Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Il pericolo Berlusconi
Aveva colto nel segno, due anni fa, Veronica Lario quando annunciò pubblicamente di voler divorziare da Berlusconi: “Mio marito insegue lo spirito di Napoleone, non quello del dittatore. Il vero pericolo è che in questo Paese la dittatura arrivi dopo di lui, se muore la politica come temo stia succedendo”.Fedeli alla nostra linea editoriale e alla nostra idea di giornalismo, in questa rubrica ci ostiniamo a lasciar fuori le questioni “velinare” che pure, da tempo, hanno oltrepassato i confini della vita privata del Premier e si sono trasformate in vicende di interesse politico e nazionale, con contorno di assegnazioni di appalti assai lucrosi, presunti ricatti e una melma amorale che ci fa vergognare e rende l’Italia un paese inaffidabile agli occhi del mondo.
Non per essere impietosi, ma basta confrontare le dichiarazioni di Obama e del Cavaliere per comprendere la differenza tra quest’ultimo e uno statista.
Obama: “Basta giochi, trucchi e ritardi: gli americani non possono concedersi il lusso di aspettare. La creazione di occupazione resta la nostra priorità”.
Berlusconi: “A tempo perso faccio il capo del governo”.
E il dramma è che, per una volta, non gli si può nemmeno dare torto perché è proprio così: fa il capo del governo a tempo perso, quando se ne ricorda, quando gli va e se gli va, tra una “festa elegante” e l’altra, tra una telefonata con Lavitola e l’altra, mentre il Paese sprofonda nel baratro del discredito internazionale, la Borsa brucia decine di miliardi di euro al giorno, l’occupazione per migliaia, se non addirittura milioni, di giovani è diventata un miraggio, l’economia è ferma al palo, di crescita e sviluppo neanche a parlarne, i consumi vanno a picco, “etica” è un termine ormai desueto e sconosciuto ai più, “politica” è sinonimo di “Casta”, sperpero di denaro pubblico, ruberie, truffe, inganni e nullafacenza, e persino la Marcegaglia, i vertici industriali e imprenditoriali e qualche pidiellino in ordine sparso comincia a ventilare l’idea che Berlusconi debba essere sostituito al più presto per evitare che l’Italia diventi un’espressione geografica.
Etica e politica: sono queste le due parole che più mi stanno a cuore, anche perché sono le espressioni che Berlusconi ha maggiormente combattuto in questi diciassette anni, screditandole, svilendole, additandole all’opinione pubblica come vizi, antiquate fissazioni dei soliti “komunisti” che ancora credono in uno sviluppo solidale della collettività, nell’importanza del dialogo e del confronto, nel rispetto e nell’adempimento all’articolo 54 della Costituzione che prevede, per “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche”, “il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.
Disciplina e onore: altri termini sconosciuti nell’Italia berlusconiana. Un’Italia imbarbarita, nella quale per disciplina si intende obbedienza cieca a tutti i desideri e le richieste del capo, senza possibilità di dissentire o di esprimere un pensiero alternativo perché chi dissente è un traditore che vuole mettere in dubbio il “pensiero unico” stabilito dal governo.
Di “onore”, invece, temo si siano perse le tracce persino nei dizionari, tanto è stata screditata, umiliata, vanificata quest’espressione un tempo importantissima e oggi, purtroppo, considerata marginale anche da una parte di coloro che si oppongono al sistema di potere berlusconiano ma non ne colgono fino in fondo la gravità e la pericolosità, non si accorgono dei rischi immensi cui il berlusconismo, non tanto un Berlusconi ormai al tramonto, espone il nostro Paese.
Per anni, anch’io ho pensato che da Berlusconi derivassero chissà quali pericoli, chissà quali calamità; adesso, invece, mi sono reso conto che è lui il pericolo, è lui la calamità, è lui il perno di questo dannato sistema che, se non lo affrontiamo in tempo e senza giri di parole, rischia di sopravvivergli.
La vera sciagura, per l’Italia, sarebbe se si avverasse la profezia di Veronica: il berlusconismo che sopravvive al suo ideatore e trascina l’Italia ancora più a fondo, nell’abisso di una dittatura vera e propria, magari anche violenta, o di un regime ancora più depravato, senza lavoro, senza diritti, senza speranza, senza futuro, mascherato da democrazia solo per non destare ulteriore apprensione nelle già attonite istituzioni europee, sempre se, per l’epoca, esisterà ancora l’Unione Europea.
L’altra parola-chiave che il berlusconismo ha fatto svanire dal nostro orizzonte collettivo è, infatti, Europa: il che è, a dir poco, scandaloso per uno dei paesi fondatori, per un paese come il nostro che ha espresso personalità europee del calibro di De Gasperi, Spinelli, Ciampi, Prodi, Monti, Napolitano, Draghi.
Se davvero morisse definitivamente la politica, prospettiva terribile ma non assurda se si considerano le condizioni in cui versa attualmente, la nostra generazione pagherebbe il prezzo più alto.
Non saremmo più lavoratori ma schiavi; non avremmo più coste, spiagge, fiumi, laghi, mari ma vergognose colate di cemento, per lo più abusive, per lo più costruite con materiali di infima qualità e a rischio crollo in caso di terremoti; non avremmo più una classe dirigente ma un “bivacco di manipoli” che occuperebbe abusivamente le istituzioni per assolvere solo ai propri interessi; non avremmo più una classe imprenditoriale ma cricche di “galantuomini” come quelle che abbiamo conosciuto in questi anni; e non avremmo, infine, neanche più l’Europa a difenderci perché, senza l’Italia, sia l’Euro che l’Europa non avrebbero alcuna possibilità di sopravvivenza (si paventa lo stesso in caso di default della Grecia, figuriamoci cosa potrebbe accadere se il fallimento riguardasse il nostro Paese).
In conclusione, ultimo ma non meno importante, assisteremmo senza dubbio alla scomparsa del centrosinistra e del concetto stesso di riformismo europeo che ha portato a compimento il sogno nato con il Trattato di Roma del 1957 e ci ha evitato, finora, guai peggiori.
Se Veronica Lario avesse indovinato la previsione, per noi giovani il disastro del berlusconismo sarebbe soltanto all’inizio e questo, proprio, non possiamo permettercelo.
Roberto Bertoni
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