Clicca qui per il nuovo sito di Articolo 21 »
Ricerca con Google
Web articolo21.info
 
 
Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Dario Franceschini: lo scrittore
Dario Franceschini: lo scrittore “Daccapo”: un titolo semplice, schietto, sincero proprio come è Dario, che non ama gli eccessi di retorica.
Dimenticatevi il capogruppo del PD alla Camera, dimenticatevi le riflessioni politiche, dimenticatevi le battaglie parlamentari, dimenticatevi questo rovente periodo che potrebbe condurre il nostro Paese verso una nuova stagione.
Dimenticatevi tutto questo perché non ho incontrato il Dario Franceschini che la maggior parte di voi conosce.
Quello con cui ho conversato amabilmente un venerdì mattina, davanti alla Fontana del Tritone del Bernini, è uno scrittore romantico, a tratti lirico, che ripercorre “Daccapo” il suo romanzo, tra riflessioni gastronomiche ed aneddoti, nomi curiosi e adagi in ferrarese.

Secondo me, in questo romanzo ci sono le due fasi della giornata tipo di Dario Franceschini: la prima aspra, con personaggi quasi antipatici; la seconda molto lirica, all’insegna dell’umanità.
Diciamo che nella prima si vede il politico e nella seconda lo scrittore…

Non avevo pensato a questa lettura, ma spero che non sia così perché in fondo è vero che io faccio due cose – la politica e la narrativa – però spero che la parte politica non sia così ostile o fredda come la vita esteriore del notaio Ippolito Dalla Libera. Mi piacerebbe che anche la politica fosse più appassionante. Purtroppo, invece, capisco che appare molto spesso come una cosa distaccata, ma è un limite, è un errore, non è la normalità.

Vorrei partire con una contrapposizione presente all’interno del romanzo. Quella tra due descrizioni. In merito alla famiglia di Ippolito, lei scrive: “La loro famiglia, dopo la nascita di Iacopo, era diventata un modello di virtù per l’intero paese: quando passeggiavano nella piazza la domenica mattina, dopo la messa, fendevano una distesa di cappelli sollevati, in segno di rispetto e ammirazione”. Qualche pagina dopo, invece, viene descritto un cimitero, una sorta di Spoon River, in cui sulle lapidi sono scritti i mestieri più strani: Anna Forlani Puttana, Natale Ferrari Ladro, Oscar Caselli Peccatore. Ammetterà che c’è un contrasto stridente fra un’esistenza così mascherata e una sincerità così profonda, singolare.
È un po’ la scoperta che fa Iacopo quando segue le indicazioni del padre, dopo che gli ha rivelato la sua vita segreta: i suoi cinquantadue fratelli a lui che pensava di essere figlio unico; ed entra di colpo in un altro mondo, in cui tutto è molto più immediato, diretto, sincero. Per lui è una scoperta che lo aiuta anche a scoprire se stesso.

Questo è un romanzo che colpisce per le sue descrizioni. Ad esempio questa: “In un piccolo vicolo laterale, due bambine giocavano tra di loro fingendo di tirarsi una palla che non avevano. Ridevano felici rincorrendola e lanciandola sempre più in alto. Poi si bloccarono, coprendosi la bocca con la mano, come solo i più piccoli sanno fare quando combinano un guaio…”. Si può dire che questo è un romanzo nel quale sono protagonisti due differenti tipi di miseria: quella reale e quella morale?
Io faccio davvero fatica a fare il critico letterario di me stesso. È improprio, perché io penso che, quando un autore scrive un romanzo, poi dovrebbe scomparire e lasciare che siano i lettori ad appropriarsi del racconto. Penso davvero che ogni copia stampata di un libro sia un libro diverso nelle mani di ogni persona: ognuno deve immaginare le storie, le facce, i luoghi, leggere i messaggi… Davvero non voglio dare delle indicazioni. Sicuramente, sotto la crosta, c’è una parte di mondo più libera: quello è un gioco che tanti bambini fanno veramente, come se i bambini avessero mantenuto una maggior capacità di fantasia, di creatività, di libertà che, purtroppo, passa con gli anni.

Veniamo al piatto che la fa da padrone in questo libro: la salama da sugo. Innanzitutto, una curiosità: sapendo che si può mangiare in due modi differenti a seconda delle stagioni, preferisce quella estiva o quella invernale?
Assolutamente quella estiva, quella che si prende, com’è raccontato nel romanzo, col cucchiaio perché quest’apertura della salama che ho cercato di descrivere è una specie di rito sacro. Il cucchiaio che entra è una specie di rito magico che si sparge sul purè… È un cibo straordinario, assai poco conosciuto in giro per l’Italia e spero che il romanzo lo faccia conoscere.

In questi giorni, ho avuta la fortuna di conoscere sua sorella Flavia, scultrice del legno, cui è ispirata la figura di quel robivecchi che si dispera ogni volta che vende un oggetto. In un’epoca caratterizzata dal “dio mercato”, questa storia colpisce in quanto sembra anacronistica. È lecito affermare che nel suo romanzo c’è anche un tentativo di riaffermare i valori di una società più umana?
Anche in questo caso, non è che avessi in mente un messaggio sociale: il lettore è libero di interpretarlo, di vederlo se lo vede. Io avevo in mente quest’immagine, qui c’è un po’ di mia sorella che, quando doveva vendere le sue sculture, provava sempre una sofferenza a privarsi di una sua creatura. Avevo in mente la figura di quest’uomo che, pur dovendo vendere robe vecchie, è come se si privasse ogni volta di qualche cosa. Mi sembra una figura un po’ malinconica.

Lei ha detto che ha trovato i nomi dei personaggi sull’elenco telefonico. Certo che a Ferrara ne avete di nomi strani! Vander, Nivardo, Nelusco…
Purtroppo, sono nomi che vanno via via scomparendo. Cercando delle edizioni vecchie di elenchi telefonici, si trova una fantasia infinita di nomi. Oggi vengono chiamati tutti allo stesso modo.
Dei nomi che ci sono nel romanzo, non ce n’è uno inventato, son tutti nomi veri, di persone reali. Ho partecipato ad un’iniziativa elettorale, il romanzo era appena uscito, e c’era un candidato in un comune che si chiamava Nivardo. Tutto vero!

In questo romanzo ci sono molte lettere, tra cui una delle più belle è quella che Anna scrive al padre in punto di morte. È un’opera particolarmente intensa. Come le è venuto in mente un racconto del genere? Da cosa nasce?
Io avevo in mente l’immagine iniziale di quest’uomo, il notaio Ippolito, il padre, che a un certo punto della sua vita, capendo che stava per arrivare la fine dei suoi giorni, decide di far scoprire al suo unico figlio l’altra vita che aveva vissuto, portando anche il figlio in un’altra dimensione, in un’altra realtà. Poi la storia è venuta così, davvero quando io scrivo non ho in mente tutta la trama o tutte le caratteristiche dei personaggi: escono man mano. E così è uscita questa Anna, che compare solo marginalmente nel romanzo, ma è una donna molto volitiva, orgogliosa del ruolo, che racconta il dramma di aver avuto un padre che non ha mai potuto incontrare.

C’è un’altra lettera particolarmente significativa. Questa di Ippolito che in un tratto si lascia andare ad una descrizione  estremamente poetica: “Così non mi sono più fermato, lasciandomi andare a una frenesia irrazionale, ubriacandomi della vita che sentivo sbocciare continuamente e che immaginavo proseguire e disperdersi in mille rivoli, nelle vite di figli sconosciuti e liberi”. È una vita veramente bizzarra, quella di questo notaio?
È una vita veramente strana, fuori dalle regole, ma piena di colori, di libertà. Il motivo per cui il notaio decide di avere così tanti figli da così tante prostitute è proprio quello di voler seminare la propria vita nel mondo.

Lei ha detto che in quest’opera non c’è nulla di autobiografico. C’è, però, almeno uno dei suoi personaggi nel quale si riconosce?
No, non ce n’è nessuno. Quando uno scrive, naturalmente segue dei frammenti di memoria, di idee, di sensazioni in tutti i personaggi che scrive. Anche negli altri miei romanzi non c’è stata alcuna identificazione. Purtroppo, è il fatto che l’autore è conosciuto per altro che spinge a cercare qualche riferimento, ma se io mi chiamassi Mario Rossi e fossi assolutamente sconosciuto, nessun lettore proverebbe interesse per sapere se c’è o meno un riferimento autobiografico. Io vorrei che i lettori, quando leggono, dimenticassero che nella vita faccio anche altro.

Prometto che scriverò testualmente: non ho parlato con Dario Franceschini, capogruppo del PD alla Camera, ma col suo omonimo, autore di romanzi.
Perfetto, è così, l’ideale è questo.

Anche nella sua biografia, non c’è alcun riferimento politico; il che, dato il contesto, è singolare ma apprezzabile.
Quelli li metto sui libri politici, non sui romanzi. Davvero, sono due ruoli anche difficili da conciliare, sia per i lettori che per gli elettori. Cerco il più possibile di tenerli distinti, anche perché i miei romanzi non hanno nulla di politica e di attualità. Immagina quanto mi ha fatto un po’ ridere e un po’ dato fastidio che, senza aver letto il romanzo, molti giornali si siano buttati su collegamenti col Bunga Bunga, con Berlusconi, cose che assolutamente non c’entrano nulla.

Però un po’ se l’è cercata la domanda, oggi tanto in voga, sulle differenze tra una escort e una puttana del suo romanzo.
Ma no, queste sono donne che facevano il mestiere – come si diceva – per uscire dalla miseria, figure romantiche come quelle delle canzoni di De André. Non c’è davvero nulla del mondo televisivo, di plastica, del successo di oggi, nulla di nulla.

Prima si parlava di messaggi sociali. Secondo me ce n’è uno importantissimo: l’abbattimento delle maschere.
Questo sarebbe molto utile. Oggi non ci sono più le maschere degli anni in cui è ambientato il romanzo, che erano gli anni del perbenismo, ma ci sono altre maschere che sono imposte e liberarsene farebbe un gran bene a tutti.

In questo singolarissimo romanzo, uno dei personaggi ad un certo punto dice a Iacopo: “Anche solo per questo sulla carta d’identità non dovrebbero scrivere Nato a… ma piuttosto Morirà a…”. Lei che posto indicherebbe?
Non  mi dispiacerebbe l’America Latina: terra lontana, diversa ma affascinante.

Non so perché ma a me, leggendo il suo romanzo, veniva in mente “L’amore ai tempi del colera” di Márquez, con quest’uomo costretto ad aspettare quasi tutta la vita per poter coronare il proprio sogno d’amore. Ripeto, non so perché, ma mi vengono in mente delle similitudini, naturalmente tutte personali e opinabili.

Quello è un libro bellissimo, la storia di Fermina e Florentino. Io non oso nemmeno paragonarmi a quello. Anch’io ho letto Márquez e ho amato moltissimo questa sua capacità di passare dall’assoluta normalità alle cose più prodigiose e fantastiche, come se fossero parti uguali di una vita possibile. Però, è davvero una cosa troppo lontana solo per pensare un lontanissimo paragone. Magari!

Vecchioni, presentando il suo libro, l’ha definita un “demiurgo”. A me, sentendo questa riflessione, è venuto in mente il Guareschi, che in realtà era a sua volta un grande demiurgo letterario, ma diceva di aver solo impresso su carta i personaggi che gli aveva narrato il grande fiume, limitandosi dunque a raccontarli.
In questo, forse, c’è un collegamento tra il “realismo magico” della letteratura latinoamericana e la mia terra, la Pianura Padana, la terra del fiume, che è davvero piena di storie fantastiche.
Devo anche dire che, siccome quando si scrive, si mescolano invenzioni, racconti, episodi reali a fantasie assolute, mi è spesso capitato che quelli che vengono indicati dai lettori come gli episodi maggiormente frutto di una fantasia forte, sono invece esattamente quelli reali che ho visto o che mi hanno raccontato.

Lei ha detto che la frase che ama di più del suo romanzo è questa che Vincente dice a Iacopo: “Attento Iacopo, che soltanto con gli anni ho capito che quando l’acqua bagna le pagine di un romanzo, ne cambia inesorabilmente la trama”. Quanta acqua ha bagnato le pagine della sua vita?
Intanto, dovremmo stare attenti a non rovesciare questo bicchier d’acqua sul romanzo che, dopo aver fatto tanta fatica, non vorrei che ne cambiasse la trama! (La battuta nasce dal fatto che, in quel momento, eravamo seduti al tavolo con davanti due caffè e altrettanti bicchieri d’acqua, n.d.r.). Io penso che nella vita di ognuno vi sia uno spazio molto più grande di quello che uno utilizza, e quindi sarebbe bene per tutti viversela questa vita. Lo diceva anche don Mazzolari: “L’importante non è la vita, ma è vivere”.

Tralasciando un po’ il suo romanzo, ma rimanendo sempre a Ferrara, vorrei chiederle il significato e la traduzione di questo detto ferrarese: “Se l'ignuranza l'agh ess i al, igh darev da magnar con la fionda”.

La pronuncia lascia a desiderare! La traduzione è: “Se l’ignoranza avesse le ali, le darebbero da mangiare con la fionda”. L’ho usata una volta per Bossi, dato che aveva, come al solito, fatto lui un’offesa in dialetto lombardo (l’ormai celebre “Föra da i ball”, n.d.r.). Voglio dire che sei talmente ignorante che, se l’ignoranza avesse le ali, sarebbe talmente in alto che dovrebbero buttarti il cibo con la fionda.
Mi rendo conto che il discorso sta progressivamente scivolando verso temi che sarebbero più adatti al suo omonimo capogruppo alla Camera. Tuttavia, se dovesse incontrarlo, sarebbe così gentile da riferirgli questa frase di Jovanotti, a che a me è sembrata un ottimo programma politico: “Il successo non è possedere qualcosa, è avere un progetto, un’idea per il futuro”.
Assolutamente sì. Anzi, Jovanotti potrebbe fare molto meglio di me il capogruppo alla Camera perché è pieno di creatività, di valori che trasmette – e questa è la cosa che ogni politico non può non invidiare – in modo immediato, semplice e penetrante a migliaia e migliaia di giovani. Però sono tutti valori positivi.
Sempre citando Jovanotti, dato che è caro ad entrambi, mi deve fare una promessa. “Fra 30 anni – dice il Jova – saremo più vecchi, brutti, provati, ma sarebbe bello avere la stessa voglia di vivere. Sarebbe bello rincontrarsi e dirsi: “Mammamia quante botte abbiamo preso, quante cose abbiamo visto, quanto abbiamo amato, quanti soldi abbiamo fatto, quanti ne abbiamo persi. Ma siamo ancora qui, felici di quello che facciamo!”. Fra trent’anni ci rivediamo qui?
Va bene, sperando di avere scritto tutti e due altri romanzi e altri libri.
Roberto Bertoni



 
Notizie Correlate
Audio/Video Correlati
Dalla rete di Articolo 21