Merito sì, mercimonio no
(Inchiesta sulla scuola italiana ai tempi dell’INVALSI e della riforma Gelmini)
INVALSI: Istituto Nazionale di Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione. Prima di addentrarci nelle infuocate polemiche di queste settimane, in merito alla somministrazione ministeriale delle prove INVALSI ad alcune classi delle scuole medie inferiori e superiori, è doveroso chiarire di cosa si tratti.
Premetto ai lettori di questa rubrica che quest’inchiesta in due puntate sul mondo della scuola non parte da posizioni preconcette: sono andato sul campo a verificare come stessero le cose e a raccogliere le testimonianze di chi si è trovato a fare i conti in prima persona con le suddette prove.
Ne è nato un piccolo viaggio nel mondo della scuola, dei suoi problemi, delle sue contraddizioni, caratterizzato da molte emozioni e qualche amarezza, come ad esempio il rifiuto di alcuni insegnanti di parlare (nonostante la promessa dell’anonimato assoluto) per paura di compromettere la propria posizione e subire sanzioni disciplinari.
È un’esperienza che mi ha cambiato, e sono certo che cambierà anche voi man mano che leggerete le tre testimonianze raccolte.
Per fortuna, infatti, due professoresse (una di scuola media e una di scuola superiore) e un’alunna hanno accettato di sottoporsi alle mie domande. Anche loro, prima di concedere l’intervista, mi hanno chiesto l’assoluto anonimato; il che la dice lunga sui rischi che corre attualmente chi ha il coraggio delle proprie idee e osa dissentire dalla linea ufficiale del governo.
Non ho trovato testimonianze a favore di questi test, ma ritengo comunque doveroso dar voce anche ai sostenitori delle prove nella versione e con le finalità attuali. A tal fine, riporto alcuni estratti della lettera inviata dal presidente dell’INVALSI, Piero Cipollone.
Egli sostiene che “la rilevazione degli apprendimenti per il presente anno scolastico, 2010-11, è stata disegnata mantenendo molti elementi di continuità rispetto alla rilevazione dello scorso anno scolastico”.
Di questi, cito integralmente i primi due, che ritengo i più significativi: “Il primo elemento di continuità si riferisce alla natura delle prove e al loro contenuto. Per l’Italiano si tratta di una prova finalizzata ad accertare la capacità di comprensione del testo e le conoscenze di base della struttura della lingua italiana. Per la Matematica la prova verifica le conoscenze e le abilità nei sottoambiti disciplinari di Numeri, Spazio e Figure, Dati e Previsioni e Relazioni e Funzioni, quest’ultimo sottoambito non è rilevato in seconda primaria. Le prove sono state costruite a partire dai quadri di riferimento (http://www.invalsi.it/snv0910/) elaborati da gruppi di esperti provenienti dal mondo della scuola e dell’università e sottoposte a una prova preliminare sul campo”.
“Il secondo elemento – prosegue Cipollone – riguarda la garanzia sull’attendibilità dei dati. L’utilità per la singola scuola di partecipare al progetto si fonda, infatti, sulla possibilità di poter effettuare confronti con quanto accade negli altri istituti, al netto delle differenze di contesto e di altri fattori esterni all’attività della scuola stessa. È perciò fondamentale che ciascun partecipante al progetto ritenga credibili e affidabili i dati complessivi con cui confrontare i propri. Per garantire questa affidabilità e credibilità, è stato predisposto un piano di verifica della somministrazione che preveda sia l’invio di osservatori in un campione di scuole per accertare la corretta applicazione del protocollo di somministrazione sia l’utilizzo di metodi statistici che, come già verificato in passato, permettono di individuare comportamenti in contrasto con il corretto svolgimento della rilevazione. L’esperienza della rilevazione degli apprendimenti nella scuola del primo ciclo nell’a.s. 2008-09 e nell’a.s. 2009-10 ha confermato che questo piano di verifica è altamente affidabile e consente di restituire dati attendibili con cui ciascun partecipante al progetto può confrontare i propri”.
Detto questo, a scanso di equivoci, è bene che io precisi la mia posizione: ben vengano i test INVALSI, anche a risposta multipla per renderne più agevole la correzione ad opera dei docenti, ma con alcune fondamentali differenze nel merito e nel metodo.
In primo luogo, i docenti chiamati a correggere queste prove dovrebbero essere retribuiti per questo lavoro extra, cosa che quest’anno non è avvenuta suscitando una miriade di proteste.
In secondo luogo, non dovrebbero esservi alla fine dei test domande riguardanti la sfera personale o familiare dell’alunno che non c’entrano nulla con il suo percorso scolastico e hanno tanto l’amaro sapore di un’implicita discriminazione verso chi proviene da una posizione sociale meno agiata.
Infine, ed è l’aspetto più importante, dev’essere rivisto lo scopo di questi test: sì alla valutazione dell’apprendimento dei ragazzi, che implicitamente contiene anche un giudizio sul lavoro e sul valore degli insegnanti, ma non al fine – non dichiarato ma comunque palese, come si evince dalle tre interviste che potrete leggere tra questa e la prossima puntata – di effettuare ulteriori tagli alla scuola e alla cultura, bensì, come avviene negli altri paesi d’Europa, per migliorare e rendere più competitivo il nostro sistema scolastico, intervenendo sui punti in cui i nostri programmi risultano avere delle falle o non essere al passo con i tempi sempre più rapidi di questo mondo globale.
Come ha scritto Fiorella Farinelli in un interessante articolo apparso su “il manifesto” dello scorso 17 maggio (“Eccesso di fuoco sui test INVALSI”), “quello che inquieta molti insegnanti è proprio che prove di questo tipo misurano risultati più profondi e interiorizzati di tanto imparaticcio scolastico; e mettono a nudo non pochi limiti della nostra tradizione pedagogica. Sta proprio qui, in effetti, la loro utilità. Perché è da un approccio diverso da quello prevalente nella nostra scuola secondaria superiore - non è il sapere in sé l'obiettivo, ma la capacità di far "lavorare" quello che si sa - che deriva la possibilità per gli insegnanti, e per la scuola come sistema, di accertare se c'è qualcosa che non va nell'insegnamento, nei programmi, nei metodi, nell'organizzazione dell'ambiente di apprendimento, e magari di migliorarlo”. “Ma – aggiunge la Farinelli - molti insegnanti, anche tra quelli che non hanno espresso contrarietà esplicite, hanno altri tipi di preoccupazioni . Temono, per esempio, che da prove di questo tipo, uguali per tutti e non finali come quelle degli esami di maturità, vengano in piena luce differenze tra classi e sezioni che le famiglie, gli studenti, il dirigente scolastico, l'amministrazione potrebbero attribuire, non alle condizioni di contesto, alle caratteristiche socio-culturali degli allievi, ai soliti danni prodotti dalla solita scuola media-elementare-materna, alle solite famiglie che non educano, al solito internet che fa perdere la concentrazione e così via, ma alla maggiore o minore capacità professionale dell'uno o dell'altro insegnante. E che, prima o poi, da tutto ciò si possa passare - c'è, del resto, già scritto nero su bianco anche in un certo numero di intese contrattuali - a una valutazione comparativa tra gli istituti scolastici e anche a una valutazione dei singoli insegnanti, finalizzata a diversificare una carriera finora basata unicamente sull'anzianità . In cui sono pagati tutti allo stesso modo, bravi e scadenti, impegnati e pigri, colti e meno colti, con buona pace ovviamente dei più giovani che, anche se di ottime capacità, devono comunque aspettare i previsti 35 anni di servizio per poter arrivare al 45-50% di incremento retributivo sui livelli iniziali”.
Il che – conclude – è assolutamente comprensibile per “una categoria con uno statuto professionale del tutto diverso, basato sull'assoluta identità della funzione, anche in presenza di specificità e specialismi evidenti; e su una sostanziale non controllabilità dei suoi risultati. Tanto più in tempi connotati, oltre che da "tagli" e politiche fortemente restrittive nei confronti dell'istruzione pubblica, anche da pesanti e ricorrenti campagne di diffamazione dei suoi insegnanti, da ripetuti tentativi di censura culturale, da un clima politico e amministrativo mai così chiuso e conformista come oggi. Tanto più poi, se alla valutazione delle scuole si dovesse attribuire il compito di introdurre anche nell'istruzione pubblica una logica di mercato”.
D’altronde, hanno ragione Giovanni Bachelet e Francesca Puglisi quando scrivono, su “l’Unità” dello scorso 22 aprile, che “l’INVALSI va riformato, reso indipendente dal ministero (chiunque sia il ministro), messo in grado di svolgere il proprio compito con adeguate risorse; soprattutto occorre un progetto organico nel quale scopi e uso dei test siano noti e condivisi, e siano valutati non solo apprendimenti e insegnanti, ma anche dirigenti e uffici scolastici regionali; un progetto che punti al sostegno e al miglioramento delle scuole autonome, non a un Giudizio Universale che punisce i cattivi, premia i buoni e magari peggiora l’apprendimento medio”.
Certo, tutto questo è impensabile se – come denunciano Puglisi e Bachelet – il duo Gelmini-Tremonti va avanti imperterrito nella disastrosa politica dei tagli indiscriminati, riducendo i finanziamenti all’INVALSI da 4 milioni l’anno, sufficienti a coprire poco più degli stipendi di dipendenti e collaboratori, ai 2,7 milioni attuali, con l’ovvia conseguenza che quest’istituto, che dovrebbe essere anche un utilissimo istituto di ricerca, sta diventando solamente un dispensatore di inutili quiz a crocette; inutili e, francamente, rischiosi per la sopravvivenza stessa delle scuole e di chi vi lavora.
Tuttavia, non è solo un discorso di tagli e di ricorsi da parte dei precari (che pure hanno innumerevoli ragioni per protestare dato che, fra docenti e personale ATA, l’attuale governo ne ha mandati a casa circa 132.000), né di INVALSI e di polemiche riguardanti l’imprecisato trattamento dei dati sensibili contenuti nei test. Quest’inchiesta nasce dalla volontà di mettere a nudo il difficilissimo clima che si respira attualmente nelle scuole italiane.
D’ora in avanti, dunque, dopo aver dato equamente voce ai sostenitori delle prove, all’opposizione e anche alle posizioni di quella parte della sinistra extra-parlamentare che pure partecipa con utili proposte e suggerimenti al dibattito politico, daremo voce anche a chi vive e lavora nella scuola.
Questa prima puntata si conclude con le riflessioni di una studentessa del secondo anno di liceo scientifico, che ha sostenuto la prova lo scorso 10 maggio.
È una conversazione aspra ma affascinante, soprattutto per la maturità e la passione civile di una ragazza che, a dispetto dell’evidente pessimismo che trapela dalle sue parole, non ha ancora rinunciato a sognare di costruire un futuro migliore.
Per convenienza, la chiameremo Chiara (nome di fantasia).
Intervista con Chiara
Appurato di cosa si tratta, quali sono le tue impressioni in merito a questo test INVALSI?
Le prove non corrispondevano a quello che abbiamo fatto durante l’anno. Ci avevano espressamente detto che ci sarebbero stati presentati dei compiti che noi avremmo saputo svolgere; ma, al contrario, facendo un conto totale, inerenti al nostro programma c’erano solamente due esercizi mentre uno era inerente al programma di Primo. Tutto riguardava il programma che adesso fa parte della nuova riforma, che devono svolgere i Primi e i Secondi dello scientifico.
Sei rappresentante di classe?
Abbiamo dovuto fare un discorso di classe perché, ovviamente, c’era chi era poco informato e quindi abbiamo cercato prima di informare tutta la classe per far sì che fosse una protesta valida, per poter sostenere le nostre idee nel caso in cui ci fossero state poi chieste. Fatto questo, abbiamo trovato l’appoggio di tutta la classe e abbiamo consegnato collettivamente in bianco.
Avete temuto possibili ripercussioni sul vostro percorso scolastico?
No, perché nel caso in cui ci fossero state rivolte minacce, noi avremmo combattuto dicendo che a noi c’era stato detto che erano anonimi i test; al contrario, noi eravamo schedati, eravamo dei numeri, pertanto potevano risalire tranquillamente al nostro nome e questa cosa era denunciabile. Ci era stato detto che questi erano test anonimi che dovevano servire semplicemente a fare una statistica. Poi, da quello che ho saputo, non prendevano nemmeno i dati della nostra scuola; però è una questione di principio: se ci viene detto che sono anonimi e servono semplicemente per una statistica, noi non dobbiamo essere schedati.-
Erano trattati dati sensibili?
Sì, soprattutto nell’ultimo test erano chiesti dati personali riguardanti la famiglia, i genitori. Io sono minorenne, non avrei avuto problemi per quanto riguarda i miei genitori, ma ero contraria: nessuno è autorizzato a chiedermi che lavoro fa mia madre e quale titolo di studio abbia.
Una domanda che esula dall’argomento principale di quest’intervista: come valuti la tua generazione?
La valuto come una generazione un po’ manovrata, molto plagiata dai media, dai professori, dai genitori; una generazione che non riesce a farsi una propria idea e che, invece, dovrebbe farsela. È una generazione distaccata da tutto ciò che riguarda i libri. Abbiamo fatto ieri un tema riguardante proprio la nostra generazione e mi sono espressa dicendo che, comunque, noi siamo nati in un periodo in cui il ragazzo è frutto della società in cui vive: è la società che lo indirizza, che decide il suo futuro; l’esempio più banale al riguardo è quello della scuola dove, se non sei raccomandato, non puoi entrare. È una società che ti plagia, in cui se hai delle ambizioni te le distrugge, e che valuta più il contenitore del contenuto perché l’aspetto fisico è quello che conta.
Dire che sembri più grande della tua età sarebbe banale, ma tu dai l’impressione di vivere proprio al di quasi al di fuori della tua generazione, di giudicarla dall’alto, dall’esterno; e questo capita a molti ragazzi. È legittimo affermare che la tua generazione non si sente parte neanche di se stessa?
Io mi sento parte e non parte di questa generazione. In un certo senso ne sono coinvolta: sono comunque figlia di questa generazione, figlia di internet e di tutto ciò che lo circonda. Però, cerco di allontanarmene perché capisco che le conseguenze che può portare questa generazione non sono per niente positive.
Ciò che dici è spaventoso.
Purtroppo è così: basta leggere i giornali, basta vedere un telegiornale. Per quanto le notizie vengano poi manipolate, è quello che si sente: è una generazione forse un po’ scoraggiata, ma che comunque è proprio abbandonata a se stessa, che si sta distruggendo.
Ho come l’impressione, di questi tempi, che siano più certi adulti, pochi per la verità, ad avere fiducia in noi di quanto noi non ne abbiamo in noi stessi.
Assolutamente sì, quello che dici è vero. Noi la viviamo dall’interno: magari il comportamento di un adolescente, tra coetanei, è diverso rispetto a quello che può avere in un gruppo di adulti. Noi vediamo come la nostra generazione ha veramente un futuro terribile.
Descrivimi la tua classe e il tuo rapporto con gli insegnanti.
La mia è una classe unita, non abbiamo mai avuto problemi di alcun tipo, abbiamo sempre avuto un dialogo tra di noi. Qualche incomprensione c’è stata ma, nonostante tutto, le abbiamo risolte tranquillamente, e non sono mai state incomprensioni gravi.
Con i professori, abbiamo un buon rapporto: abbiamo un corpo docenti valido e lo apprezziamo anche dal punto di vista umano.
Cosa ti aspetti dal prossimo anno scolastico e dal futuro?
Mi aspetto un anno veramente pesante…
Per le materie o per la situazione?
Per entrambi i motivi. Personalmente, i prossimi anni saranno una costante preparazione all’università e quindi dovrò fare tutto in dipendenza di quello.
Per il futuro non ho grandi aspettative, ma spero almeno di riuscire a raggiungere i miei obiettivi.
Roberto Bertoni
(Fine prima parte)
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Basta con questa RAI
Perché sÏ alla TAV
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CâĂš bisogno di RAI
Scalfaro, il galantuomo intransigente
Elogio di âAgorĂ â: la RAI che piace a noi
E ora chi la racconta questâItalia?



