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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
William e Kate, le ragioni di un successo planetario
William e Kate, le ragioni di un successo planetario Questa rubrica non si è mai occupata di gossip. Non lo abbiamo fatto nei giorni ruggenti dei casi Noemi e D’Addario; non lo abbiamo fatto quando la maggior parte dei mezzi d’informazione era invasa dalle notizie sul Bunga Bunga; non lo abbiamo fatto neanche di recente, in occasione del matrimonio reale tra William e Kate, anche se in quella circostanza non c’era nulla di squallido o quanto meno di discutibile.
Abbiamo scelto di occuparcene dopo che i clamori si erano spenti proprio per non unirci al coro dei “paggetti” che hanno sfruttato questa notizia per coprire tutte le altre: dalle rivolte nel mondo islamico al governo che traballa tra un diktat di Bossi e l’altro.
Vogliamo affrontare il discorso su William e Kate a modo nostro, con una riflessione sul significato profondo di questa unione, sulle ragioni di un successo planetario di pubblico e, per una volta, possiamo dire anche di critica.
I motivi di questo trionfo di consensi li abbiamo capiti ancora meglio due giorni dopo, osservando le immagini della beatificazione di Giovanni Paolo II in San Pietro: due eventi di dimensioni mondiali, miliardi di telespettatori, gadget e speciali d’ogni sorta non sono dovuti solo alla redditizia attività del business (non certo da sottovalutare, visti i ricavi) né al desiderio, in fondo giusto e comprensibile, che accompagna ciascuno di noi, quella volontà di partecipare attivamente ad eventi epocali per poter dire un giorno a figli e nipoti: “Io c’ero”.
C’entra tutto questo, ma sarebbe riduttivo liquidare così l’autentica passione popolare che ha caratterizzato i due eventi.
Per quel che riguarda la beatificazione di Wojtyla, sinceramente ce lo aspettavamo: dietro ci sono questioni di fede, c’è il rispetto e l’immensa ammirazione verso un uomo che ha trasformato il proprio pontificato in una testimonianza d’amore e di abnegazione fisica e morale, ci sono insomma motivazioni che già conoscevamo e sono state ribadite dalla folla oceanica che ha invaso Roma domenica 1° maggio.
Assai meno scontato, e perciò più interessante, è invece il fenomeno di William e Kate: simboli di un’Inghilterra giovane e briosa che riporta alla mente i primi anni dell’era Blair, quando si parlava di New Britain e di Cool Britannia.
Eravamo sul finire degli anni Novanta, il mondo si godeva gli ultimi scampoli di secolo e di millennio e nessuno osava immaginare che un martedì di settembre un commando di terroristi avrebbe sfregiato New York e stravolto per sempre gli equilibri internazionali.
C’erano numerosi problemi anche allora, ma ricordo bene le cronache dei giornali, specie quando si occupavano del New Labour, partito dominatore della New Britain: tutto all’insegna del nuovo, in una terra straordinariamente tradizionalista e attaccata ai propri riti.
In “Dio ci salvi dagli inglesi… o no!?”, Antonio Caprarica, uno che delle vicende d’oltremanica se ne intende, ha immortalato così i primi mesi della giovane e rutilante Britannia blairiana: “Nell’autunno del 1997 il premier, insediatosi da alcuni mesi a Downing Street, ospita nella sua residenza un vertice dei capi di governo del Commonwealth, anemica spoglia dell’Impero. Prima ancora di pronunciare il discorso di benvenuto, Blair infligge agli ospiti imbarazzati un video celebrativo delle conquiste della sua New Britain. Musica degli Oasis e delle Spice Girls, immagini della City, laboratori d’avanguardia e auto di Formula 1.
Il messaggio è semplice: la nuova Gran Bretagna è un paese giovane, libero finalmente dai fardelli del suo passato. Il discorso ufficiale del primo ministro, dopo la visione obbligatoria, ribatte sul messaggio: <<La nuova Gran Bretagna è una meritocrazia dove abbattiamo le barriere di classe, religione, razza e cultura>>. Camelot ritorna sulle spiagge d’Inghilterra, anche se adesso si chiama Britain”.
Sarebbero dovuti trascorrere altri quattro anni prima del già citato martedì di sangue negli Stati Uniti, sei prima dell’inizio della guerra in Iraq (il più clamoroso tra gli errori politici di Blair) e otto prima che un commando terroristico squarciasse il cuore di Londra con bombe nella metropolitana e su un autobus.
Era anche un periodo florido dal punto di vista economico, con la nascita ufficiale dell’Euro e il radicamento dell’Unione Europea nel cuore dei cittadini (due argomenti sui quali, a dire il vero, gli inglesi erano e sono tuttora molto scettici), con le socialdemocrazie dilaganti in tutta Europa e lo spettro della crisi attuale lontano oltre un decennio.
Cosa rimane oggi di quei sogni? La Gran Bretagna, ferita dagli attentati e scossa dalla crisi, ha perso molte delle sue certezze; sull’Euro e sull’Unione Europea circolano diffusi sospetti e una certa ostilità non più solo fra gli inglesi; in tutta Europa dilagano partiti di estrema destra, spesso dichiaratamente xenofobi, razzisti ed euroscettici.
William e Kate, dunque, al netto delle discussioni giornalistiche e delle cronache rosa sulla “favola che si avvera”, rappresentano più che altro un’aspirazione collettiva, una speranza, neanche troppo nascosta, di tornare alla normalità di un tempo, quando ancora era lecito auspicarsi un futuro migliore.
Piacciono alla gente proprio perché sobri, proprio perché semplici, proprio perché ispirano fiducia e dolcezza in un’epoca di incertezze e violenze d’ogni tipo.
Piacciono pure a noi di “Sguardi sul mondo” che ancora crediamo nella possibilità di allargare i nostri orizzonti.
Per questo, a pensarci bene, tutti i media italiani ne hanno parlato per giorni ma quasi nessuno ha messo in rilievo la vera, ottima notizia racchiusa in queste nozze: l’aspirazione globale al cambiamento, alla riaffermazione dei valori di un’epoca non lontana nella quale si riteneva che il domani fosse a portata di mano.
Roberto Bertoni
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