Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Merito sì, mercimonio no
Inchiesta sulla scuola italiana ai tempi dell’INVALSI e della riforma Gelmini- seconda parteRiprendiamo da dove ci eravamo lasciati, da quel liceo scientifico in cui abbiamo raccolto le nostre testimonianze per quel che riguarda il mondo delle superiori.
In questa seconda puntata, come preannunciato, metteremo a confronto le esperienze di due professoresse: una di liceo, l’altra di scuola media.
Due incontri terribili, soprattutto il primo, caratterizzati dall’amarezza, dalla rabbia, dallo sconforto di chi vede andare in fumo i sacrifici di una vita.
Ho parlato con Marta (nome di fantasia) nell’Aula Magna del liceo in cui insegna. Abbiamo discusso a lungo, non solo dei test INVALSI, e ne è venuto fuori un quadro sconcertante, fra intimidazioni ed un clima che la professoressa non ha esitato a definire “aria di Ventennio”.
Intervista con Marta
L’altro giorno siete stati chiamati a somministrare gli ormai celebri test INVALSI. Come è noto, in tutta Italia, ci sono state numerose polemiche. In cosa consistono esattamente queste prove alle superiori?
I test INVALSI sono delle prove che sono state somministrate ai ragazzi delle seconde ed erano su due materie: matematica e italiano. Erano prove di varia difficoltà, alcune fattibili, altre meno. Il problema è qual è il fine di queste prove INVALSI: cioè, il tentativo di valutare non tanto le capacità degli studenti, perché purtroppo il livello di queste prove, normalmente, non è commisurato a quello che noi facciamo a scuola, quanto piuttosto il vero obiettivo è quello di valutare gli insegnanti. Queste prove INVALSI rientrano nel più grande progetto di riforma in senso meritocratico della scuola che il ministro Gelmini vuole attuare.
Negli altri paesi, prove del genere servono espressamente a riformare i programmi, a valutare dove sono fallaci e a migliorarli. Qual è, secondo lei, il fine in Italia?
Te l’ho detto poc’anzi: valutare il lavoro degli insegnanti. Se ricordi, fin da quando si è insediato il ministro parla di meritocrazia, di voler scegliere i professori migliori nelle scuole e quindi, attraverso queste prove INVALSI, vuole valutare in modo assolutamente arbitrario, perché tutto ciò non ha senso, quanto e come lavori un professore, come se poi con delle prove fatte a crocette, con dei semplici quiz, alcuni dei quali molto stupidi, si potesse valutare l’operato di un insegnante che è molto più vasto e articolato.
È girata anche questa maligna voce: queste prove servirebbero a dimostrare la scarsa qualità della scuola italiana per poter giustificare nuovi tagli. È una prospettiva realistica o è una maldicenza?
È una prospettiva realistica. Non solo, serve a finanziare di più le scuole private. Sappiamo che il ministro sta operando in tal senso fin da quando si è insediato: ti ricordo che la prima azione del governo Berlusconi rispetto alla scuola, proprio per parificare il più possibile le scuole private e quelle statali, fu il permettere alle scuole parificate di avere una commissione agli esami di Stato esattamente come le scuole pubbliche. Sappiamo quello che succedeva nelle scuole parificate, con le commissioni esterne piuttosto che interne. Tutto torna in questo discorso generale.
In alcune scuole, per studenti e insegnanti ribelli, ci sono state forti sanzioni. Qui da lei in che clima si sono svolte le prove?
Il clima qui è stato di guerra vera e propria, perché il collegio dei docenti si è espresso all’unanimità per non effettuare queste prove INVALSI che non rientrano nei nostri doveri di servizio…
…se non sbaglio non sono neanche retribuite.
Non sono retribuite, mentre invece la correzione dovrebbe essere retribuita a parte. Ci siamo schierati tutti, poi nel momento in cui il preside ha avuto questa presa di posizione, ci ha fatto un ordine di servizio, di fronte al quale la maggior parte dei miei colleghi ha piegato la testa, non io, abbiamo fatto una rimostranza scritta in cui dicevamo appunto che ci saremmo rifiutati di compiere questo non dovere – perché non era un nostro dovere – previa consultazione con i sindacati che hanno approvato assolutamente questa nostra decisione. A quel punto, il preside ha emanato un secondo ordine di servizio e nel giorno delle prove, il 10 maggio, ha operato un vero e proprio servizio di polizia nelle classi, soprattutto nelle classi in cui c’erano questi quattro professori dissidenti, accertandosi che noi facessimo il nostro “dovere” che poi dovere non era.
I suoi alunni come hanno reagito?
I nostri alunni hanno reagito molto bene: in alcune classi i test sono stati completamente boicottati, ci sono classi che non hanno svolto neanche una prova di questo test.
So bene che lei non mi può rispondere, ma glielo devo chiedere lo stesso: ci saranno sanzioni, specie per gli alunni?
No, assolutamente no. In una classe, non ti dico in che sezione, il preside ha addirittura minacciato il cinque il condotta a questi ragazzi; ma non si può fare assolutamente nulla, anche perché sennò facciamo scoppiare una guerra.
Però, in un liceo artistico romano, si è avuta notizia di sospensioni e penalizzazioni molto pesanti.
Il preside va carcerato in questo caso! Non credo che il preside possa fare una cosa del genere, è un arbitrio impossibile, mi sembra un’assurdità.
Non è proprio così: negli ultimi anni ai presidi sono stati attribuiti molti più poteri rispetto al passato, senza contare le severe sanzioni previste dal combinato disposto Gelmini-Brunetta per quei dipendenti pubblici (presidi, insegnanti ecc.) che osino criticare apertamente la riforma della Pubblica Istruzione. Dove sta andando la scuola italiana?
Allo sfacelo totale. Addirittura, io dico sempre che da un po’ di mesi respiro aria di Ventennio: da quando in scuola c’è stata l’occupazione, dall’atteggiamento che ho visto anche da parte di molti colleghi; un atteggiamento retrivo, reazionario, chiuso; di chiusura nei confronti di quello che gli studenti chiedono che è una cosa assolutamente legittima. Non possiamo accettare studenti passivi, addormentati e inebetiti di fronte a quello che accade nel mondo, anche se oggi è una giornata particolare perché sono un po’ più ottimista. Però l’aria che si respira nelle scuole è un’aria da Ventennio.
Mi permetta di spezzare una lancia nei confronti di questi suoi colleghi: tengono famiglia.
Anch’io tengo famiglia, però credo che dovremmo essere noi a dare l’esempio a loro, con atteggiamenti di persone che credono in certi valori e in certi ideali; e non farci impaurire da minacce di un preside che, magari, chiude gli occhi di fronte alla realtà, servo del potere, un mero esecutore degli ordini del ministro.
Infine, una domanda che esula dall’INVALSI ma comunque di stretta attualità: nel presentare il Decreto Sviluppo, i ministri Gelmini e Tremonti hanno annunciato l’immissione in ruolo di 67.000 precari (30.000 docenti e 37.000 bidelli). Leggo, invece, in un comunicato del Coordinamento precari scuola di Roma che il Ministero dell’Economia e delle Finanze avrebbe autorizzato solo 10.000 assunzioni per i docenti e 6.500 per i bidelli. Se la notizia fosse vera, vorrebbe dire che la realtà è totalmente diversa da ciò che è stato raccontato ai cittadini.
Sì, i soliti tagli alla scuola pubblica. Anche qui ci sarà una contrazione di cattedre, peraltro non sono previsti scatti di anzianità perché la Gelmini li ha bloccati. La classe docente è la classe più bistrattata e meno valorizzata in assoluto in Italia. Ti dirò di più, una cosa importante che ho saputo perché riguarda una persona che conosco, non ti dico altro: si stanno verificando nella scuola, e questo è molto grave, molte defezioni da parte dei professori che si stanno facendo trasferire in altri luoghi, stanno lasciando le cattedre, stanno abbandonando quella che secondo me va vissuta, visto lo stipendio che ci danno e viste le scarsissime gratificazioni, come una vera e propria missione.
Non è il primo caso di cui vengo a conoscenza. Con quale animo affronterà il prossimo anno?
Intanto farò un concorso anch’io, a ottobre. Comunque, se non dovessi superarlo, lo affronterò con la solita carica che mi contraddistingue perché quando si entra in classe bisogna caricarsi e dare il meglio di sé agli studenti, che lo meritano sempre. Si lavora per gli studenti, si cerca sempre di scrollarsi di dosso tutto quello che ti circonda, questo schifo di contorno. Per me gli studenti sono sacri.
Intervista con Giovanna
Professoressa, giovedì scorso, 12 maggio, nella scuola media in cui insegna si sono svolti i test INVALSI. Che cosa sono, in cosa consistono al vostro livello?
Sono delle prove di italiano e di matematica che, in questo caso, servono a verificare l’andamento didattico che è stato svolto nel corso dell’anno scolastico nelle prime classi. Quando a giugno avremo le prove INVALSI durante gli esami di terza media, quelli avranno invece come scopo una valutazione riguardante la preparazione del triennio e, soprattutto, la capacità di maturazione e di logica di questi ragazzi.
Alle medie, la prova INVALSI, come ha ricordato, è stata introdotta già da qualche anno in qualità di quinta prova degli esami di terza media. Tracci un bilancio.
Secondo certe teorie che si sentono in giro, ormai su questo tipo di prove dovrebbero svolgersi i futuri esami di terza media, nel senso che, tranne il tema di italiano, tutte le altre prove dovrebbero essere svolte con la somministrazione di questi test.
Alle volte, riportano degli elementi che non sono adeguati ai ragazzi, all’età dei ragazzi: questo non tanto per gli esaminandi di terza media quanto per i ragazzini di prima. Si richiede che ci sia un pochino più di accortezza…
…quindi queste prove INVALSI sono state sottoposte anche ai ragazzi di prima media?
Sì, sono due anni che vengono sottoposte verso la metà di maggio anche nel primo periodo della scuola media.
Per quale motivo proprio quest’anno hanno suscitato tutto questo clamore?
Perché sono delle prove non eccezionali, abbastanza inutili e che molto spesso non servono quasi a nulla.
Quest’anno i quesiti riguardavano italiano e matematica: trenta domande per ciascuna materia. C’era dell’altro?
C’era poi un test informativo, ma soprattutto quello che mi ha un po’ irritato è stato che si sono richieste ai ragazzi notizie riguardanti la privacy: titolo d’istruzione dei genitori, modi di fare della famiglia eccetera. Questo non mi sembra corretto.
In molte scuole d’Italia ci sono state polemiche roventi. Da lei com’è andata?
Si è svolto tutto abbastanza tranquillamente, anche perché i ragazzi di prima media sono, in genere, meno interessati a certe forme di contestazioni. Devo dire che anche l’ambiente nel quale insegno è estremamente poco sensibile all’informazione, per cui non credo che ci siano grosse contestazioni da parte dei ragazzi. Ce ne sono state, invece, da parte di noi insegnanti poiché non riteniamo assolutamente valide queste prove.
Nel merito o nel metodo?
Io contesto un po’ tutt’e due. Innanzitutto, quest’anno mi sono apparse un pochino più realistiche, l’altr’anno erano proprio fuori dal mondo, a dimostrazione dell’incapacità e della non conoscenza dei programmi da parte di chi le aveva formulate.
Quest’anno erano un pochino più aderenti alla realtà dei programmi svolti in prima media.
Poiché però io, solo per parte mia, posso far valere questi test perché ufficialmente non dovrebbero portare a nulla, mi chiedo per quale motivo sprecare del tempo per preparare i ragazzi, far capire loro cosa devono fare, come devono rispondere, quando poi eventualmente è qualcosa che serve, ho la vaga impressione, a criticare la scuola pubblica, a far passare nell’opinione pubblica il messaggio che faccia schifo.
In molte scuole è scoppiato un putiferio, con un clima descritto come di guerra. Sia sincera, da lei si è verificato qualcosa di simile?
No, qualcosa di simile no, però, quando c’è stata la valutazione se correggere o meno le prove, dopo aver tacitamente dichiarato che le prove sarebbero state svolte, il preside ci ha un po’ minacciato e ha fatto pendere la bilancia verso la valutazione: voi correggete perché voi valutate. Io ho trovato questa cosa particolarmente ignobile.
Altrimenti che sarebbe successo?
Che noi avremmo svolto i test INVALSI, se non altro perché i ragazzi erano stati preparati, perché le famiglie avevano comperato dei libretti adeguati per questa preparazione, però avremmo mandato il tutto presso l’ufficio INVALSI senza nessuna correzione.
L’altrimenti, però, era di natura diversa. Io vorrei sapere se, in caso di rifiuto ad oltranza, avreste subito ritorsioni anche voi?
Forse sì.
Di che tipo?
Sicuramente, saremmo state tacciate di persone che non volevano lavorare, che dopo aver fatto spendere dei soldi, 6-7 euro, per comperare questi volumetti per questi elementi di studio extra, si rifiutavano di svolgere il test. Se non lo avessimo svolto, sono certa che qualche genitore si sarebbe ribellato.
Voi avete dovuto far acquistare ai ragazzi dei volumi di preparazione ai test proprio come accade per i test d’ingresso all’università.
Lei si sente danneggiata da questo diversivo?
Danneggiata non lo so…
Rallentata?
Una perdita di tempo un pochino sì.
Andando al di là dell’INVALSI, vorrei conoscere la sua opinione in merito alla proposta del deputato del PDL Fabio Garagnani di sospendere da 1 a 3 mesi gli insegnanti che, a suo dire, dovessero fare propaganda politica in classe.
Ti dico subito che io ho minacciato un ragazzo di denunciare il fatto che lui entrasse in classe salutando col braccio destro teso, facendo il saluto fascista. Detto questo, si fa politica spiegando ad esempio la storia: come si fa a spiegare la democrazia ateniese e, andando avanti, tutte le forme di regimi politici se non paragonandoli anche a qualcosa di attuale? Questa è una deriva pericolosissima verso un sistema che ha poco a che vedere con la democrazia.
Prima di iniziare l’intervista, lei mi ha detto che me l’avrebbe concessa solo a patto di mantenere l’assoluto anonimato. Io naturalmente rispetterò questa sua richiesta, però vorrei chiederle il motivo.
Perché in questo momento, con questo clima, non mi fido. Sono a fine carriera e dopo aver passato quasi trentotto anni dentro la scuola non voglio avere elementi che mi impediscano di mandare un po’ all’inferno una struttura retta da somari che non sanno proprio cosa vuol dire insegnare.
Questo che lei dice è gravissimo. Lei prima ha parlato di scivolamento verso un sistema non democratico: da ciò che dice, si desume che ci siamo arrivati.
Quasi, soprattutto perché stanno cercando in ogni modo di rovinare un nostro bene principale: non è solo la scuola pubblica, è proprio la cultura. Stanno cercando in ogni modo di inculcare qualcosa che non è assolutamente una struttura culturale ma una facciata, una serie di lustrini che cercando disperatamente di costruire con un vuoto dietro che è zero.
Lei ha usato l’ormai celebre verbo “inculcare”, utilizzato qualche settimana fa dal Premier. Abbiamo detto dell’onorevole Garagnani, ma è doveroso ricordare che anche l’onorevole Carlucci, sempre del PDL, qualche tempo fa ha proposto addirittura la revisione dei testi scolastici, rei a suo dire di contribuire alla propaganda politica di sinistra. Perché nella maggioranza c’è questa sorta di ossessione?
Perché sono persone che si limitano a recitare la loro parte, senza ragionare. Qualcuno ha detto loro che devono dire così, basta. I libri scolastici riportano i fatti storici, né più né meno, in un percorso a volte anche molto semplicistico, senza la minima capacità di esprimere una logica storica. Spesso sono proprio anonimi, ti indicano dei percorsi, senza un minimo di commento o di rielaborazione.
I fatti sono quelli, cosa vogliono cancellare questi rappresentanti del governo o vicini al governo? Il nostro passato?
C’è un valore che vorrebbe “inculcare” nei suoi ragazzi?
Un maggiore rispetto per la cultura, far capire loro che studiare in modo regolare non è una perdita di tempo. In un mondo pieno di disvalori, capisco che la scuola possa sembrare uno strazio, un peso, una cosa che non serve a niente, che non dà soddisfazioni. Lo studio dà soddisfazioni nel tempo. Questi ragazzi ormai vogliono delle soddisfazioni immediate, la scuola non gliele dà.
Non aggiungo ulteriori commenti, lascio ognuno di voi libero di pensare ciò che vuole. Mi limito solo a dire che anch’io, nel realizzare quest’inchiesta, mentre cercavo di far emergere certi dettagli, ho avuto più di un timore dato che, per dirla con George Orwell, “in tempi di menzogna universale, dire la verità diventa un atto rivoluzionario”.
Roberto Bertoni
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