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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
La storia non si cancella, il lavoro neppure
La storia non si cancella, il lavoro neppure

Al momento, pare che almeno le feste civili (25 aprile, 1 maggio e 2 giugno) siano salve: l’emendamento del PD nella Commissione Bilancio del Senato è stato approvato all’unanimità, venendo incontro alle richieste provenienti da numerose associazioni culturali, da una parte del mondo politico ma soprattutto dall’ANPI che aveva, giustamente, minacciato una mobilitazione straordinaria se le celebrazioni su cui si fonda la storia repubblicana del nostro Paese fossero state soppresse.
Tuttavia, conoscendo questo governo e la maggioranza che lo sostiene, è bene tenere gli occhi aperti e non abbassare la guardia perché non abbiamo nessuna vera garanzia riguardo ai possibili colpi di coda che tenteranno di escogitare (insieme alla sempre più probabile fiducia) per approvare una manovra che tocchi il meno possibile il loro elettorato di riferimento.
Il punto, infatti, l’ha individuato venerdì scorso su “l’Unità” il nuovo presidente dell’ANPI, Carlo Smuraglia, e c’entrano assai poco i pur importantissimi risvolti economici della manovra.


“Sicuramente – ha spiegato Smuraglia – questa vicenda alimenta il sospetto che vi sia in alcuni la volontà di cogliere l’occasione di togliere di mezzo valori fondamentali alla convivenza nel nostro Paese. Si stanno sommando diverse cose: proposte di legge per l’abrogazione della dodicesima disposizione transitoria della Costituzione (che vieta la riorganizzazione del partito fascista, n.d.r.), il tentativo di equiparare i repubblichini ai partigiani e oggi la volontà di spostare il 25 aprile. Sono iniziative che fanno pensare che ci sia una precisa volontà o, come minimo, una scarsa comprensione della storia”.
Una volta delineato questo quadro, è più semplice comprendere il perché di certe scelte e di certe decisioni.
Qui non si tratta di un deficit economico, e nemmeno di un deficit politico; qui, ed è di gran lunga più grave, si tratta nel migliore dei casi di un deficit culturale e nel peggiore di una “precisa volontà” di cancellare i pilastri sui quali si fonda l’Italia repubblicana nata dalla Resistenza al nazi-fascismo.


Sempre venerdì scorso, su “Europa”, Paolo Soddu ha fatto notare che, se venissero abolite le tre festività per ora messe al sicuro, “tra i paesi dell’Europa continentale, l’Italia rimarrebbe la sola a non avere più alcun compleanno od onomastico, limitandosi a celebrare pienamente soltanto le ricorrenze della tradizione cattolica”. E ha aggiunto che “per l’Italia (e in verità non solo per lei) è prioritario ricostruire e rigenerare le proprie energie morali” per riaffermare “con il loro carico simbolico” il “percorso comune”, per “gioire del punto che si è raggiunti e per la zavorra di cui – se se ne è stati capaci – ci si è liberati, e comunque non mai dimentichi di averla dovuta portare sulle spalle”.


Per quanto sia antipatico auto-citarsi, reputo necessario, alla luce di ciò che sta accadendo, riportare alcune riflessioni che formulai due anni fa, quando Berlusconi pensò bene di travestirsi da partigiano per andare a festeggiare la Liberazione nella cittadina abruzzese di Onna sconvolta dal terremoto di poche settimane prima.
In quell’occasione, mentre molti commentatori esultavano ed elogiavano la scelta di pacificazione storica del Premier (che, è opportuno ricordarlo, prima di allora non aveva mai partecipato a una sola commemorazione del 25 aprile e, dopo quella volta, ha nuovamente interrotto la pratica), feci notare su queste colonne la gravità delle sue affermazioni.


Scrissi: “Non è da escludere che Berlusconi sappia a malapena ciò che è accaduto il 25 aprile 1945 (non ci dimentichiamo che il Nostro voleva andare ad incontrare il padre dei fratelli Cervi morto trent’anni prima); ma è certo che il termine che egli vuole cancellare non è “Festa” ma “Liberazione” in quanto quest’ultimo pone sempre un quesito assai scomodo per questa destra: Liberazione da chi e da che cosa? Liberazione dalla barbarie del nazi-fascismo e della dittatura, esimi signori, Liberazione da oltre vent’anni di soprusi e prevaricazioni, Liberazione dalla falsa ideologia di un Regime che ha gettato l’Italia nel baratro e nell’orrore di una guerra che ci è costata immani lutti e centinaia di migliaia di morti. Quel giorno pensavamo di esserci liberati per sempre di personaggi che la pensavano come i vari Ciarrapico, Gasparri, Tremaglia, La Russa, come certi rappresentanti della Lega Nord che considerano la xenofobia un valore (tanto per non fare nomi, si pensi alle dichiarazioni di Gentilini e Borghezio): insomma, di personaggi i cui figliocci politici sono oggi esponenti di spicco del governo e della maggioranza”.


Queste crude parole, che all’epoca potevano apparire quasi fuori luogo, sono oggi d’estrema attualità perché sintetizzano il vero motivo per cui a questa destra danno tanto fastidio le date simbolo della rinascita democratica dell’Italia.
Quando Berlusconi voleva trasformare la Festa della Liberazione in Festa della Libertà, era chiaro il suo intento: mettere il proprio cappello politico su una giornata che sarà sempre invisa ai discendenti di quella cultura autoritaria così ben incarnata oggi da un governo che procede a colpi di decreti legge e voti di fiducia.
Se alla fine su parecchi punti della manovra economica hanno dovuto cedere, non è certo per liberalismo o per una presa di coscienza; o meglio, è perché hanno preso coscienza che, se fossero andati avanti su quella strada, si sarebbero trovati davvero a dover fronteggiare la rabbia montante di milioni di cittadini che sarebbero accorsi a Roma da ogni parte d’Italia per far valere i propri diritti.


E hanno preso coscienza anche del fatto che non avevano alcuna certezza in merito alla natura non violenta delle proteste perché un popolo ridotto alla fame, o comunque umiliato come questa destra sta facendo da anni nei confronti dei dipendenti pubblici, può diventare incontrollabile.
A scanso di equivoci, dato che ci attende un anno di polemiche al diapason, ci tengo a precisare che qualunque cosa dovesse accadere, qualunque violenza dovesse verificarsi e chiunque fosse a compierla, noi saremo in prima fila nel denunciarla e nel chiedere che i responsabili siano assicurati alla giustizia.
Chi legge questa rubrica sa bene come la penso: la protesta è sempre legittima e spesso doverosa, la violenza è sempre esecrabile, inutile e dannosa per la comunità, dunque da condannare a prescindere.
Fatto sta che mai come in questi mesi si è rafforzato il timore di un “autunno caldo”, di un’esplosione negativa della legittima indignazione popolare che induce tutti noi a spenderci in prima persona per tentare di trovare un punto d’incontro e di mediazione con una maggioranza che sta irresponsabilmente procedendo dritta come un treno, senza ascoltare o accettare la minima critica, fino all’apice degli insulti di Berlusconi nei confronti dell’opposizione, gentilmente definita “criminale” durante un vertice internazionale a Parigi; il che ci è costato, tra le altre cose, l’ennesima pessima figura e perdita di credibilità all’estero che, di sicuro, non rassicura i mercati.


Molti analisti si sono soffermati in questi mesi sulla cosiddetta “tassa Berlusconi”, cioè su quanto la sua pervicace permanenza a Palazzo Chigi costituisca un costo aggiuntivo per un Paese già gravato da un debito pubblico che ha sforato il tetto dei millenovecento miliardi di euro.
Personalmente, invece, ritengo che il danno non sia costituito tanto dalla presenza quanto dalla rumorosa assenza del governo in tutte le principali questioni che riguardano la vita quotidiana di numerose categorie.
Dalla vertenza FIAT a Mirafiori alla devastazione del concetto stesso di diritti dei lavoratori: quando non è stato totalmente assente, il governo ha parteggiato per accordi che sono in realtà attacchi insostenibili alla dignità del lavoro.
Ha prevalso il desiderio di rivalsa dei Sacconi e dei Brunetta che, così facendo, sono venuti meno al principale dovere di chiunque abbia responsabilità di governo: la concertazione, il dialogo tra le parti, la mediazione, il cercare in ogni modo di giungere ad un compromesso accettabile per entrambi.


In un bel reportage da Wolfsburg, l’inviato de “la Repubblica” Andrea Tarquini ha raccontato le ragioni profonde del successo della Volksvagen, leader mondiale nel settore automobilistico: “<<Non è sempre stato così, ricordiamo ancora anni pesanti>>, mi racconta il professor Rolf Schnellecke, democristiano come Angela Merkel, potente borgomastro. <<All’inizio dei Novanta vivevamo sulla pelle quasi un declino alla Detroit. Delocalizzazioni, risparmio a oltranza, disoccupazione al venti per cento, ventimila posti di lavoro cancellati su centoventimila abitanti. La gente non voleva più vivere qui, i giovani se ne andavano. Passavamo notti insonni, chi di noi aveva viaggiato sentiva come un incubo a casa, un futuro dietro l’angolo, il degrado desolante delle città industriali della East Coast americana, paura di povertà e tensioni. L’idea di tentare l’impossibile nacque dalla disperazione>>”.
Oggi a Wolfsburg il monumento-simbolo è un ometto metallico basso e curvo dai tratti mediterranei, carico di valigie e di voglia di riscatto: “Der Auswanderer – l’emigrato”, come è scritto sul piedistallo sia in tedesco che in italiano.
A Wolfsburg ce l’hanno fatta con la concertazione e il multiculturalismo, con l’idea che i sacrifici sono necessari ma altrettanto basilari sono la garanzia di un posto sicuro e la valorizzazione dei dipendenti più anziani ed esperti, considerati una risorsa e non un intralcio.


“Non illudetevi, avvertono sindacalisti e giornalisti locali: Piech e Winterkorn (i vertici della Volkswagen, n.d.r.) non sono filantropi da fabian society: offrendo concertazione e qualità della vita servono lungimiranti i loro interessi. L’operaio felice lavora di più e meglio, e nella piccola capitale del grande impero Volkswagen devono trovarsi bene anche i sudditi ben pagati che vengono da Sao Paulo o Shangai a imparare ruoli giusti in carriera” afferma Tarquini, concludendo che, nonostante le elezioni locali siano alle porte e nonostante in manifesti e appelli on-line la Linke, la sinistra radicale tedesca, chieda ancor più uguaglianza e giustizia, nessuno ne ha paura e “di manifesti dell’ultradestra razzista non vedi l’ombra”.
Nei giorni roventi della vicenda di Mirafiori, qualcuno definì ambigua la mia posizione. La chiarii all’epoca e lo faccio a maggior ragione adesso: né con la FIAT né con la FIOM, né con Marchionne né con Landini. Anche allora, il modello di sviluppo industriale che avevo in mente io era proprio questo: quello di Wolfsburg, quello sostenibile che non umilia il lavoro e, al tempo stesso, fa aumentare la produttività e la qualità dei prodotti.


È troppo chiedere che quel modello sia preso in considerazione anche da noi? È, per caso, troppo riformista, troppo progressista, troppo avanti per un Paese che continua a vivere di contrapposizioni volgari, contrasti feroci, intolleranza reciproca, cattiveria, fino al punto di voler sacrificare ogni princìpio etico in nome del Dio denaro?
Mi auguro di no ma temo di sì. Pertanto, in vista dello sciopero generale della CGIL del prossimo 6 settembre, colgo l’occasione per auspicare il ritorno all’unità sindacale, che nell’aprile del 2002 portò al grande sciopero generale dei confederali uniti, e per proporre, dato il triste momento che stiamo attraversando, una piccola modifica al primo comma dell’articolo 1 della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, nata dalla Resistenza al nazi-fascismo, che riconosce come date costituenti della propria identità nazionale il 25 aprile, il 1 maggio e il 2 giugno”.
Roberto Bertoni


 

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