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Articolo 21 - Sguardi sul mondo
Una coalizione costituzionale
Una coalizione costituzionale Se fossimo in una normale fase politica, in un momento storico sereno e privo di grandi contrasti, Lidia Ravera e chi come lei sostiene che non si debba andare alle urne alleati con il cosiddetto Terzo Polo di Fini, Casini e Rutelli avrebbe mille volte ragione.
Per suffragare la sua tesi, la Ravera riporta pure un sondaggio apparso martedì scorso su “Il Sole 24 Ore” che ci pone davanti ad un dato inequivocabile: gli italiani sono pronti al cambiamento, e per cambiamento intendono un governo di centrosinistra composto dal PD, dall’Italia dei Valori, da Sinistra Ecologia e Libertà di Vendola e da altre formazioni di sinistra, ad esempio i Verdi di Bonelli, che in questi giorni stanno risalendo nel gradimento degli elettori grazie alla battaglia decisiva sui referendum del 12 e 13 giugno.
L’aritmetica è una scienza esatta, dunque nulla da eccepire: una coalizione siffatta raggiungerebbe, secondo il sondaggio, il 44,1 per cento contro il 41,2 di PDL, Lega e La Destra di Storace e il 14,7 del Terzo Polo.
Al contrario, se il PD scaricasse l’IDV e SEL e scegliesse un’alleanza con i centristi, questa coalizione non andrebbe oltre il 33,5 per cento, con l’IDV, SEL e gli altri partiti di sinistra al 28,4 e il centrodestra al 38,1.
Ragionando col cuore, vorrei aver scritto io le riflessioni della Ravera: “Questo per quanto riguarda l’arida “compagna aritmetica”. Ma poi c’è l’anima, concetto un po’ più nobile di quello di “pancia”, caro ai populisti-opportunisti che proliferano a destra. L’anima è il sentimento che corre sotto le scelte politiche, di schieramento, di voto. In un arco che va dalla militanza alla simpatia. Il sentimento, il desiderio, il bisogno che voi, cari PD, dovreste rappresentare è qualcosa di pulito e mai colluso, niente di riciclato, niente di “oggi qua, ieri là e domani chissà”. C’è una gran voglia di alternativa alla miseria morale degli ultimi 20 anni. Tutto da ricostruire: dalla visione del mondo alla fiducia nella legge, dalla cultura dell’accoglienza al rispetto per la Costituzione. Si vuole una Palingenesi, non un Pasticcetto Politico. Un patto per cambiare musica fra chi, in coro con questo governo, non ha mai cantato”.
Ineccepibile, un’analisi da prendere in seria considerazione non solo per la stima ed il rispetto che legano tutti noi a questa grande scrittrice, una donna che per la sinistra e per i suoi ideali ha davvero dato l’anima, ma soprattutto perché non farebbe male a chi si occupa attivamente di politica tornare a ragionare un po’ col cuore, seguendo talvolta anche l’istinto come nelle più belle storie d’amore e non soltanto il ragionamento cerebrale che ci riporta sempre a compiere scelte di convenienza, dettate dalle necessità dell’oggi.
Il vero dramma, specie per chi si accorge di aver imparato l’arte del cinismo già a ventun’anni, è che il contesto italiano contemporaneo non consente di pensare in grande, di progettare il domani, di guardare ai prossimi trent’anni come vorremmo e come dovremmo fare al più presto, se non vogliamo trasformare l’Italia in una casa di riposo a forma di stivale.
Da un lato non so se ritenermi addirittura fortunato, pensando alla generazione della Ravera che ha avuto la mia età negli anni meravigliosi delle rivolte giovanili e dei sogni di libertà e ha visto sfiorire la maggior parte delle proprie speranze adolescenziali nel periodo buio del berlusconismo.
Ogni tanto, la sera, prima di addormentarmi, mi capita di sfogliare i giornali e di mettermi nei panni di alcuni dei nostri leader politici: chissà cosa pensavano, cosa sognavano, quale futuro immaginavano per il nostro Paese quando hanno cominciato a fare politica nelle sezioni di provincia o di circoscrizione, nelle università messe a ferro e fuoco dalla passione genuina della loro generazione idealista e contestatrice. Ci si potrebbe scrivere un libro, ma sarebbe una storia tristissima: ragazzi che a vent’anni volevano cambiare il mondo e a quaranta si sono trovati nel gorgo di Tangentopoli, con un Paese squassato dagli scandali e sull’orlo della bancarotta, con l’avvento al potere di un imprenditore brianzolo che ha inferto il colpo di grazia alle loro aspirazioni di un tempo.
Vi confesso che talvolta, pur non avendo alcuna certezza per l’avvenire, mi sento un privilegiato, dato che l’età mi consente di immaginare comunque un’Italia libera dal berlusconismo nella quale crescere e maturare, nella quale far nascere ed educare degli eventuali figli al rispetto per gli altri e per le istituzioni, nella quale contribuire, nel mio piccolo, a rendere migliore una società oggi arida e priva di una visione globale che invece servirebbe come l’aria.
Poi mi assalgono due terrori, differenti e complementari: la paura di ritrovarmi a quarant’anni, nel pieno della maturità e della vita, a dover combattere con un imprenditore brianzolo che conquista il potere grazie al suo impero economico e ai suoi appoggi non proprio cristallini e, una volta entrato nella stanza dei bottoni, inizia a smantellare giorno dopo giorno tutto ciò per cui mi sono battuto da ragazzo: la Costituzione, la solidarietà sociale, la convivenza civile, la scuola, la cultura, la difesa dell’ambiente dalla distruzione sistematica messa in atto dall’avidità dell’uomo.
La seconda paura, se vogliamo ancora più realistica, dato che buona parte della mia giovinezza se ne è andata sotto il berlusconismo, è che la mia generazione non abbia gli strumenti per ribellarsi al sistema nel quale è cresciuta e che ormai, in molti casi, considera persino normale, come se fosse normale smantellare l’istruzione, il mercato del lavoro, i concetti stessi di istruzione di Stato di diritto.
In quest’Italia sfibrata, si intrecciano tre diverse disperazioni generazionali: quella dei ventenni, che non hanno mai conosciuto, o forse hanno a malapena sfiorato, un Paese sereno e solidale, capace di crescere e di svilupparsi sul piano economico e morale (il più importante, se andiamo a vedere, perché senza etica la politica è un terreno brullo); quella atroce di chi ha avuto vent’anni nell’epoca di “Che” Guevara e Martin Luther King, di Paolo VI e del festival di Woodstock; quella, se vogliamo, più barbara tra le tre di chi ha conosciuto da vicino il regime fascista, ha combattuto durante la Resistenza e oggi grida a gran voce di non volersene andare sotto Berlusconi.
A dispetto dei dati agghiaccianti sulla disoccupazione giovanile, la nostra generazione è guardata quasi con invidia dalle altre due e mi è capitato spesso, in questi mesi, di sentirmi dire: “Quanto meno voi avete ancora il tempo per rifarvi, pensa a noi che abbiamo lottato tanto alla tua età per ritrovarci oggi in queste condizioni”.
Ho ben presente questo dramma esistenziale, lo vivo quotidianamente con i miei genitori: figli del dopoguerra e del boom economico che investì l’Italia negli anni Cinquanta, nati civilmente con il sogno della “Nuova Frontiera” kennediana, cresciuti l’ambizione utopistica e rivoluzionaria di una generazione che voleva cambiare tutto e costretti a fare i conti, a trent’anni, con la barbarie del terrorismo, a quaranta, con la disillusione di Tangentopoli e oggi con la tragedia di un’Italia messa in ginocchio dal disastro del berlusconismo e stritolata dal disincanto di chi a vent’anni voleva cambiare tutto troppo in fretta e a cinquanta si è lasciato volentieri “ingoiare” dal sistema, creandone uno ancora più iniquo, ancora più insopportabile del precedente.
Qualcuno si starà chiedendo: cosa c’entra tutto questo con la premessa iniziale? Tutto questo ragionamento mi è servito a riflettere e a far riflettere sull’assoluto bisogno che ha oggi l’Italia di ritrovarsi unita intorno ad una scommessa assai più grande delle singole aspirazioni individuali: riappropriarsi dei princìpi che il berlusconismo ha calpestato, dalla Costituzione alla libertà di stampa, dalla giustizia alla scuola, da una nuova legge elettorale che sostituisca la porcheria attuale ad un progetto per le prossime generazioni, senza il quale, ribadisco, questo Paese si trasformerà nel giro di dieci anni in un ospizio, poiché i giovani migliori se ne saranno andati tutti all’estero a costruirsi un futuro e una famiglia.
È vero: i sondaggi indicano che dovremmo realizzare un’alleanza progressista senza i moderati; ma sappiamo bene che spesso i sondaggi possono sbagliare, come sappiamo quanto sia abile Berlusconi in campagna elettorale e quanti mezzi abbia a disposizione per farsi propaganda. Infine, sappiamo ancora meglio che, con l’attuale legge elettorale, un accordo al Senato con il Terzo Polo sarebbe indispensabile per governare, a meno che Berlusconi, come sembra, non voglia calare l’asso della porcata definitiva (si spera, anche se ogni giorno riesce a tirarne fuori una peggiore della precedente), ben illustrata dal presidente della Commissione Affari Costituzionali, il pidiellino Carlo Vizzini: “È previsto il premio di maggioranza al Senato in modo da evitare quel meccanismo dell’anatra zoppa che con la legge attuale dà una maggioranza garantita alla Camera ma non al Senato”.
A questo punto, cosa resta da fare? A Berlusconi, per rivincere ed essere al potere nella legislatura in cui si elegge il Capo dello Stato (obiettivo non dichiarato ma chiaro anche ai sassi del Cavaliere), basterebbe condurre una campagna elettorale delle sue, invadendo tutte le trasmissioni televisive come un venditore di tappeti (il che sta già avvenendo, come al solito) e dando fondo alle sue risorse economiche con le quali gli altri non possono competere.
Tradotto per gli idealisti che non vogliono “sporcarsi le mani”. Abbiamo davanti due prospettive: o una coalizione costituzionale, che comprenda moderati e progressisti, con un programma vasto e ambizioso come quello di salvaguardare e rinvigorire la nostra Costituzione presa a calci dai “berluscones”, il che non mi pare un progetto di vedute ristrette; oppure andare divisi, con il rischio che il Nostro colmi in breve tempo il divario che lo separa da noi e la certezza, con la nuova legge (i cui primi firmatari sono Gasparri e Quagliariello, affinché sia chiara a tutti la linea ufficiale del partito), che il Terzo Polo non sarebbe più decisivo al Senato.
Cari amici del centrosinistra, cari lettori di Articolo 21, non prendetemi per una Cassandra, ma voi sareste davvero disposti a correre il pericolo di ritrovarvi Berlusconi al Colle e, magari, Alfano o la Gelmini a Palazzo Chigi?
A quel punto, il berlusconismo avrebbe stravinto, potrebbe prosperare indisturbato e sopravvivere al suo fondatore e massimo esponente. E noi? Beh, potremmo cominciare a preparare le valigie e trasferirci nel paese europeo che più ci aggrada, sperando che il buon Sarkò, per motivi elettorali, non ci respinga come africani qualsiasi a Ventimiglia.
P.S. Il mio pensiero, questa settimana, va a due storici esponenti della sinistra romana, purtroppo scomparsi: Mario Di Carlo e Vezio Bagazzini, custodi di un’idea di politica e di un modo leale di intendere la vita di cui avremmo tanto bisogno.
Roberto Bertoni
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