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Articolo 21 - Libri e Giornalismo
Che fai mi cacci? ( di Susanna Turco)
Che fai mi cacci? ( di Susanna Turco)

Gianfranco Fini è il caso più spettacolare di metamorfosi nella politica italiana: da capo della destra postfascista a icona delle istituzioni, da sacerdote del "Dio patria famiglia" a difensore della laicità dello stato e dei diritti degli immigrati, da fedele alleato di Berlusconi, tanto da fondare un partito con lui, ad acerrimo contestatore interno del berlusconismo. Il libro racconta, con lo sguardo di una giornalista che da anni segue i percorsi della destra italiana, i passaggi e gli episodi di una trasformazione personale che appassiona e divide gli italiani. I motivi di questo cambiamento, gli amici e la famiglia, i consiglieri e i nemici, i tifosi occulti, i retroscena delle svolte e le strategie future, per spiegare i vuoti e i pieni del nuovo Fini che lo rendono un leader in potenza e un enigma in atto.

INTRODUZIONE
Finirà male? Può darsi. Dopo qualche mese di navigazione felice e feroce il finismo e la sua incarnazione terrena, Futuro e libertà, paiono mostrare tutta la loro fragilità. Scarsi i mezzi, smilza la classe dirigente, smilzo anche il progetto, prive di una compattezza complessiva – e si vorrebbe dire di una esplicita premessa ideale - le parole d’ordine che pure ci sono. La fragilità affiora soprattutto nell’aver scommesso sull’imminente fine del berlusconismo senza che questa sia arrivata con la tempestività sulla quale ci si era tarati. Altrimenti detto, con la domanda provocatoria che gli fece una volta Lucia Annunziata: «Presidente Fini, non sarà che alla fine dovrà dimettersi lei per aver sbagliato analisi politica sulla fine del berlusconismo?». Eppure, anche immaginando il più inglorioso dei finali - in un momento nel quale peraltro avventurarsi in previsioni equivale al vaticinio o alla scommessa - non è con il suo esito che possano misurarsi le dimensioni di una impresa tutta condotta, nel bene e nel male, sotto le insegne dell’eccezione e dell’eccezionalità, della smentita secca dell’abituale porsi delle cose nella politica italiana.
Quell’«altrimenti che fai, mi cacci?» con il quale Gianfranco Fini alla direzione nazionale del Pdl il 22 aprile 2010 ha puntato letteralmente il dito contro un Silvio Berlusconi tutto compreso nella foga di negargli il diritto di criticare lui e il suo modo di governare il partito e il Paese, è infatti un prisma trasparente nel quale passa una svolta personale e un passaggio epocale. Segna infatti, come ha riassunto Carlo Freccero, «la rottura dell’incantesimo», la «frattura tra il sogno berlusconiano e il post-berlusconismo»: nessuno in diciassette anni di dominio incontrastato sul centrodestra si era prodotto in una contestazione in diretta del Cavaliere, nessuno aveva rimesso in fila davanti a lui il suo cesarismo, lo scarto fra la propaganda e la realtà del governo, la sudditanza alla Lega, l’uso privato della facoltà di legiferare. Figurarsi la lesa maestà. «Al congresso lo acclamavano “Silvio Silvio”, ma lui avrebbe voluto essere chiamato “Papà papà”», aveva notato con la solita preveggenza sghemba Francesco Cossiga tanti anni prima. Ecco, adesso, per la prima volta c’è qualcuno – non chiunque: il suo convivente politico - che dopo tre lustri di alleanza non lo chiama Silvio né tantomeno papà, ma che pretende di trattarlo come un leader di partito passibile di contestazione. Un gesto semplice che irrompendo nella corte di Arcore diventa un atto rivoluzionario. E irreversibile. Il re è nudo, anche se continua a fare il re. Ecco il colpo mortale, il salto evolutivo.
E ad avere il coraggio di rompere l’incantesimo è la persona che si sarebbe detto la meno indicata e propensa. Eterno delfino, mediano di carattere e di abitudini, incline di suo a comporre l’esistente più che a romperlo, sub abile nella navigazione a vista e non nella strategia di lungo respiro, proprio in quella fase Gianfranco Fini si trova peraltro, in quanto co-fondatore del Pdl, nella posizione di legittimo aspirante alla successione del regno. Potrebbe star fermo, limitarsi ad attendere. Fa pure il presidente della Camera, cosa va cercando. Eppure, perché intuisce che la parabola del berlusconismo è declinante proprio quando lui più dovrebbe mettersi nella sua scia, e perché ciò avviene in un momento particolare della sua vita personale e politica, si risolve a fare proprio quello che chi lo conosce da più tempo, chi ricorda che una vita fa lo chiamavano “er caghetta”, meno si aspetterebbe da lui. Rompere tutto. «Basta con il calcolo del farmacista», urla il leader di Fli dal palco di Mirabello nel settembre 2010, e a tutti è chiaro che sta parlando di sé.
Basta cosa? Per Fini è un basta politico che rasenta l’esistenziale. Ci ha messo una vita per dirlo. Basta reinterpretare tradizioni, parole d’ordine, sudditanza politica e psicologica a padri e padrini, basta con una destra che o è sdoganata o non è. Assimilabile per portata alla svolta di Fiuggi con la quale chiuse l’Msi, ma con qualcosa di più e di diverso. Se allora si trattava di reinterpretare una destra che non si voleva più fascista ma lasciando «la casa del padre» si pensava comunque erede di quella storia, adesso per Fini si tratta di cavare fuori da se stesso e dai suoi potenziali elettori quell’idea di destra che ha maturato lui medesimo, un po’ annusando l’Europa, un po’ recuperando alcune sue radici che fino a quel momento aveva lasciato nell’angolo, un po’ sciogliendo alcune contraddizioni che avevano sempre trovato albergo nell’Msi-An, un po’ cambiando moglie. La sua è tutt’altro che una conversione: la si vorrebbe chiamare evoluzione, in quanto per lo meno non si tratta di un’improvvisa illuminazione. E se lo è, una conversione, lo è verso di sé. Dopo aver cercato per quarant’anni di interpretare il colore di qualcun altro, arrivato a quasi sessanta – in un’altra vita privata e con un altro partito e insomma senza niente intorno che gli rammenti continuamente il suo passato – Fini tenta l’azzardo degli azzardi: trovare un colore tutto suo.
Una sfida impossibile anzitutto perché impensabile, dunque. Impensabile che Fini rimasto senza partito diventasse il nemico numero uno di Berlusconi, impensabile che sdoganasse da destra la quintessenza delle critiche che al berlusconismo sono sempre state fatte da sinistra, impensabile che della sinistra diventasse una tentazione. Impensabile che un leader di primo piano dell’era berlusconiana si mettesse a disegnare – col fil di ferro e lo spago, in mancanza di mezzi più sontuosi - un’altra idea di centrodestra, tutta opposta a quella del Cavaliere: un partito laico, liberale, legalitario, moderato al punto magari da aprire la questione dei diritti degli immigrati, repubblicano tanto da farsi baluardo della Costituzione, in qualche modo azionista, praticamente. Niente di rivoluzionario, in una situazione normale: in Italia, invece, una sfida forse davvero fuori portata. Perché, se era impensabile sfidare il Cavaliere, pare davvero impossibile sfidare tutto quello che ormai c’è dietro e intorno a lui: l’identità di una destra prima inesistente, costruita in quindici anni insieme con la Lega, lo zoccolo duro d’elettorato che la sostiene, il sistema di potere che gli sta intorno. Per ottenere lo scopo, o almeno provarci davvero, servirebbero fra l’altro una strategia e una solidità che vanno ben oltre il grido del “re nudo”e che Fini non ha  ancora dimostrato di avere.  Rischia dunque di rivelarsi illusoria – paradossalmente più nel Paese che nel Palazzo, nonostante sin qui sia apparso soprattutto il contrario – la convinzione che esista un elettorato moderato, arcistufo del berlusconismo e pronto a traslocare armi e bagagli nel neofinismo. Il rischio, fin troppo evidente, dell’operazione Futuro e libertà è quindi quello della condanna alla minoranza assoluta. E sarebbe una beffa, un supplizio di Sisifo, per l’uomo che fu leader della destra fascista quando quella destra era appena tollerata nell’arco costituzionale, ritrovarsi di nuovo a guidare una destra minoritaria, ma stavolta moderata e in doppiopetto, mentre gli estremisti in manganello hanno conquistato percentuali plebiscitarie: una specie di eterno ritorno alle catacombe, ma avendo rinunciato all’abito nel frattempo diventato vincente. Un rischio che si vede baluginare a maggior ragione in una fase nella quale, sostanzialmente esaurita la spinta epica del Davide contro Golia, per Fini si è aperta l’incognita di come muoversi lungo quella che chiama la «lunga traversata a piedi nel deserto»: la prosa del giorno per giorno, il litigio sugli organigrammi, la conquista dei voti sul territorio, il baratro degli errori già noti che si riaffaccia, gli estenuanti tavoloni terzopolisti sui quali si è tatticamente ripiegato in attesa di meglio, e appena al di sopra di tutto ciò la ricerca di una strategia adatta all’era-palude e di parole d’ordine che vadano oltre il mantra antiberlusconiano del «sono stato estromesso in due ore dal partito che avevo contribuito a fondare». Eppure, sta proprio in quell’ambizione a «recuperare lo spirito originario del Pdl», disegnando un orizzonte che in realtà stava più nelle aspirazioni di Fini che nel Popolo delle libertà propriamente detto, il fascino maggiore di una prospettiva che travalica i corridoi e le manovre di Palazzo e diventa percepibile all’esterno: perché se mai la sfida avesse successo, produrrebbe non solo a destra ma anche a sinistra uno smottamento tale da terremotare la zona morta nella quale ormai da anni si dibatte la politica italiana, divisa tra berlusconiani e antiberlusconiani e ormai persino incapace di trarre da questa contrapposizione qualcosa di fecondo.

Marsilio editore
euro 14,00

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