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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Modeste proposte per il futuro della RAI
Modeste proposte per il futuro della RAI Metà luglio: tempo di bilanci dell’anno televisivo che si è appena concluso e di prospettive per il futuro. È così, o meglio dovrebbe essere così, ovunque: nella scuola, negli Enti pubblici, nei giornali, nei partiti.
Visti i tempi, e viste le burrasche che di recente l’hanno travolta, oggi ci occuperemo della RAI, cercando di valutare oggettivamente meriti e demeriti, successi e flop di questa stagione e di fornire modeste proposte e suggerimenti per la prossima.
Credo non sia un eccesso di pessimismo sostenere che così com’è ridotta, tra scandali e abbandoni eccellenti, quella che un tempo era la principale industria culturale italiana non ha un domani.

Continuando di questo passo, tra gattopardeschi cambi al vertice e risorse umane che se ne vanno, il servizio pubblico sarà definitivamente soppiantato dai nuovi mezzi di comunicazione poiché, al di là delle assurde logiche politiche che nulla hanno a che vedere con le scelte di un’azienda seria, ormai è sotto gli occhi di tutti che i cittadini chiedono alla RAI programmi diversi da quelli che offre. E non li chiedono solo alla RAI; li chiedono pure alla politica, ai vertici degli enti locali e delle grandi aziende, ai giornali: chiedono che torni in prima pagina il cosiddetto “Paese reale”, l’Italia che fatica ad arrivare alla fine del mese, l’Italia dei precari e degli insegnanti sottopagati, l’Italia degli operai che muoiono cadendo dalle impalcature o a causa dell’amianto, l’Italia delle fabbriche e delle grandi aziende che delocalizzano e spostano le produzioni in Cina o in Sudamerica perché lì la manodopera costa meno, le garanzie sindacali non sono stringenti come da noi e pazienza se un’intera Nazione – quella dove sei nato e cresciuto, dove hai studiato e realizzato i tuoi sogni – rischia di trasformarsi in una casa di riposo a forma di stivale.

Molti, ad esempio, sostengono che “Vieni via con me” abbia avuto ascolti da record per via delle polemiche suscitate e della popolarità di Fazio e Saviano: senz’altro questi elementi hanno avuto la loro importanza e il loro peso, anche perché, ancora una volta, il governo, la maggioranza e i loro tentacoli all’interno del servizio pubblico non si sono dimostrati delle aquile, finendo col suscitare attese ancora maggiori tra la gente, minacciando di ridurre il numero delle puntate e ritardando in ogni modo, con cavilli sempre più risibili, la stipulazione dei contratti.
Tuttavia è un’altra, secondo me, la ragione di quello straordinario successo di critica e di pubblico: “Vieni via con me” ha segnato il ritorno in televisione di quello che Enzo Biagi chiamava il “Paese normale”.

All’improvviso, ci siamo accorti tutti che questa società iperfrenetica in cui conta solo il PIL, il guadagno, il consumo smodato e a prescindere, l’aumento della ricchezza a scapito della qualità dei prodotti è una società fallita e destinata a morire.
Abbiamo, finalmente, avuto il coraggio di denunciare a voce alta che siamo stanchi di risse e di canee, che vogliamo una politica capace di ragionare e di confrontarsi sui problemi degli italiani e non un’arena in cui basta buttare tutto in caciara e azzannarsi a vicenda per fare audience, che non siamo più disposti a farci considerare da chicchessia bambini da guidare e condurre per mano poiché, nei mesi successivi, abbiamo dimostrato nelle piazze di tutta Italia di essere un popolo maturo e coraggioso.
Ricordo bene una frase detta da Sergio Zavoli nei minuti che precedettero il Premio Biagi a Pianaccio, quando ci ritrovammo in salotto a discutere in molti di Internet e di giornalismo, dei giovani e delle nuove vie dell’informazione, di poesia e della RAI. Disse all’incirca: “Pensate quanto sarebbe bello se qui ci fosse una telecamera”.

Già, pensate quanto sarebbe bello se la RAI riportasse le sue telecamere di fronte ad una conversazione alta e spontanea, animata da giovani a confronto con un maestro che ha ancora tanta voglia di insegnare, di raccontare, di trasmettere ricordi professionali e di vita.
La memoria che s’intreccia con la speranza, il tesoro di chi ha girato il mondo come Biagi e Zavoli e la freschezza di nuovi cronisti che desiderano “andarsele a cercare”, come diceva Biagi, le occasioni di raccontare qualcosa.
Pensate quanto sarebbe diversa e migliore la RAI se tornasse nei piccoli paesi, nei borghi, nelle fabbriche, là dove milioni di italiani cercano ogni giorno di sopravvivere, a dispetto della crisi economica che si sta mangiando l’Italia e l’Europa, a dispetto di un governo assente e di un Premier che si commenta da solo, a dispetto delle discutibili scelte di manager alla Marchionne che non hanno alcun rispetto per la storia e per ciò che rappresentano le industrie che hanno l’onore di guidare nel tessuto sociale del nostro Paese.

Spesso, in questi mesi, abbiamo sentito dire che la RAI deve trattenere i propri talenti perché portano soldi e ascolti: sì e no. Sì, perché, per dirla con un adagio popolare, “senza soldi non si canta messa”; no, perché non si può sempre ridurre tutto ad una mera questione di soldi.
Non sappiamo come andrà a finire il caso Santoro: probabilmente, non lo vedremo più su nessuna rete RAI e questo è un danno non soltanto per l’azienda ma per la democrazia perché certifica che in Italia, dall’“editto bulgaro” in poi, le voci libere non hanno spazio e non devono averne neanche altrove, come dimostra la misteriosa interruzione delle trattative tra il giornalista e La 7.
Sappiamo, di certo, che nei palinsesti RAI della nuova stagione non è previsto “Vieni via con me” e, forse, neppure “Report” di Milena Gabanelli e “Parla con me” di Serena Dandini.

Sarebbe il colpo di grazia per un servizio pubblico già intossicato dalle polemiche, dai sospetti e dai veleni che sempre più stanno emergendo dalle intercettazioni e dalle inchieste.
In un colpo solo, sommando l’addio quasi certo di Santoro, sparirebbero: la trasmissione più seguita dell’approfondimento politico, una larga fetta del giornalismo d’inchiesta, il “teatro civile” e la narrazione di vicende spinose che pochi avevano saputo raccontare prima con la lucidità e l’efficacia di Roberto Saviano e la satira, attendibile termometro dello stato di salute di una democrazia.
In poche parole: scomparirebbe, o quasi, la RAI. Il dramma, però, sta nel fatto che la RAI è destinata comunque a scomparire se non troverà a breve la forza di mettere mano ai palinsesti e di rivolgersi seriamente a tutte le fasce sociali e d’età, senza preoccuparsi dei singolari gusti del Padrone d’Italia.

Per le notizie brevi, in “sessanta secondi” c’è già il web, caro Minzolini. Dei reality, gli ascolti testimoniano che la gente ne ha abbastanza.
Abbiamo un urgente bisogno di realtà, di verità, di conoscenza e anche di spettacolo, di varietà, di bellezza che non siano le solite volgarità piene di squinzie e vallette che ballano una sola estate.
Arcore non è l’Italia, Palazzo Grazioli non è la RAI. Gli italiani lo hanno fatto capire chiaramente e hanno lanciato un ultimatum: o sarete nuovamente all’altezza della nostra fiducia, o cercheremo altrove le notizie, i fatti, le spiegazioni e le risposte in merito alle troppe storture occulte che stanno devastando un Paese fondatore dell’Europa unita.
Insomma, cara RAI: o ci ascolti o faremo da soli perché il telecomando e la rete sono più forti di qualunque Masi e di qualunque Lei, ma anche dei Bisignani, delle Bergamini e di tutti quei personaggi che il compianto Fortebraccio avrebbe definito “fronti inutilmente spaziose”.

Ai lettori: innanzitutto, intendo ringraziare tutti coloro che in quest’anno lungo e difficilissimo non sono rimasti a guardare. Grazie a chi è sceso in piazza, a chi si è informato, a chi ha scritto, a chi ha letto, a chi ha pensato e a chi ha seguito, riflettuto e anche giustamente criticato questa rubrica. Sono tutte azioni rivoluzionarie che hanno animato l’impegno collettivo di partiti, cittadini e movimenti, consentendo gli straordinari risultati delle Amministrative e dei Referendum e mettendo in crisi il conformismo imperante e l’indifferenza su cui si fonda il sistema di potere berlusconiano.
Come ogni anno, “Sguardi sul mondo” si concede un periodo di ferie. Quest’anno, più che mai, ne abbiamo tutti bisogno; e se avete seguito le nostre battaglie, sapete bene perché.
Ci rivediamo a settembre, sperando di poter costruire e raccontare insieme un’Italia migliore.
Roberto Bertoni
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