A pochi giorni dal nuovo incidente alla Saras di Sarroch, il Pm di Cagliari Emanuele Secci ha chiesto 5 condanne per la morte di 3 operai di una ditta esterna avvenuta il 26 maggio 2009 presso la stessa raffineria. Il libro di Giorgio Meletti, "Nel paese dei Moratti" di cui all'interno riportiamo alcuni brani, ricostruisce lo scenario all'interno del quale avvenne l'incidente mortale, e traccia al contempo il quadro di un paese ostaggio del “capitalismo colonialista” dove a pagare il prezzo pèiù alto sono sempre i lavoratori.
Nel paese dei Moratti
di Giorgio Meletti
edizioni Chiarelettere
Pag. 138
Nell’immediatezza del fatto, William Schirru commenta: «O
si cambia l’organizzazione del lavoro o un incidente simile può
ricapitare». Le segreterie di Cagliari di Cgil, Cisl e Uil chiedono
che nell’incontro previsto per settembre con Confindustria e la
Saras si diano subito «risposte ai problemi emersi», altrimenti,
minacciano, «attiveranno tutte le iniziative opportune».4
Nessuno attiverà niente. Non è stato fatto alcuno sciopero
per la sicurezza, e un anno dopo l’incidente, il 26 maggio
2010, si vedono i risultati. Alla cerimonia commemorativa organizzata
a Villa San Pietro, il sindaco Matteo Muntoni dice
che ricordare non basta: «Ancorché importante sul piano degli
affetti, non è sufficiente per assicurare ai lavoratori quel cambiamento
nella sicurezza che loro, con l’impegno di ogni giorno,
dimostrano di meritare». A quel punto i giornalisti presenti
vorrebbero chiedere a Massimo Moratti, arrivato apposta da
Milano ma silenzioso, che cosa è stato fatto in un anno per
la sicurezza dentro la raffineria. Il direttore dello stabilimento,
Guido Grosso, tronca il discorso: «Non è il momento». I
giornalisti insistono, fino a che il direttore si arrende e vuota il
sacco: «Le procedure sono state migliorate e si sono effettuati
interventi che presto illustreremo».5
Nel frattempo il sindacalista Schirru ha conosciuto la felicità
calcistica. Il 19 maggio 2010, in vista della finalissima di
Champions League di sabato 22 – in campo l’Inter e il Bayern
Monaco – il presidente Moratti ha offerto a 150 dipendenti
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Il silenzio di Epifani, le parole della Marcegaglia 139
Saras un passaggio aereo con apposito volo charter per Madrid
e l’ambitissimo biglietto per il mitico stadio Santiago Bernabeu.
L’attraente opportunità ha sollecitato 470 domande. I relativi
foglietti sono stati portati, chissà perché, a Milano, dove
si è proceduto a regolare sorteggio. La dea bendata ha avuto
il buon senso di scegliere tra gli altri anche tre esponenti sindacali,
uno della Cisl, uno della Uil e uno della Cgil: William
Schirru. Interpellato da «L’Unione Sarda» sul significato della
vicenda, l’esperto sindacalista riassume in una battuta il suo
apprezzamento, in termini di relazioni sindacali, per la mossa
di Moratti: «Che dire, un bel segnale».
Pag 223
I fratelli Moratti ascoltano
Sulla porta dell’ex sala parrocchiale il sindaco di Villa San Pietro
accoglie gli ospiti. Accanto a lui il deputato Paolo Fadda.
Hanno invitato anche il sindaco di Sarroch, Mauro Cois, e il
suo predecessore Salvatore Mattana, detto Tore.
Per il momento di umana partecipazione al dolore di tre famiglie,
i Moratti si presentano con una delegazione degna di
una trattativa sindacale. Con Gianmarco e Massimo ci sono,
oltre al vicepresidente della Saras Angelo Gino (figlio di Gianmarco),
il direttore generale Dario Scaffardi, il direttore della
raffineria Guido Grosso, e due dirigenti delle relazioni esterne,
Stefano Filucchi e Patty Bocchetta. Eppure l’iniziativa centra
il risultato: i Moratti appaiono commossi, Gianmarco più di
Massimo, e quella pattuglia di madri, mogli, padri, fratelli, sorelle
e fidanzate rimane colpita dalla loro sensibilità, dalla naturalezza
con cui si calano nel dolore di persone così lontane da
loro per censo e posizione sociale. Tutti i presenti hanno la stessa
impressione: quei signori venuti da Milano partecipano con
sincera intensità alla disperazione di quelle famiglie, ma non
fino al punto di tradire il minimo senso di colpa. Fadda cerca di
contribuire a un’atmosfera di comprensione. Si avvicina a Gino
Melis, padre di Daniele, e gli sussurra: «Per i Moratti a queste
famiglie non deve mancare niente». La promessa verrà mantenuta,
destinando a ciascuna di esse un assegno di 2500 euro al
mese per vent’anni, direttamente a carico dei Moratti.
Gianmarco e Massimo sembrano soprattutto colpiti da Valentina,
la fidanzata diciassettenne di Gigi Solinas: «Piccolina,
fatti forza» le dicono. Annamaria Solinas, sorella di Gigi, ha
un ricordo sfumato: «Sì, li ho sentiti davvero vicini. Ma in
quel momento forse il troppo dolore mi ha impedito di provare
odio».
Libro Meletti.indb 223 27-07-2010 9:51:07
224 Nel paese dei Moratti
«Ci sono cose che non sappiamo»
Ed è in quel clima di stordimento che inaspettata si leva la
voce di Luca Melis, il fratello venticinquenne di Daniele, anche
lui operaio precario nelle ditte esterne della raffineria. È
lui, legittimo erede dell’impulsività che a suo fratello è forse
costata la vita, ad affrontare i padroni guardandoli negli occhi:
«Se mio fratello è morto è perché nella vostra fabbrica ci sono
un sacco di cose che non vanno».
Suo padre Gino, uomo esperto e saggio, ha un sussulto di
timore e cerca istintivamente di fermarlo, per proteggerlo. I
Moratti hanno detto proprio a lui e a sua moglie Lucia che
vogliono Luca nella loro famiglia, cioè nella Saras. Metteranno
a disposizione del ragazzo una squadra di otto insegnanti che
lo accompagnino verso l’esame da privatista per il diploma di
geometra, dopo il quale sarà assunto come impiegato. Chissà
se Gino sta pensando a questo quando tende il braccio verso
il figlio e gli dice: «Stai zitto». Ma a questo punto Massimo
Moratti pronuncia una frase che sembra inventata per un film
alla Frank Capra: «Fatelo parlare, ci sono cose che noi non
sappiamo». Lo dice davvero.
Luca parla: «I tempi delle fermate si accorciano sempre più
e la sicurezza sta saltando. Volete un esempio? Ti fanno firmare
il briefing che ti vieta di fare più lavori contemporanei sullo
stesso impianto, poi devi accettare in silenzio di farli sennò ti
cacciano. Voi non avete colpa perché non sapete quello che
succede. Quando uno di voi padroni deve arrivare in raffineria
ce ne accorgiamo perché va tutto a posto. Poi torna il casino.
E poi non potete utilizzare gli appalti per mandare un ragazzo
giovane e poco esperto a fare lavori complessi e pericolosi,
quando ci sono gli operai dipendenti diretti della Saras che
sono più formati di quelli delle ditte. Mio fratello è morto perché
non era stato sufficientemente formato. E poi perché quelli
della Saras hanno l’elmetto da 50 euro e gli altri l’elmetto da
20? E mi dite perché durante le fermate nessuno mai viene
cacciato per aver violato le norme di sicurezza?».
Libro Meletti.indb 224 27-07-2010 9:51:07
Funerale neroazzurro 225
I Moratti ascoltano in silenzio, senza replicare. Tace anche il
direttore della raffineria, Guido Grosso, che di lì a poche ore
sarà iscritto nel registro degli indagati per omicidio colposo
plurimo. Turbato, con l’espressione attonita di chi sente quelle
cose per la prima volta, Massimo Moratti fa la sua promessa
a Luca: «Cambierà tutto».
Pag. 233
«Solo un mestiere ti dà dignità»
La seconda lezione del saldatore esperto Gino Melis è sul tema
della flessibilità: «Da quando è morto Daniele io alla Saras non ci
entro più. Ho provato una volta, mi sono sentito male, mi è anche
venuto da rimettere. Ho ripudiato il mio mestiere. Mio figlio
era parte di me e del mio lavoro, non riesco a capire che senso
abbia continuare a farlo senza avere accanto mio figlio che impara.
Quando ho avuto la notizia dell’incidente stavo lavorando dentro
la raffineria, da allora il mio corpo si rifiuta di tornare là dentro. Io
oggi vorrei insegnare ai ragazzi precari quello che non sono riuscito
a insegnare a Daniele. Io alla Sices avevo sempre detto: formiamoli
questi ragazzi. Per andare avanti devi avere un mestiere. Se i
genitori non li possono far studiare, lo faccia l’azienda. La società
di oggi è malata, vanno avanti i privilegiati e i raccomandati, e io
odio il sistema della pedata nel sedere. Ma non è che se sei povero
o nato povero devi fare il dilettante tutta la vita. Tutti hanno diritto
a un mestiere, perché solo un mestiere ti dà dignità». E dunque
la flessibilità è il sacrosanto dovere di ciascuno verso la prosperità
generale perseguita attraverso l’agognata competitività? O è il buio
sentiero lungo il quale il lavoratore sarà derubato della dignità?
A sette mesi dalla morte di suo fratello, Luca Melis ripensa a
quel drammatico colloquio con i fratelli Moratti, al termine del
quale gli fu promesso che dentro la raffineria tutto sarebbe cambiato.
Durante la messa funebre era stato proprio lui a regalare ai
padroni milanesi un’ampia apertura di credito: «Sappiamo che le
promesse saranno mantenute». Adesso riassume tutto in quattro
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234 Nel paese dei Moratti
parole: «Non è cambiato niente». Poi aggiunge: «Ma non è colpa
dei Moratti, la colpa è dei dirigenti che vivono e lavorano qui,
e dei sindacalisti che fanno il loro gioco». I Melis non sono una
famiglia di qualunquisti. Gino è da sempre iscritto al sindacato.
Pochi si fidano davvero dei sindacati, ed è una delle conclusioni
più amare di questa storia. I dirigenti nazionali sono distratti,
vivono in un mondo loro, in una dimensione dominata dalle interviste
ai giornali e dalle partecipazioni ai talk show. I delegati
di fabbrica, nella percezione diffusa dei lavoratori, sono deboli,
inadeguati, talvolta complici dei padroni. E infatti è vero che ben
il 52 per cento dei dipendenti Saras è iscritto al sindacato, e che
la Cgil ha dieci dei diciotto membri della Rsu, la rappresentanza
sindacale di fabbrica. Però, quando il sindacato ha chiesto ai 1200
dipendenti dei Moratti di devolvere una giornata di salario alle
famiglie dei tre operai uccisi dentro la cisterna, hanno aderito solo
360, poco più di un quarto. Questa cosiddetta aristocrazia operaia
è dunque abbandonata e impaurita, fatta di uomini divisi e molto
soli. E in questo deserto umano si inaridisce anche la generosità.
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