fabbrica” che li ha prodotti.
Racconta una società dove "è cessato l'amore" e subentra "l'odio" come regola del vivere collettivo. Il tono del libro è quello della “condanna civile, ma senza odio” usato da Pasolini, parlando di scarto tra generazioni. E’ il tono che si usa per confessare una paura in pubblico, con l’esagerazione calcolata e l’esorcismo della finzione narrata affinché quanto si scrive non avvenga mai. Ma sta già in parte avvenendo.
E poi tutto si colora di nero o se preferite di noir, il colore che si addice al nostro presente. Nero come le previsioni economiche collettive; nero come l'annuale scansione dei dati sullo sprofondamento del Mezzogiorno d'Italia e sulla penetrazione degli affari mafiosi nelle nostre città, nel cuore della nostra economia legale e anche nella vita quotidiana della capitale d'Italia.
Blade runner, appunto. E anche un po' romanzo politico-criminale.
Tutto, nella trama di “Italianera”, lascia intendere che i miti delle banlieu romane siano quelli della "romanità nera", quella “fascisteggiante” dei nomi dei protagonisti: la Legionaria e il Kapò. Ci sono attori non protagonisti che vivono nell’ombra nera come appunto il Gran Tessitore e il Ciociaro o nella fuga in un cono d’ombra come il Tibetano. E i nomignoli delle comparse sono da romanzo criminale: Er Briciola, Veleno, il Segugio, Er Truce…
Il fantacomplotto è lì, si annida dove noi lo rimuoviamo perché ci diamo altre ragioni o volgiamo lo sguardo altrove. Ma – come direbbe Kurt Vonnegut, uno che del genere letterario fantastico se ne intendeva – questa è un’altra storia…anzi, è un’altra fiction.
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