L’opera prima di Gianni Solino, infaticabile componente del Comitato Don Peppe Diana, il sacerdote assassinato dalla camorra a Casal di Principe nel marzo del 1994, da la sensazione di essere una sorta di collage che l’autore realizza mettendo insieme pagine di un diario riposto nel cassetto personale della memoria. Emozioni, episodi di vita vissuta, l’abitudine alla morte, forme di linguaggio, “storie vere, in qualche tratto appena ritoccate per non urtare suscettibilità o riaprire vecchie ferite” è quello che Solino inserisce nella sua narrazione di un territorio, quello dell’agro aversano, “dove “a parlare si corrono rischi” perché “la camorra è un mondo, con le sue leggi, i suoi codici, regole di governo” e poggia le fondamenta del potere proprio sull’omertà.
Ciò che purtroppo emerge, grazie ad una scrittura semplice e senza artifizi, è la desolazione delle coscienze indirizzate al solo individualismo, “meglio farsi i fatti propri”, mentre anche quelli che credono che il bene comune sia la vera risposta ad un possibile riscatto non trovano interlocutore alcuno né sul fronte politico né da quello sociale. Solitudine e materialismo diventano gli aghi della bussola di un popolo incapace di reagire perché “l’aggressività della camorra, capace di corrompere funzionari pubblici, colludere con le pubbliche amministrazioni e con persone aventi responsabilità politiche ha schiacciato sul nascere ogni forma di opposizione”.
Le pagine che Solino ci regala assumono un alto valore simbolico perché raccolte da quella quotidianità che sfugge a qualsiasi narratore che voglia cimentarsi nel racconto di questi territori e dalle quali si può partire per compiere un’inversione di rotta per costruire una comunità alternativa alla camorra. Non siamo davanti ad un’opera letteraria che trascina il lettore costringendolo a trattenere il fiato fino all’ultima pagina, ma proprio questa scrittura, non sempre elegante, rappresenta quel valore in più capace di descrivere, solo in questo modo, le aspirazioni, le speranze, i sogni traditi di un popolo, o parte di esso, che ha visto “nella bara dov’erano custodite le spoglie mortali di Don Giuseppe Diana anche le proprie anime ed i propri ideali”.
Pietro Nardiello
“Ragazzi della Terra di Nessuno”, Gianni Solino
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