Articolo 21 - Libri e Giornalismo
Mario Francese, il giornalista che raccontava la mafia imprenditrice
Per raccontare la storia di una vittima innocente è necessario profanare, anche se si tratta di persone note all’opinione pubblica, l’intimità più recondita di quella vita spezzata via per sempre e aprire una falla in quel muro posto a difesa degli affetti dai propri familiari. Francesca Barra, con il suo ultimo libro “Il Quarto Comandamento”, edito da Rizzoli, con gran dignità e rispetto compie tutto questo e con successo, grazie ad una scrittura agile ma incisiva, racconta la storia del giornalista Mario Francese assassinato dalla mafia la sera del 26 gennaio del 1979. Francese era un giornalista di punta del “Giornale di Sicilia”, si occupava di cronaca e nelle sue inchieste scriveva della trasformazione imprenditoriale di Cosa nostra, degli interessi mafiosi intorno alla ricostruzione del Belice terremotato e alla realizzazione della diga Garcia. Suo figlio Giuseppe quel giorno ha dodici anni. Sente sei colpi di pistola, ma non sa che giù in strada giace il corpo di suo padre. A distanza di vent’anni ha cercato testimonianze, ha raccolto materiali, si è fatto giornalista investigativo per regolare i conti del passato. Con un ritmo incalzante, ma mai frenetico, Francesca Barra racconta tutto questo fino al giorno in cui Giuseppe si riunisce con i suoi fratelli per mettere insieme tutta la documentazione sino a lì raccolta per chiedere alla Procura di Palermo la riapertura delle indagini. La descrizione di quella riunione può essere considerata il punto nevralgico di tutto il racconto, la sintesi di una vita spesa per ottenere giustizia che spesso rallenta il proprio corso, si impantana nelle sabbie mobili di una città distratta. L’obiettivo sarà raggiunto e per il delitto di Mario Francese verranno condannati Bagarella, Riina e Provenzano, esecutori e mandanti della morte del primo cronista a fare il nome di Totò Riina su un giornale. Per la famiglia Francese è in agguato, però, un altro epilogo tragico quello del suicidio di Giuseppe.
Il libro ha il merito di introdurre il lettore in una Sicilia dove non era possibile parlare di mafia, quando iniziano gli accordi con politica ed economia, quando Cosa Nostra si fa impresa e ha bisogno di coperture trasversali. Il racconto di Francesca Barra, infine, aiuta a mantenere viva la memoria di un giornalista e della sua famiglia che ha poi ottenuto giustizia, grazie esclusivamente alla testardaggine di un figlio, solamente dopo quasi un quarto di secolo.
Pietro Nardiello
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