Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Ritratto dellItalia che non ce la fa più
Una piazza arrabbiata, vivace, per nulla disposta ad arrendersi alle minacce e ai soprusi: questa è stata la piazza romana della CGIL, una delle tante che si sono riempite martedì scorso in giro per l’Italia, in occasione dello sciopero generale indetto dalla Camusso e dai vertici del sindacato, per protestare contro le iniquità e le storture della manovra economica.Un altro blitz, l’ennesima fiducia, una difesa a spada tratta di errori madornali che costeranno al Paese un’ulteriore perdita di credibilità a livello internazionale: questa è stata l’approvazione al Senato della manovra quinta versione, mercoledì sera, come detto con voto di fiducia per paura di dover fare i conti con i malumori montanti nella propria base ma, soprattutto, tra i propri amministratori locali che saranno costretti a compiere un’autentica macelleria sociale a causa dei tagli deliberati dal governo che pure hanno sostenuto finora con convinzione.
Trentasei ore, poco più, poco meno, sono trascorse tra la manifestazione della CGIL e il varo della manovra; trentasei ore che hanno fatto venire allo scoperto molti più aspetti di quanti non ne abbiano colti e analizzati opinionisti e commentatori.
Da una parte, infatti, c’era una marea umana con molti drammi alle spalle: il lavoro precario, la mancanza di lavoro, la disoccupazione giovanile e quella, se vogliamo ancora più pericolosa, che si abbatte su chi ha già una famiglia, dei figli da mantenere, un’età alla quale è difficile ricominciare; una marea che scandiva slogan, fischiava, esponeva striscioni ma, più d’ogni altra cosa, mostrava all’Italia il proprio coraggio, la propria dignità, il proprio desiderio di non piegare la schiena e di non chinare la testa di fronte a ricatti travestiti da accordi sindacali, senza concertazione, senza dialogo, senza tavoli di trattativa, che prevedono l’esclusione di chi dissente e si oppone con orgoglio alla distruzione del concetto stesso di lavoro.
Dall’altra, invece, c’era un Senato di nominati, ormai privo di ogni autorevolezza, in cui l’opposizione ha fatto il possibile, con parole chiare e nette che sono state largamente apprezzate dalla base, mentre il governo ha messo in scena l’ennesima rappresentazione di arroganza, con parole gravi e sconcertanti, col leghista Bricolo che ha affermato testualmente: la Padania affronta “sacrifici necessari” ma “soffre per colpe non sue”. E ancora: “Se le altre Regioni si fossero comportate diversamente, oggi la crisi non ci sarebbe”. Infine: il “Nord non è più disposto a pagare per gli altri”: una dichiarazione inaccettabile, profondamente razzista verso il resto d’Italia, non degna di un rappresentante istituzionale che, al contrario, dovrebbe avere a cuore l’unità, la stabilità e la coesione del Paese.
Senza dimenticare le consuete accuse a vuoto di Gasparri e di una maggioranza che sta portando lo scontro sociale a livelli di guardia e non è disposta ad ascoltare alcun consiglio, alcun suggerimento, nemmeno quelli provenienti dal Capo dello Stato e dall’Europa.
Questo è ciò che è accaduto in quelle trentasei ore. Trentasei ore che non scorderemo, trentasei ore probabilmente decisive per il nostro futuro e, forse, ce lo auguriamo, anche per quello della legislatura.
Nulla sintetizza meglio di quei due momenti la contrapposizione in atto da mesi: i cittadini contro le istituzioni, il cosiddetto “Paese reale” che fatica ad arrivare alla fine del mese contro un esecutivo ormai privo di qualunque autorevolezza e animato soltanto da una feroce, inarrestabile volontà di rimanere attaccato alla poltrona, di conservare il potere fino alla scadenza naturale del 2013, nella vana speranza che la bufera della crisi si attenui un po’ per meriti altrui (della Banca Centrale Europea, di Obama, della ripresa dell’asse franco-tedesco) per poter così millantare chissà quali trionfi in campagna elettorale.
Non accadrà, se lo mettano bene in testa. Non può accadere perché l’Italia non è la Grecia, non può essere salvata, non può attaccarsi alla locomotiva della ripresa, non può declassarsi autonomamente a vagone perché le nostre dimensioni non lo consentono.
Noi siamo uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea, siamo stati una delle locomotive, siamo una Nazione cardine anche per la nostra posizione geografica; pertanto, non possiamo continuare a elemosinare aiuti dall’alto, a farci scrivere le manovre da Draghi e Trichet, a vivere alla giornata ringraziando a dritta e a manca per l’acquisto dei nostri BTP che, se venisse meno, come chiesto da una parte consistente dell’opinione pubblica e della classe dirigente tedesca, ci getterebbe nella più assoluta disperazione, con lo spread al galoppo, la borsa a picco, gli investitori stranieri e i capitali italiani in fuga e altre conseguenze che non oso neanche immaginare.
Se, partendo dallo sciopero della CGIL e dai volti dell’Italia che non ne può più di questo costante clima d’incertezza, siamo arrivati a parlare dell’Europa e dei rischi cui il governo ci sta esponendo di fronte al resto del mondo, è perché le due questioni sono strettamente correlate.
Un Paese in cui il lavoro non vale più niente, in cui il tasso di disoccupazione aumenta di giorno in giorno, in cui le fabbriche delocalizzano è già, di per sé, un Paese inaffidabile nel quale nessuno viene a investire volentieri.
Ma soprattutto, è un Paese senza crescita, senza sviluppo economico, senza ripresa, con un terrificante livello di scontro tra le parti sociali, con la seria prospettiva di trovarsi a vivere un autunno infuocato dalle proteste e con un governo assente, inattendibile, contestato ormai persino dalla Marcegaglia e dal mondo economico ed industriale che, un tempo, erano tra i suoi più fedeli alleati e sostenitori.
Personalmente, sono sceso in piazza martedì scorso con l’auspicio che si arrivi presto ad uno sciopero unitario ma, ancor di più, che si ritrovi la via del confronto oggi smarrita e si riparta dall’accordo del 28 giugno.
Non ho mai condiviso granché le posizioni estreme della FIOM ma tanto meno quelle di Marchionne che, con la vertenza di Mirafiori e con l’atteggiamento tenuto anche in seguito, ha di fatto smantellato il primo comma dell’art. 1 della Costituzione che, glielo ricordiamo, recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.
“Repubblica democratica”, caro Marchionne, non oligarchia, non plutocrazia, non Repubblica delle Banane.
Vorrei che tornasse nel Paese lo spirito del 2002: il mondo del lavoro compatto contro le ingiustizie e gli attacchi ai diritti dei lavoratori. Anzi, vorrei qualcosa di più: vorrei che operai e industriali si sedessero, per la prima volta, davvero allo stesso tavolo, che mangiassero davvero alla stessa mensa e si guardassero negli occhi per rendersi conto che sono legati a filo doppio da un unico destino.
Vorrei che gli industriali capissero che un lavoratore pagato bene e trattato con rispetto rende di più, ama di più la sua azienda, sarebbe anche pronto a sopportare qualche sacrificio se essa andasse in difficoltà.
Vorrei che gli operai tornassero a sentirsi protagonisti, non comparse, del proprio luogo di lavoro, che accettassero la sfida della produttività e lasciassero perdere le sirene del passato per chiedere con ancora più forza un futuro di diritti, di garanzie democratiche, di libertà e di giustizia.
Vorrei, in conclusione, che tutti prendessero atto dell’abisso in cui ci sta sprofondando questo governo, ben rappresentato dagli incommentabili ministri Brunetta e Sacconi e dalle loro battute sempre fuori luogo e, spesso, pure profondamente offensive.
Se non accadrà, andremo avanti sulla strada della divisione sindacale e della contrapposizione sociale, con la piazza della CGIL che scandisce cori durissimi contro gli altri sindacati e la Camusso che è costretta, dal palco, a chiedere ai lavoratori di non fischiare la CISL e la UIL per tentare di riaprire le porte che l’esecutivo e la maggioranza hanno prepotentemente chiuso da anni.
Chi vuole percorrerla, si accomodi. Sappia, però, che in fondo troverà un crepaccio dal quale non riuscirà a venire fuori.
Roberto Bertoni
Notizie Correlate
Audio/Video Correlati
In archivio
Senza confronto non si esce dal berlusconismo
Basta con questa RAI
Perché sÏ alla TAV
Via dal paese dei balocchi
Ciampi e i sogni di un giovane italiano
Un febbraio pieno di tristezza
CâĂš bisogno di RAI
Scalfaro, il galantuomo intransigente
Elogio di âAgorĂ â: la RAI che piace a noi
E ora chi la racconta questâItalia?
Dalla rete di Articolo 21



