Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Il futuro, questo sconosciuto
Sofia Sabatino ha la mia età, anzi qualche mese in meno: io sono di marzo, lei di settembre. È la portavoce della Rete degli Studenti (RDS), un sindacato studentesco che racchiude le associazioni di studenti delle scuole superiori attive in ogni città e si propone di accrescere i diritti degli studenti dentro e fuori la scuola, come singoli e come collettività, partendo dal livello del proprio istituto fino ad arrivare a quello regionale e nazionale.Abbiamo sfilato insieme, sabato, al corteo organizzato dalla CGIL e intitolato “Pubblico è futuro”; con noi c’era anche Michele Orezzi, coordinatore nazionale dell’Unione degli Universitari (UDU) e migliaia e migliaia di ragazzi accorsi da tutta Italia per manifestare la loro volontà di costruirsi un domani migliore e di regalarlo al Paese: un desiderio bellissimo, una passione civile sempre accesa che è anche la mia, quella di Sofia, quella di Michele, quella dei giovani impegnati nei sindacati e nei partiti, nelle associazioni culturali, nei collettivi studenteschi ma anche semplicemente di chi si candida come rappresentante di classe, d’istituto o alla Consulta provinciale. È la passione civile, è l’impegno concreto di una generazione che ha deciso di opporsi al precariato, ad una vita incerta, ad un avvenire lontano dall’Italia perché qui non ci sono prospettive; è il coraggio di ribellarsi di chi si sente quotidianamente umiliato da un governo che non ci ascolta, non ci considera, non ci riceve, non ci capisce e continua a maltrattarci con leggi sbagliate, dichiarazioni offensive e atteggiamenti che si riassumono nelle recenti gaffe del ministro Gelmini.
Con Sofia ci conoscevamo da tempo, avevamo già manifestato insieme altre volte; Michele, sinceramente, non me lo ricordavo ma quando mi è venuto incontro con un sorriso mi sembrava di conoscerlo da sempre, di aver condiviso con lui e con tutti i ragazzi della sua organizzazione chissà quali e quante esperienze; e probabilmente è così, probabilmente è vero perché non è certo da oggi che la nostra generazione scende in piazza per far sentire alta la propria voce ad una società afflitta dal disincanto e pervasa dal morbo dell’anti-politica.
Ho scelto di raccontare quest’esperienza personale per rendere al meglio l’idea di comunità che si è creata fra di noi: un’idea di collaborazione, di mutuo soccorso, di solidarietà reciproca, di partecipazione attiva ai cortei e alle manifestazioni, di condivisione e di speranza; la speranza di star costruendo insieme qualcosa di importante, di starci riappropriando per davvero del futuro che questo esecutivo e gli esponenti della cattiva finanza mondiale ci vogliono negare.
Dove per finanza, sia chiaro, non si intende economia: l’economia è fondamentale ed è bene non confondere i due concetti, anche perché è proprio questa confusione ad aver generato il disastro attuale, con provvedimenti in stile Tremonti che mirano unicamente al mantenimento dei conti in ordine senza preoccuparsi di investire, di rilanciare la crescita e lo sviluppo, di creare quelle occasioni lavorative ed industriali che, in passato, hanno consentito all’Italia di trasformarsi da paese agricolo in potenza mondiale.
Ho citato l’industria e ci tengo ad allargare la riflessione anche alle imprese – piccole, medie e grandi – alla Confindustria e ai suoi più autorevoli esponenti. Siamo ad una svolta, o meglio: siamo al ritorno del dialogo, del confronto, della concertazione tra le parti, dei princìpi che tanto forte avevano reso l’Italia produttiva e ammirata nel mondo di Agnelli e di Lama, di Moratti, di Pirelli, di Olivetti ma anche di Pininfarina e di Trentin, a dimostrazione di quanto il mondo imprenditoriale sia legato a quello sindacale, di quanto aumento del PIL e difesa dei diritti dei lavoratori vadano a braccetto e siano fondamentali per una crescita sostenibile e, nel contesto dell’Italia contemporanea, per una vera ripresa di un’economia ferma da troppo tempo.
Quando ci si ostina a considerare il PIL l’unico fine da perseguire, vorrei poi che si ricordassero queste parole di Bob Kennedy, pronunciate il 18 marzo 1968, tre mesi prima di essere assassinato: “Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani”.
È un messaggio diretto a Marchionne, con un esplicito riferimento al suo addio a Confindustria e, temiamo in molti, a breve, all’Italia.
È un messaggio diretto a Sacconi e alla sua passione per la divisione sindacale e per la divisione in generale che rende la società più fragile e gli esseri umani più soli, privi di una visione collettiva, di una frontiera, di un orizzonte comune e anche di un sogno e di una speranza, concetti che non sono secondari.
È un messaggio diretto a Brunetta e alla sua persecuzione nei confronti dei dipendenti pubblici.
È un messaggio diretto alla Gelmini e a Tremonti che considerano la scuola, l’università, la cultura e il sapere nel loro complesso, inutili in quanto – secondo loro – non fanno mangiare.
È a causa di queste idee, figlie dell’egemonia “culturale” della destra negli ultimi trent’anni, che siamo arrivati all’abisso di Barletta, all’elogio del lavoro precario, della flessibilità senza garanzie e al dramma del lavoro nero sottopagato, di una nuova schiavitù che sta minando le fondamenta della nostra Costituzione.
Per questo, mi riconosco pienamente nell’intervento che Sofia ha affidato sabato a “l’Unità”: “È per questo che oggi saremo di nuovo in piazza, con pullman di studenti che arrivano da tutte le città d’Italia, insieme all’Unione degli Universitari, a fianco dei lavoratori della FP e dell’FLC-CGIL, per tracciare un futuro diverso, che ci permetta di poter restare in questo Paese, di contribuire al bene pubblico, perché non accettiamo di sottostare alla logica per cui in un periodo di crisi bisogna sacrificare diritti e perdere spazi di democrazia, ma anzi vogliamo portare in piazza un’alternativa: ripartiamo dal modello della conoscenza, dalla scuola, dall’università e dalla ricerca per uscire dalla crisi e rimettere in piedi il Paese”.
Grazie Sofi e alla prossima, con nuovi sorrisi, nuovi striscioni, nuovi chilometri da percorrere, nuove emozioni da condividere e la certezza, basata su un ragionevole ottimismo, che l’Italia si è rimessa in cammino e che la nostra generazione è pronta a fare la sua parte per riappropriarsi del futuro che, da oggi, è un po’ meno sconosciuto e un po’ più nostro.
Roberto Bertoni
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