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Articolo 21 - Osservatorio Esteri
E a Burma si spara ancora a zero sul libero pensiero - di Simone Petrelli
E a Burma si spara ancora a zero sul libero pensiero - di Simone Petrelli di Simone Petrelli

“Une journaliste condamnè à deux ans de prison pour des clichès sur le cyclone Nargis.” Il comunicato è stringato, non c’è che dire. Talmente corto che potrebbe perdersi nel mare di news e aggiornamenti che ogni giorno piove sul sito di Ifex, International Freedom of Expression eXchange. Potrebbe perdersi, ma non lo fa. Perché c’è quella scritta in rosso che continua a lampeggiare. Allarme, dice. E di allarme si tratta davvero. Lo è per Ein Kheing Oo, per i suoi 24 anni di junior reporter che a malapena si distinguono tra i pixels grossolani della foto che gira in rete. E lo è per Eco Vision, il magazine per il quale stava lavorando.

 

Il mensile aveva aperto i battenti appena due anni fa, nel settembre 2006. Nata come rivista d’affari aveva pian piano allargato il suo campo d’azione. Cronaca estera, salute, sport. Poi era arrivata la cronaca interna. Quella che a Burma fa più paura. Ein Khaing Oo ha fatto un errore. Un grosso errore, secondo la corte cittadina di Tamwe, distretto di Rangoon. Sezione 505b del codice penale. Crimini contro la pubblica tranquillità. In Birmania per questo si va dritti di fronte al giudice. Eppure Ein Khaing Oo aveva in mente ben altro.

 

Un compito semplice, praticamente da manuale. Andare, vedere, raccontare. Il 10 giugno scorso il palazzo dell’Undp di Natmauk Street a Rangoon era assediatoda un pugno di uomini. Proteste contro la pessima gestione del dopo-Nargis. In strada c’erano 30 residenti dello slum di South Dagon. I sopravvissuti. Venuti fortunosamente fuori dalle valanghe di fango e detriti, dalle baracche in rovina, dalle epidemie impietose. Ein Khaing Oo li aveva visti, ascoltati, fotografati. Aveva messo insieme un po’ di buon materiale per un pezzo. Ma nel farlo aveva varcato la soglia del proibito. E questo a Burma non è assolutamente permesso.       

 

150mila se ne sono già andati per sempre. Morti, o magari dispersi. Poi ci sono gli altri. Quelli che sotto terra è come se già ci fossero. Perché per una serie di motivi qualcuno non vuole che parlino. Non si deve sapere nulla di loro, dello strazio e della miseria dei loro destini, delle loro vite bruciate troppo in fretta. Nargis è passato da un pezzo. Ha soffiato e divelto e sradicato tutto quanto. Soprattutto, ha segnato in modo indelebile le vite di coloro che lo hanno visto, temuto, sfuggito. Terminata la carneficina di maggio è iniziato l’allarme. Poi la luce dei riflettori si è affievolita pian piano. Solo il dramma è rimasto.

 

Ein Khaing Oo questo lo sapeva bene. Perché ha provato con le sue parole e le sue domande-ma soprattutto i suoi scatti-a raccontare una storia dolorosa, ma soprattutto dimenticata. Una storia tanto scomoda e tabù  da procurare alla reporter l’arresto e l’immediato rinvio a giudizio. Il processo c’è stato. Ma a porte chiuse, anzi blindate. E senza difesa. Questo merita chi ha attentato alla sicurezza nazionale. In aula ce n’è per tutti. 2 anni alla giornalista. Altri 7 per Kyaw Kyaw Thant, leader della protesta. Accusato di istigazione alla pubblica sommossa ed espatrio illegale. E 2 anni anche a Win Myint, imputato per aver postato una lettera di critiche indirizzata alla giunta militare.

 

Troppo pochi gli aiuti alle vittime del ciclone che fece a pezzi il delta dell’Irrawaddy, aveva scritto. E’ bastato questo a condannarlo. Le cose vanno così a Burma. Qui si spara a zero sul libero pensiero, e il peggio è che molti hanno già dimenticato. Distratti dal mondo in cui vivono, dal mondo di fuori. Intanto, in Birmania il governo sta pazientemente smontando ogni forma di opposizione. La giunta ha scoperto con compiaciuta sorpresa come i sogni proibiti perdano di mordente, sepolti tra le mura della prigione di Insein. Così può accadere proprio di tutto.

 

Può succedere ad esempio che una giovanissima giornalista si veda condurre in prigione così in fretta da non avere nemmeno il tempo di difendersi. La strana giustizia della giunta militare non bersaglia solo gli attivisti-anche se una ventina di loro sono stati appena condannati. Può succedere che un blogger riceva una condanna a 20 anni. O che le sbarre si chiudano dietro ad un poeta, Saw Wai, accusato di aver inserito un messaggio cifrato in una poesia di San Valentino pubblicata su un settimanale di intrattenimento. A lui, otto righe sono costate due anni di vita.

 

La macchina della giustizia non sembra arrestarsi. E viaggia decisamente a senso unico, visto che gli avvocati difensori sono messi in condizione di non difendere affatto. Allontanati. O addirittura accusati di oltraggio alla corte. Il risultato non cambia. E sono tutti colpevoli. “Il governo di Myanmar sta largamente sfruttando l’inattenzione della comunità internazionale per disfarsi di una enorme quantità di persone” ammette Philip Robertson, direttore della sezione asiatica di Human Rights Labour Advocates. E sembra parecchio convinto di ciò che dice.

 Anche se ad ascoltarlo viene tanta, tanta voglia di sperare che sbagli.         
Dalla rete di Articolo 21