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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Milano, capitale della Resistenza
Milano, capitale della Resistenza Non vivo a Milano e, dunque, non mi addentrerò nelle questioni specifiche della città, anche se molte sono sotto gli occhi di tutti (dall’Expo al rilancio industriale, dallo sviluppo economico alla crisi che investe il popolo delle partite IVA), dato che, mai come quest’anno, il voto è presentato con una valenza più nazionale che locale. La Lega, come è nel suo stile, ha parlato chiaro: se si perde a Milano, la colpa è di Berlusconi che ci ha messo la faccia e il governo può finire gambe all’aria. I commentatori più avveduti, ed esperti di vicende milanesi, hanno aggiunto: comunque vada, Berlusconi si troverà in grosse ambasce, poiché la Lega farà pesare ancor di più i propri consensi in ascesa (a danno del PDL, s’intende), chiedendo con ogni probabilità il vicesindaco e assessorati fondamentali nella gestione economica e amministrativa del capoluogo lombardo.

Questo in caso di vittoria: un’eventualità tutt’altro che scontata, nonostante il radicamento del berlu-leghismo in Lombardia e l’impegno attivo pro-Moratti di numerosi potentati, da una parte del mondo industriale ai ciellini capeggiati da Formigoni.
Quasi di sicuro, almeno stando agli ultimi sondaggi, Berlusconi sa che si andrà al ballottaggio: un’altra sconfitta per lui, che nella sua città stravince da vent’anni e mai si sarebbe immaginato di dover investire così tante risorse, fisiche e finanziarie, per salvare il suo feudo.

Fino a pochi mesi fa, infatti, la riconferma della Moratti era data per certa: nella “Capitale del berlusconismo” non si passa, era la convinzione diffusa fra quasi tutti gli opinionisti, compresi quelli di centrosinistra.
Poi il governo ha cominciato a perdere pezzi, Fini è uscito dalla maggioranza e ha fondato FLI, Casini ha cominciato ad attaccare Berlusconi su tutti i fronti, il PD ha ritrovato una discreta unità interna e si è speso con grande generosità a favore di Pisapia, l’IDV e SEL, ben coscienti dell’occasione forse irripetibile, ci stanno mettendo tutta l’anima, intenzionate come sono a contarsi per dimostrare al Partito Democratico di essere alleati indispensabili.

Insomma, nel breve volgere di pochi mesi, lo scenario è radicalmente cambiato e anche chi scrive, avendo ascoltato i racconti di alcuni amici e militanti democratici milanesi, si è convinto che il “Miracolo a Milano” può diventare realtà.
Certo, dovremo essere umili, lavorare ventre a terra fino a fine mese (la prospettiva di una vittoria del centrosinistra al primo turno mi pare francamente utopistica) e cercare di portare alle urne tutti i delusi, gli scontenti, la miriade di persone disgustate da questa politica dell’urlo e della rissa continua che da anni non votano più.

Dovremo evitare polemiche con il giovane e scalpitante grillino Mattia Calise, per il quale ho il massimo rispetto ma che mi sembra, senza offesa, più un’azione di disturbo da parte del comico genovese che una proposta politica concreta.
Ma, soprattutto, dovremo trasmettere ai tanti elettori del centrosinistra avviliti dalle iniziative di questo non-governo la percezione di potercela fare per davvero. Questo è il segreto di Berlusconi, nessun altro: lui è un maestro nel vendere fumo, nel proporre una narrazione demagogica ma di facile impatto sulla gente, nel creare nei suoi elettori (e, spesso, anche negli indecisi) la percezione di essere invincibile, di riuscire sempre a cavarsela, magari con l’appoggio di uno Scilipoti pescato nelle file avversarie ma fa lo stesso.
Per questo, tralasciando le polemiche sui manifesti ingiuriosi di Lassini e sulle bislacche trovate leghiste (ultima in ordine cronologico la guerra a tempo, come si trattasse di uno yogurt della Parmalat, pardon della Lactalis), ritengo opportuno parlare di Milano, del senso profondo di una città che ho sempre ammirato per il garbo, la precisione, la cortesia dei suoi abitanti, per le straordinarie risorse culturali, intellettuali e imprenditoriali che caratterizzano la sua storia.

Quando visitai Milano, qualche anno fa, mi colpì la sobrietà della sua gente, l’abnegazione quasi teutonica al lavoro, la compostezza e la pulizia del centro, i treni della metropolitana in orario e le stazioni curate ai livelli di Londra e di Vienna.
Qualcuno dice che sia solo apparenza, altri che sia merito della Moratti e del centrodestra; dissento da entrambi le posizioni: il merito è dei milanesi e del loro carattere che, grazie a Dio, non è stato del tutto snaturato da trent’anni di craxismo, di berlusconismo, di leghismo, di formigonismo, di sedicente orgoglio padano, per alcuni versi ridicolo, per altri razzista.
Non ho mai considerato Milano come la “Capitale del berlusconismo” ma, al contrario come la Capitale della Resistenza di fronte alla quale mi inchino, come la città in cui Pertini pronunciò il celebre “Discorso ai lavoratori milanesi” (27 aprile 1945), come il luogo in cui si è già concluso, sia pur in maniera discutibile, un regime che ha sfibrato il Paese conducendolo nel baratro.
Se penso a Milano, non mi vengono in mente i proclami del prode Salvini ma le sagge parole di Biagi e Montanelli, guarda caso due dei giornalisti che il “Padrone d’Italia” detestava maggiormente.

Ricordo ancora il giorno in cui passeggiai nella Galleria Vittorio Emanuele, fermandomi sotto l’ufficio che per tanti anni è stato di Enzo Biagi. Era novembre, c’era un cielo plumbeo, tipicamente milanese, e in quel momento capii, per dirla con Vecchioni (anche lui di quelle parti), “che questa maledetta notte / dovrà pur finire / perché la riempiremo noi da qui / di musica e di parole”.
Neanche in seguito alle ultime brucianti sconfitte, ho mai pensato che i milanesi siano tutti sciocchi, tutti ingenui, tutti creduloni o tutti collusi e beneficiati dal sistema di potere berlusconiano e non solo; ho sempre creduto, al contrario, che questa categoria sia un’esigua minoranza, mentre nel caso degli altri, in questi anni, è stato il centrosinistra a non sapersi rivolgere con coraggio e determinazione al cuore di Milano (la pancia la lasciamo volentieri ai Lassini, ai Sallusti e alle Santanchè), a non saper usare un linguaggio chiaro e adeguato, a non saper ricordare ai cittadini, e in particolare ai più giovani, il glorioso passato di quella che un tempo era chiamata la “Capitale morale”.

No, Milano non è la città del berlusconismo e dell’affarismo sfrenato, non può, non deve essere questo; e tanto meno può essere la città dell’immobilismo, dell’Expo che, da straordinaria risorsa qual è, si sta trasformando in zavorra a causa delle scelte sbagliate dei suoi attuali amministratori.
Milano è la capitale del Risorgimento e della Resistenza, è la città di Verdi e Manzoni, delle Cinque Giornate, del maestro Muti, dei già citati Biagi e Montanelli, di Gaetano Afeltra, di Visconti, delle grandi case editrici, Rizzoli e Mondadori, ma anche di Montale, di Giulia Maria Mozzoni Crespi, dell’imprenditoria che ha aiutato il Paese a risollevarsi nel dopoguerra, del calcio che negli anni Sessanta contribuì a far affermare definitivamente l’Italia nel mondo, attraverso i successi di Inter e Milan.
Ciò che più mi sorprende, anzi, è che a Milano il berlusconismo abbia avuto una vita così lunga, essendo una città che non si presta al concetto dell’odio e del nemico di cui, invece, esso non può fare a meno.

Recuperare Milano, per il centrosinistra, avrebbe un valore assai più profondo del semplice piantare una bandierina: vorrebbe dire ritrovare l’anima, riscoprire il gusto del cambiamento nella città un tempo più dinamica d’Italia, restituire un significato ben preciso ai concetti di Risorgimento e Resistenza che il governo ignora e verso cui sembra anzi nutrire una certa avversione.
Vincere a Milano per risanare una ferita che dura ormai da troppo tempo: questo dev’essere l’ambizioso obiettivo del centrosinistra, insieme alla volontà di riportare al centro del dibattito politico i concetti di giustizia e solidarietà sociale, partendo proprio dalla città in cui Berlusconi combatte con ferocia la sua guerra personale contro i giudici.
Finora, come detto, non ci siamo addentrati nelle polemiche delle ultime settimane, ma una piccola considerazione in merito la ritengo doverosa.

Milano, caro Lassini, è anche la città in cui sono caduti per mano del terrorismo brigatista personaggi insigni come il commissario Luigi Calabresi, il giudice Emilio Alessandrini, il giornalista Walter Tobagi.
Gliel’hanno già rammentato in tanti, ma il ripetere giova: lei non ha alcun diritto di offendere così indegnamente la memoria di queste vittime, paragonando i loro carnefici a magistrati che semplicemente svolgono con onestà il proprio lavoro.
Per questo, e per mille altri motivi, primo fra tutti il valore nazionale della consultazione, mi auguro che il 15 e 16 maggio, e se sarà necessario, due settimane dopo, al ballottaggio, i milanesi scelgano di voltare pagina, lasciandosi per sempre alle spalle “questa maledetta notte”.
Roberto Bertoni
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